View/Open - Università Ca` Foscari

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nno Accademico 20013 / 2014
4
Indice
Introduzione…………………………………………………………………………. p. 6
1. Inquadramento del problema……………………………………………………. p. 8
1. Aspetti generali
p. 9
2. Tipologie di violenza
p. 15
2.1. Violenza fisica
p. 16
2.1.1. Conseguenze della violenza fisica
p. 18
2.2. Violenza psicologica
p. 19
2.3. Molestie e violenza sessuale
p. 21
2.3.1. Conseguenze della violenza sessuale
p. 24
2.3.2. Lo stupro
p. 25
a. Stupro di gruppo
p. 27
b. Stupri di massa: la violenza sessuale come strategia di guerra
p. 28
2.3.2. Schiavitù sessuale
p. 30
2.3. Violenza culturale: l’esempio delle mutilazioni genitali
p. 32
2.4. Violenza di genere come sistema di marketing
p. 34
2.3.1. Dolce & Gabbana e lo stupro di gruppo
p. 36
2.3.2. L’oca legata
p. 38
2.3.1. Clandy: elimina tutte le tracce
p. 40
3. Società senza violenza di genere
p. 42
4. Cenni legislativi
p. 45
4.1. Il diritto internazionale
p. 46
4.2. La legge in Italia
p. 47
2. Storie di violenza domestica……………………………………………………...
p. 49
1. Mogli schiave, mariti padroni
p. 50
1.1. L’autrice
p. 50
1.2. Opere
p. 52
1.3. Schiava di mio marito
p. 53
1.3.1. Struttura dell’opera
p. 54
1.3.2. La vicenda
p. 55
2
1.3.3. Personaggi principali
1.4. Analisi
p. 55
p. 57
1.4.1. Il contesto storico e socio-culturale
p. 57
1.4.2. Il comportamento dell’uomo violento
p. 61
1.4.2. La donna maltrattata: dalla sottomissione alla reazione
p. 69
2. Gli orrori dell’onore
p. 79
2.1. Delitto d’onore
p. 79
2.2. Acidificazione: una punizione al posto del delitto
p. 80
2.3. Il volto cancellato, storia di una donna “acidificata”
p. 82
2.3.1. Biografia dell’autrice
p. 83
2.3.2. Struttura dell’opera
p. 85
2.3.3. La vicenda
p. 85
2.3.4. Personaggi principali
p. 86
2.4. Analisi
p. 87
2.4.1. Bilal
p. 87
2.4.2. Donne deturpate con l’acido o con il fuoco
p. 92
3. La “giostra” dello stupro………………………………………….……………...
p. 97
1. Le citès francesi
p. 98
2. L’autrice
p. 101
3. Il romanzo
p. 102
3.1. Trama
p. 103
3.2. Personaggi
p. 103
4. Analisi
p. 104
4.1. Il contesto familiare
p. 104
4.2. Le violenze sessuali
p. 106
4.3. Le conseguenze psicologiche dello stupro
p. 113
4.4. Una mentalità che condanna la donna
p. 115
4. Donne che odiano gli uomini…………….……………………………..………...
p. 119
1. Donne che odiano gli uomini che odiano le donne
p. 120
1.1. Biografia dell’autore
p. 120
1.2. Opere
p. 121
3
1.3. Millennium
p. 122
1.3.1. Personaggi principali della trilogia
p. 122
1.3.2. Trama di Uomini che odiano le donne
p. 124
1.3.3. Trama di La ragazza che giocava col fuoco
p. 125
1.3.4. Trama di La regina dei castelli di carta
p. 126
1.4. Analisi
1.4.1. Uomini che odiano le donne
p. 126
p. 126
a. Violenza sessuale
p. 128
b. Violenza domestica
p. 131
c. Femminicidio
p. 134
d. Stereotipi di genere
p. 137
1.4.2. Donne che reagiscono o che si vendicano
p. 140
a. Lisbeth Salander, la vendicatrice
p. 140
b. Harriet Vanger
p. 148
2. Le vendicatrici italiane
2.1. Gli autori
2.1.1. Massimo Carlotto
p. 149
p. 149
p. 149
a. Opere
p. 150
2.1.2. Marco Videtta
p. 152
2.2. I romanzi
p. 153
2.2.1. Personaggi principali della serie
p. 154
2.2.2. Trama di Ksenia
p. 155
2.2.3. Trama di Eva
p. 155
2.2.4. Trama di Sara
p. 156
2.2.5. Trama di Luz
p. 157
2.3. Analisi
2.3.1. La violenza sulle donne
p. 157
p. 157
a. Violenza sessuale
p. 158
b. Violenza fisica
p. 162
2.3.2. Quando le donne si vendicano
p. 165
a. Sara
p. 166
b. Ksenia
p. 171
c. Eva e Melody
p. 174
4
Conclusioni…………………………………………………………………………... p. 176
Appendice I………………………………….……………………………………….
p. 179
Bibliografia…………………………………………………………………………... p. 183
Opere letterarie
p. 183
Bibliografia critica
p. 185
Sitografia…………………………………………………………………….……….
p. 190
5
Introduzione
La violenza di genere è un fenomeno drammatico ed estremamente attuale che interessa
l’intero sistema sociale (leggi, cultura, mezzi di comunicazione, ecc.), e non solo le singole
persone, vittime o carnefici che siano.
Infatti, la violenza sulle donne, che si basa su una posizione di subordinazione della
donna rispetto all’uomo, risulta da un’educazione fondamentalmente maschilista che legittima
la disparità tra i sessi, gli stereotipi di genere e anche, in parte, il ricorso alla violenza. Si pensi
ad esempio, per quanto riguarda i Paesi occidentali, alle pubblicità che mercificano il corpo
femminile o alle trasmissioni televisive in cui donne adeguatamente svestite sono poste come
cornice a fare bella mostra di sé: queste veicolano l’idea che una donna non sia altro che un
oggetto sessuale.
Nel presente lavoro si analizza il fenomeno della violenza di genere in una prospettiva
letteraria, interrogandosi sul modo in cui gli scrittori italiani e stranieri di romanzi,
autobiografici e non, affrontano il problema, offrendo, magari, anche spunti di riflessione
nuovi o proposte per migliorare la situazione sociale della donna.
I motivi per cui si è scelto questo scottante argomento sono principalmente due:
anzitutto perché, come scrivono i relatori dell’O.N.Da1: «discutere di questi fenomeni non è
un esercizio di retorica e non è finalizzato a soddisfare un egoismo personale ma è il tentativo
di perseguire un obiettivo per motivi etici, morali e deontologici»2 In secondo luogo, perché si
ritiene che i mezzi attraverso i quali si diffonde la cultura, compresa la letteratura, debbano
farsi carico dei problemi sociali e denunciarli, con occhio più o meno critico, cercando anche
di trasmettere modelli diversi e più positivi.
L’elaborato si struttura come segue.
Nel primo capitolo viene sinteticamente illustrato sia il problema della violenza sulle
donne nelle sue diverse forme (violenza psicologica, fisica, sessuale, culturale e come sistema
pubblicitario), sia le implicazioni negative che essa ha sul corpo e sulla psiche della vittima. I
dati proposti in questo capitolo si basano su ricerche statistiche tra le quali ricordiamo
1
Osservatorio nazionale sulla salute della donna.
BRAMANTE A., FILOCAMO G., MENCACCI C., Donne e violenza domestica: diamo voce al silenzio.
Raccomandazioni sulla violenza sulle donne (intimate partner violence) per operatori sanitari,
http://www.ondaosservatorio.it/allegati/Progettiattivita/Pubblicazioni/quaderni/2013/Donne%20e%20violenza%
20domestica_diamo%20voce%20al%20silenzio.pdf
2
6
l’Indagine Multiscopo sulla sicurezza delle donne svolta dall’Istat nel 2006 e le indagini
dall’associazione Casa delle donne sul femminicidio in Italia.
Nel secondo capitolo viene dato spazio ai romanzi autobiografici che raccontano la
violenza domestica in tutta la sua drammaticità: essa, infatti, è spesso subita in silenzio per
molti anni e si può ripercuotere anche sui figli. In particolare, l’analisi si concentra sulle storie
delle autrici pachistane Themina Durrani, che ha vissuto per tredici anni con un uomo
estremamente violento che vedeva nella moglie un’oggetto proprietà, e Fahkra Younas,
acidificata dal marito per gelosia e vedetta. Per rendere meglio comprensibile il dramma di
Younas, morta suicida nel 2012, viene anche brevemente spiegata la pratica
dell’acidificazione, molto diffusa nei Paesi mediorientali, come il Pakistan e l’India.
Nel terzo capitolo vengono trattati i romanzi autobiografici che riguardano la violenza
sessuale. L’analisi si concentra principalmente sul singolo racconto dell’autrice francoalgerina Samira Bellil, questo perché è risultato molto difficile, in fase di ricerca, riuscire a
reperire storie che avessero quale nucleo centrale questo argomento.
Nel quarto capitolo, infine, si analizzano alcuni romanzi di invenzione che riguardano
una figura propriamente letteraria, ma molto interessante: la vendicatrice. Attraverso i libri del
giornalista e scrittore svedese Stieg Larsson e degli scrittori italiani di noir Massimo Carlotto
e Marco Videtta, vengono messe in luce le principali caratteristiche di queste donne. Per
rendere più completa l’analisi sono analizzati anche altri personaggi femminili importanti e le
tipologie di violenza trattate dagli autori. Le vendicatrici, che difficilmente trovano riscontro
in un modello reale di donna, rappresentano, tra le altre cose, un modo per invitare le vittime
ribellarsi ai soprusi, gli uomini a riflettere e a rendere, nel caso di Carlotto, la questione di
genere una questione politica, come egli stesso afferma.
7
1. Inquadramento del problema
Secondo quanto riportato dall’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna3, negli ultimi
decenni la violenza tra la popolazione è aumentata in modo preoccupante, come testimonia
già il primo studio mondiale sul fenomeno svolto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità,
i cui risultati furono pubblicati nel 2002, e in cui si indica che nel 2000 ben 1.6 milioni di
persone hanno perso la vita a causa di una qualche forma di violenza.
Le ragioni di questo incremento sono complesse e i fattori scatenanti che condizionano
il fenomeno sono diversi: sociali, economici, culturali e personali. Ad esempio, alcune delle
cause che favoriscono l’insorgere di un comportamento violento sono: l’instabilità
residenziale e lavorativa; abusare o aver abusato di alcol e stupefacenti; aver subito violenze
in età infantile o aver vissuto in contesti disagiati e violenti4,.
In particolare, sembra essersi aggravato il problema della violenza contro le donne che
negli ultimi anni è stato posto al centro dell’attenzione dei media, anche italiani. Basta
accendere la televisione su un qualsiasi telegiornale o leggere le notizie di prima pagina delle
testate giornalistiche per rendersi conto di quanto questo fenomeno sembri essere in costante
crescita, o, quanto meno, in emersione (forse proprio grazie all’attenzione che i media gli
riservano).
In realtà, va detto che quella che oggi è giustamente considerata una intollerabile
violenza sessista, è un fenomeno diffuso a livello globale e comune quasi5 ad ogni cultura,
religione e classe sociale (anche se con incidenze più elevate in contesti degradati). È presente
da sempre, solo che in passato (e ad oggi ancora in certe zone del mondo) era ritenuta
“normale” sia dagli uomini, che dalle donne che la subivano.
Prima di analizzare il modo in cui la letteratura contemporanea registra e metabolizza il
fenomeno, si ritiene doveroso procedere, in questo capitolo, a presentare il problema reale da
un punto di vista medico e critico e sulla base di dati statistici.
3
Ibidem
Ibidem
5
Come si vedrà nel corso di questo lavoro, infatti, esistono alcune società in cui la violenza di genere è quasi o
del tutto inesistente.
4
8
1. Aspetti generali.
La violenza ginocida6 esiste da moltissimo tempo, è diffusa in molti luoghi anche
geograficamente molto lontani tra loro ed è trasversale a molte culture, ancor oggi. La storia è
piena di esempi, più o meno eclatanti, che testimoniano questo fatto: senza andare troppo a
ritroso nel tempo e senza entrare troppo nello specifico basterà citarne due.
Uno è il matrimonio “per rapimento” o “ratto”7 che, diffuso in Europa fino al XV
secolo, ancora sopravvive in alcune aree del mondo. Esso consisteva nel rapire e violentare
una donna per metterla nella condizione di dover necessariamente sposare l’assalitore, al fine
di preservare il suo onore e quello della sua famiglia. Si trattava, in molti casi, di un modo
come un altro per entrare in possesso dei beni familiari che la donna riceveva per il
matrimonio8.
L’altro caso che merita di essere ricordato è la caccia alle streghe9. Di fatto, nonostante
alcuni sporadici casi in cui furono processati degli uomini, quasi tutti gli imputati erano donne
e non è quindi errato ritenere questo fenomeno una forma violenza contro le donne su vasta
scala. Anche se i fattori scatenanti furono vari10, ebbero grande importanza: le libertà delle
donne catare, il contemporaneo ridimensionamento del ruolo femminile in tutte le altre sfere
sociali11 e la volontà di eliminare i residui di antiche conoscenze mediche detenute dalle
donne (come dominae herbane, levatrici, ostetriche, ecc), a favore della professione maschile
del medico12. Per quanto riguarda invece l’opinione che gli inquisitori avevano della donna, si
ricorda solo che secondo Sprenger e Krämer, autori del Malleus Maleficarum, le donne hanno
6
Termini quali ginocidio e femminicidio sono state coniate negli anni Settanta dai movimenti femministi ed
indicano non solo l’omicidio di donne, come normalmente si suole intenderli, ma più in generale tutta la violenza
di genere, rivolta contro il femminile e l’essere donna, a causa, come scrive DANNA D., Ginocidio. La violenza
contro le donne nell’era globale, Milano, Elèuthera, 2007, p. 8, «del disprezzo sociale e della brama di controllo
sui corpi femminili da parte del sistema di potere maschile, il patriarcato».
7
BROWMILLER S., Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale, Milano, Bombiani, 1976, pp.
17-18
8
Come vedremo nel quarto paragrafo di questo capitolo, in un primo momento lo stupro non era condannato in
quanto lesivo della dignità e della salute psico-fisica della donna, ma in quando metodo di appropriazione dei
beni di un altro uomo.
9
Non potendo qui entrare nel merito di questo evento storico che meriterebbe una trattazione a sé stante, si
rimanda alla consultazione di bibliografia specifica. In particolare: ARNOULD C., La stregoneria. Storia di una
follia profondamente umana, Bari, Edizioni Dedalo, 2011; DEL COL A., L’inquisizione in Italia dal XII al XXI
secolo, Bologna, Il Mulino, 2005; EHRENREICH B., ENGLISH D., Le streghe siamo noi. Il ruolo della medicina
nella repressione della donna, Milano, La Salamandra, 1977.
10
PARINETTO L., Streghe e potere. Il capitale e la persecuzione dei diversi, Milano, Rusconi, 1998
11
ARNOULD C., op. cit., pp. 231-248
12
LAZZARO O., Le amare erbe. Un processo di stregoneria nel Friuli del Seicento: il caso di Angioletta e
Giustina delle Rive, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1992, p. 109
9
«lingua lubrica, […] sono volubili […] difettose di tutte le forze tanto dell’anima quanto del
corpo […] deboli d’intelletto […] in quanto animale imperfetto, la donna inganna sempre»13.
Similmente, per Jean Bodin, autore del Demonomania degli stregoni, «la saggezza non viene
mai dalle donne, che sono più simili alle bestie»14.
Gli esempi sopra citati, oltre a mettere in evidenza alcune idee che erano (e spesso sono)
radicate nella mentalità dell’uomo15, dimostrano molto bene anche come la violenza contro le
donne esista da sempre, e come la società occidentale sia sempre stata fortemente maschilista
e misogina: la violenza contro le donne è, sfortunatamente, anche la nostra eredità culturale.
Considerando quindi la vasta diffusione del fenomeno nello spazio e, soprattutto, nel
tempo, sarà bene focalizzarsi nello specifico sul Novecento e sul Duemila.
Se fino agli anni ’70 del secolo scorso erano quasi solo i gruppi femministi a sostenere
la necessità di considerare il fenomeno della violenza di genere16 come un grave problema
sociale, oggi sono invece molti i governi e gli organismi internazionali che hanno preso
posizione di fronte ad esso e cercano di fargli fronte attraverso leggi e altri tipi di misure.
L’ONU, ad esempio, nella dichiarazione sull’eliminazione della violenza sulle donne
del 1993, ha stabilito che:
la “violenza contro le donne” comprende ogni atto di violenza alle donne che provoca, o
potrebbe provocare, un danno fisico, sessuale o psicologico o una sofferenza alle donne,
incluse le minacce di compiere simili atti, la coercizione o la privazione arbitraria della
libertà, che si verifichino in pubblico o in privato.
13
KRÄMER H. [INSTITORIS], SPRENGER J., Il martello delle streghe, Venezia, Marsilio, 1977, pp. 89-90.
BODIN J., La dèmonomanie des sorciers, Paris, Jacques du Puy, 1587, ma io cito da ARNOULD C., op. cit., p.
338
15
Il caso del ratto dimostra come la donna venisse considerata dall’uomo: un “oggetto” di sua proprietà, di cui
egli poteva disporre liberamente. Il caso della caccia alle streghe dimostra invece, oltre all’esistenza di numerosi
pregiudizi nei confronti del femminile che faceva delle donne il capro espiatorio per ogni male esistente al
mondo, una volontà di mantenere le donne in un ruolo di subordinazione, negando la loro autonomia, la loro
libertà di espressione e la loro libertà in generale.
16
Il termine, introdotto per la prima volta in ambito medico negli anni 1960 dai medici R. Stoller e J. Money del
Johns Hopkins Hospital di Baltimora per distinguere l’orientamento psicosessuale (gender) dal sesso anatomico
(sex) di una persona, si riferisce alla tipizzazione sociale e culturalmente specifica di donne, uomini e relazioni
tra i due sessi. A partire dagli anni ’70 il termine è stato poi oggetto del dibattito femminista, in cui si
analizzavano il contributo della biologia e dei condizionamenti ambientali e socio-culturali nella determinazione
del comportamento e dei ruoli degli esseri umani. Genere indica il modo in cui una società rappresenta,
attraverso la definizione di compiti e ruoli pubblici e privati, la diversità biologica tra i due sessi e varia nel
tempo e nello spazio. Nella definizione di genere è implicita l’ineguaglianza nella distribuzione del potere: in
genere è il maschile a dominare e il femminile ad essere subordinato. Cfr. A.A.V.V., Enciclopedia Treccani,
Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 19, s.v. genere; A.A.V.V., Dizionario di medicina, Roma, Istituto
dell’Enciclopedia italiana, 2010, s.v. genere.
14
10
Essa riguarda, cioè, moltissimi comportamenti dannosi come: omicidi, aggressioni,
molestie sessuali, stupri, aborto e infanticidio forzati (in alcuni Paesi sistematici se nascono
figlie femmine), sterilizzazione imposta, malnutrizione di bambine e donne a favore degli
uomini, matrimoni combinati, mutilazioni genitali, schiavitù, prostituzione coatta.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che la violenza ginocida sia un grave
problema di salute pubblica poiché, anche se non sempre porta alla morte della donna, ha un
forte impatto sulla sua salute psico-fisica. Tra le conseguenze più gravi ci sono infatti:
depressione (con conseguente abuso di sostanze stupefacenti o alcol), malattie veneree e
problemi legati a gravidanze indesiderate (con conseguenze negative per il nascituro)17.
Come abbiamo accennato in precedenza, anche i media hanno iniziato ad occuparsi del
problema con sempre maggiore interesse.
Sul sito dell’Ansa18, ad esempio, si riportano alcuni dati relativi alla prima indagine
Istat19 su scala nazionale, riferita al 2006, e inerenti alla diffusione del fenomeno in Italia. Ciò
che emerge è allarmante: solo nel nostro Paese una donna su tre, tra i sedici e i settant’anni, è
stata vittima di violenza da parte di un uomo. Oltre sei milioni di donne hanno subito abusi
sessuali e circa centomila donne l’anno vengono uccise per motivi passionali. Secondo
successive e più recenti indagini, come quelle svolte dal centro antiviolenza di Bologna, Casa
delle Donne, il numero di vittime è in costante aumento. Lo dimostrerebbero le indagini
svolte dal centro stesso: tenendo in considerazione il soli omicidi di donne per mano di
uomini emersi attraverso i mass media, è stato calcolato che si è passati dai 103 del 2006 ai
124 del 201220.
Un aspetto particolarmente sgradevole della violenza sulle donne, stando alle statistiche,
è rappresentato dal fatto che nella maggior parte dei casi, diversamente da ciò che
comunemente si pensa, i maltrattanti sono i partner. Secondo alcuni dati pubblicati sul sito
dell’Economist21, a livello mondiale il 39% degli omicidi e il 30% delle violenze fisiche e
sessuali sono commessi dal partner. Circa 700 mila donne hanno subito spesso violenze dal
proprio compagno e nelle famiglie con bambini nel 62,4% dei casi i figli vi hanno assistito
17
BRAMANTE A., FILOCAMO G., MENCACCI C., op. cit., p. 14
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2012/03/06/visualizza_new.html_128184439.html, (ultimo
controllo 13/11/2013).
19
Questi stessi dati, peraltro, sono riportati in buona parte della bibliografia critica consultata.
20
http://femicidiocasadonne.files.wordpress.com/2013/11/femicidio-2012.pdf, (ultimo controllo 13/11/2013)
21
http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2013)/06/daily-chart-12?fsrc=scn/fb/wl/dc/lovekills, (ultimo
controllo 13/11/2013)
18
11
almeno una volta.
Ad ogni modo c’è da dire che, come giustamente ricordano sempre gli operatori del
settore e gli autori dei saggi critici, questi dati non si possono ritenere esaustivi in quanto la
maggior parte delle violenze non viene denunciata22, per vari motivi, quali: paura di ritorsioni,
sfiducia nelle istituzioni, timore di restare sole e/o di perdere i figli, timore di far mancare ai
figli la figura paterna. Spesso, inoltre, le denunce non avvengono perché la donna che subisce
abusi non si rende conto di essere stata vittima di una lesione dei suoi diritti. Questo è, forse,
da mettere in relazione al fatto che secondo le statistiche le donne che hanno ricevuto una
buona istruzione sono più propense a denunciare, al contrario di quelle che hanno un livello di
istruzione basso o nullo23. La mancata percezione della violenza, inoltre, genera anche altre
conseguenze: se è vero, infatti, che gli esecutori sono per la maggior parte uomini, la mancata
percezione dell’abuso, unita magari anche all’influenza dell’ambiente in cui hanno vissuto o
vivono, trasforma spesso le donne in aguzzini24 per altre donne25.
Come emerge dalle ricerche di molti studiosi26, il problema della violenza di genere è
molto più marcato in società dominate dal potere maschile, ovvero di tipo patriarcale27, nelle
quali l’uso della violenza diviene strumento privilegiato per la risoluzione di ogni tipo di
disputa. In questo tipo di società, nota Michael Kaufman28, l’originaria gerarchia sociale
basata sul sesso, ha da molto tempo generato anche lo scheletro di tutte le altre forme di
potere, privilegio e discriminazione (per esempio quelle di razza e classe sociale). La
violenza, in questi contesti, ha lo scopo e l’esito di apportare - o mantenere - benefici a gruppi
sociali specifici. La detenzione del potere, appunto.
Proprio la volontà di imporre il proprio potere e la propria autorità su altri soggetti, nel
22
O.N.V.D.,
Violenza
sulle
donne,
Regione
Veneto,
http://www.onvd.org/phocadownload/pubblicazioni/Violenza%20sulle%20donne%20%20regione%20Veneto.pdf, (ultimo controllo 23/11/2013), riporta, ad esempio, che «In Veneto, il 6,9% delle
donne ha subito violenza sessuale prima dei 16 anni. […] più della metà […] ha scelto di non parlare con
nessuno dell’accaduto, soprattutto se gli artefici […] sono stati fratelli, zii, padri, amici o vicini di casa ».
23
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2012/03/06/visualizza_new.html_128184439.html, cit.
24
Si noti che in questo senso la religione ha un ruolo fondamentale, in particolare se sono le donne a darle
importanza. Cfr. DANNA D., op. cit., p. 89
25
Si pensi, ad esempio, al caso delle anziane che operano mutilazioni genitali nelle ragazze giovani per motivi
religiosi, oppure a quelle ragazzine che, dopo essere state vittime del turismo sessuale infantile, passata l’età in
cui gli uomini le richiedono si fanno a loro volta promotrici della compravendita di sesso infantile, perché per
loro quella è sempre stata la “normalità”.
26
Dai docenti universitari quali Daniela Danna, alle critiche femministe come Catharine MacKinnon, o, ancora,
ai medici e agli operatori del settore.
27
DANNA D., op. cit., p. 8
28
KAUFMAN M., The Seven P’s of Men’s Violence, http://www.michaelkaufman.com/1999/the-7-ps-of-mensviolence/, (ultimo controllo 23/11/2013)
12
caso specifico sulle donne, è uno dei vari fattori che sottendono alla violenza di genere. Anche
qualora un uomo che commetta violenza non manifesti esplicitamente il desiderio di
affermare il suo potere, l’analisi femminista ha sottolineato che nella maggior parte dei casi il
suo comportamento è comunque il risultato del fatto che egli ha interiorizzato di aver diritto a
certi privilegi29. Si pensi, ad esempio, al marito che picchia la moglie perché il pranzo non è
pronto o perché le sue camicie non sono state stirate: egli è convinto di avere il diritto di
essere puntualmente servito e pretende che sia così. Oppure si pensi anche allo stupro
coniugale e a quello di coppia che sono espressione della convinzione che l’asservimento
sessuale sia un diritto dell’uomo e un dovere della donna, anche quando lei non è
consenziente30.
Nel mondo contemporaneo accade spesso che la violenza, in particolare quella di
genere, sia non solo tollerata, ma anche in un certo modo incoraggiata e resa attraente31.
A tal proposito si prenda ad esempio l’analisi che alcune critiche femministe, come
Catharine MacKinnon32, hanno fatto della pornografia violenta33. L’autrice evidenzia che essa
pertiene al dominio maschile e mette in scena atti sessuali in cui le donne godono o, peggio,
supplicano di essere mortificate. Secondo questa prospettiva, quindi, non è un caso se spesso
gli uomini che usano violenza, specie di tipo sessuale, credano che alle donne “piaccia” essere
abusate e di aver resa reale una loro fantasia.
Essa sarebbe quindi, in alcuni casi, uno dei fattori (ma non l’unico) che concorrono alla
formazione di comportamenti violenti e che impediscono all’uomo di capire la brutalità delle
sue azioni. Secondo MacKinnon, infatti, il problema della pornografia violenta è proprio che
lo spettatore si è assuefatto alla violenza e si è desensibilizzato; di conseguenza è «diventata
necessaria una violenza sempre maggiore perché il fruitore […] continui ad eccitarsi all’idea
che il sesso sia (e che egli stesso sia) audace e pericoloso»34.
Comunque, se è vero che, come emerge da alcuni studi35, la tendenza che manifestano
29
KAUFMAN M., op. cit.
Come vedremo nel terzo paragrafo di questo capitolo, in Italia, fino al 1981 la legge rendeva lo stupro
coniugale un atto legittimo e legale.
31
KAUFMAN M., op. cit.
32
MACKINNON C. A., Le donne sono umane?, Bari, Laterza, 2012, pp. 43-63.
33
Si tenga presente che le femministe con pornografia intendono quel complesso di film che mostrano scene di
sesso violento, mentre usano il termine erotismo per indicare i film che contengono scene di sesso non violento.
Cfr. DANNA D., op. cit., p. 38
34
MACKINNON C. A., op. cit., p. 60.
35
Si veda ad esempio lo studio svolto nel 1985 dal Skully e Marolla e pubblicato con il titolo Le ricompense
dello stupro, citato da DANNA D., op. cit., p. 117
30
13
molti uomini violenti di minimizzare il proprio crimine36 si potrebbe in qualche misura
ricollegare alla pornografia violenta, sarebbe riduttivo e superficiale ritenere che essa ne sia
l’unica causa. È evidente, infatti, che spesso queste affermazioni sono sintomatiche di idee e
costumi ben consolidati nell’uomo37.
Un altro fattore che sottende alla violenza di genere sono le insicurezze personali
dell’uomo maschio derivanti, se non dalla reale incapacità, dalla convinzione di non essere
all’altezza dei requisiti richiesti dallo stereotipo della mascolinità. Questo, secondo
Kaufman38, è di per sé sufficiente a scatenare frustrazione, rabbia e violenza in uomo. In
quest’ottica, la violenza su qualcuno ritenuto fisicamente più debole o più vulnerabile (come,
appunto, le donne) diventa un modo come un altro per ristabilire, dimostrare ed esibire agli
altri uomini, ma soprattutto a sé stessi, la propria mascolinità, il proprio machismo39.
Infine, va ricordato che anche il vissuto del singolo uomo può incidere sulla sua
propensione a perpetrare violenza contro una donna. Alcuni soggetti, infatti, sono cresciuti in
contesti famigliari particolari, nei quali la madre era spesso vittima delle violenze del padre,
ed è possibile che essi stessi abbiano subito violenze durante l’infanzia. Ci sono uomini,
dunque, che crescono ritenendo che un comportamento violento nei confronti di una donna sia
la “normalità”40. Alcuni studi41, infatti, hanno dimostrato che coloro che hanno subito o hanno
visto subire violenze durante l’infanzia sono più propensi a commetterne durante l’età adulta.
Va comunque tenuto presente che anche se questo è certamente uno dei fattori che
possono generare o favorire un comportamento violento, non è comunque necessariamente
determinate42: in alcuni casi, infatti, l’aver subito (o l’aver visto subire) violenze durante
l’infanzia può anche portare ad una totale repulsione della violenza43.
Alla luce di quanto esposto fin qui, quindi, appare evidente che il luogo comune, che
per molto tempo ha dominato l’opinione pubblica, secondo il quale gli uomini che
36
Ad esempio, gli uomini che picchiano una donna sostengono di non averle fatto davvero del male, mentre gli
stupratori spesso affermano che la donna violentata abbia provato piacere durante l’atto.
37
DANNA D., op. cit., p. 116
38
KAUFMAN M., op. cit.
39
L’idea di mascolinità e lo stereotipo dell’uomo macho sono ben radicati nelle società di tipo patriarcale, in
particolare in quella occidentale.
40
Come si è detto in precedenza, questo vale anche per le donne.
41
KAUFMAN M., op. cit.
42
Per quanto riguarda l’ambito letterario, il problema viene affrontato, ad esempio, nel romanzo Uomini che
odiano le donne dello scrittore svedese Stieg Larsson, in cui il pluriomicida Martin Vanger ha subito abusi
sessuali da parte del padre.
43
Ibidem, evidenzia che ci sono casi in cui si manifestano entrambi questi atteggiamenti, con il risultato che ci
sono uomini che usano violenza che provano odio e disprezzo verso sé stessi e il proprio atteggiamento.
14
commettono violenza sono solo quelli con disturbi mentali, è del tutto infondato. Di fatto,
sebbene gli atteggiamenti psicotici e la malattia mentale possano favorire l’uso della
violenza44, e «nonostante la storia della criminologia sia stata segnata da un tentativo di
individuare una stretta connessione tra follia-comportamento aggressivo-attività delittuosa, gli
studi più recenti appaiono in netta contraddizione con queste antiche, ma radicate
convinzioni»45.
Ad ogni modo, se si considera che sono esiste e tuttora esistono società in cui la
violenza di genere è quasi del tutto assente46, si può affermare che, a prescindere dalle cause
che la generano (siano esse sociali, culturali, ambientali o personali), essa non esisterebbe se
non fosse implicitamente tollerata e accettata dalla legge, dalla consuetudine e dalla
religione47. Si pensi per esempio al fatto che in molti Paesi, ancor oggi, non esiste
un’adeguata legislazione a tutela della donna, oppure hanno leggi che però vengono spesso
ignorate.
2. Tipologie di violenza.
Anche se sempre più frequentemente si sente parlare di femminicidio, inteso specificamente
come “omicidio di una donna” (sebbene non sia questo il significato originale del termine48),
la violenza sulle donne non si limita certo al solo assassinio, che ne rappresenta solo il caso
più estremo.
La violenza ginocida presenta infatti diverse e molteplici sfaccettature ed investe sia la
sfera fisica che quella psicologica. Di norma vengono individuati i seguenti macro-ambiti:

Violenza fisica: comprende sia la semplice minaccia di atti lesivi comportano l’uso
della forza, sia l’attuazione della minaccia. Ad esempio: dare schiaffi, pugni o calci;
spingere; tirare per i capelli; colpire o minacciare con oggetti (coltelli, pistole, ecc.);
strangolare, ustionare, provocare ferite. La gravità di questi atti è variabile e va da
ematomi ed escoriazioni, fino a lesioni permanenti o morte.

Molestie sessuali e violenza sessuale: le molestie sono atteggiamenti a sfondo
44
Si rimanda allo studio svolto dall’Osservatorio Nazionale sulla Violenza domestica: ONVD, Ancora sul
cavallo azzurro, 2013, http://onvd.org/uploads/pdf/2013)_ancora_sul_cavallo_azzurro.pdf, (ultimo controllo
26/11/2013)
45
Ibidem
46
Per approfondimenti si rimanda al paragrafo 3 del presente capitolo.
47
Nei romanzi, autobiografici e non, questo fatto emerge molto chiaramente.
48
Vedi nota 4
15
sessuale di varia natura, umilianti e sgradevoli, come battute a sfondo sessuale,
telefonate oscene, ricatti a sfondo sessuale, esibizionismo, palpeggiamenti. La
violenza sessuale, invece, comprende quelle situazioni nelle quali una donna
subisce atti sessuali contro la propria volontà, e riguarda quindi: aggressioni
sessuali, incesto forzato, stupro e obbligo a prendere parte a comportamenti sessuali
per lei umilianti.

Violenza psicologia: si tratta di tutti quei comportamenti che mirano a isolare la
donna e a controllarne il comportamento, ma anche umiliazioni, denigrazioni e
minacce che ne distruggono l’autostima. Sebbene essa abbia il suo ambito
privilegiato all’interno della coppia, si possono includere nell’ambito della violenza
psicologica anche il mobbing sul lavoro, e le violenze psicologiche a cui sono
soggette le donne vittime del traffiking.
A questi si può aggiungere, a nostro avviso, anche:

Violenza culturale: comprende tutti quegli aspetti della cultura (religione,
ideologia, arte e scienza) che, non solo possono essere usati come giustificazione o
legittimazione della violenza di genere, ma ne favoriscono l’uso.
Per maggiore chiarezza, comunque, si è scelto di dedicare a ciascuna di esse un sottoparagrafo per approfondirne i diversi aspetti.
2.1. Violenza fisica
L’espressione violenza fisica si riferisce all’uso della forza con il fine o di procurare lesioni
(traumi, contusioni, fratture, ustioni) al corpo del partner o, in alcuni casi, di ucciderlo.
Riguarda quindi tutti quei comportamenti che possono procurare danni, temporanei o
permanenti, legati sia agli organi esterni che a quelli interni.
Secondo le statistiche49, circa un terzo delle vittime ha subito atti di violenza fisica e,
nella maggior parte dei casi, questi atti si sono ripetuti nel tempo50. Tra le violenze fisiche più
frequenti troviamo: essere spinta, strattonata, afferrata, schiaffeggiata, presa a calci, pugni o
morsi; essere tirata per i capelli; tentativo di strangolamento e di ustione. Ma la violenza fisica
conosce anche forme indirette quali l’essere minacciata di percosse - anche con una pistola,
49
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2012/03/06/visualizza_new.html_128184439.html, cit.
Si pensi anche solo a quanto riportano le autrici di romanzi autobiografici, come Themina Durrani (Schiava di
mio marito) o Fakhra Younas (Il volto cancellato).
50
16
un coltello o un altro oggetto che possa recare traumi - o i maltrattamenti rivolti ad un terzo
(come ad esempio i figli51 o gli animali domestici).
Varie ricerche52 individuano nei partner, ex partner, amici e familiari i principali autori
di questo genere di violenze. Come afferma anche il rapporto dell’Unicef, infatti, «la violenza
nell’ambiente domestico è di solito opera degli uomini che con le vittime hanno, o hanno
avuto, un rapporto di fiducia, di intimità e di potere»53. Per questo motivo si può parlare di
violenza fisica in relazione alla violenza domestica54.
Viene spontaneo chiedersi perché le donne vittime di maltrattamenti non reagiscano
sporgendo denuncia o semplicemente andandosene. I fattori, in realtà, sono diversi.
Anzitutto va detto che quando la violenza si svolge all’interno delle mura domestiche
per le vittime risulta sicuramente più difficile arrivare denunciare colui al quale sono legate
affettivamente (sia da un rapporto di parentela, sia di amicizia o amore).
In secondo luogo, accade spesso che le donne oggetto di maltrattamenti si vedano
costrette a scegliere se andarsene e lasciare il partner, allontanandolo anche dai figli che
rimarrebbero senza la figura paterna a cui fare riferimento, o rimanere sottomesse al
compagno per permettere ai figli di vivere con entrambi i genitori. Nella maggior parte dei
casi, queste donne optano per la seconda opzione, nella convinzione che ai figli sia
indispensabile una figura paterna e di agire quindi per il loro bene55. Sfortunatamente, anche
la legge influisce su questo grazie alla tendenza al regime di affidamento condiviso dopo lo
scioglimento delle unioni: alle donne divorziate o separate che hanno subito violenza
51
Anche qui, può valere la testimonianza di Themina Durrani.
http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2013)/06/daily-chart-12?fsrc=scn/fb/wl/dc/lovekills, cit.
53
UNICEF, La violenza domestica contro le donne e le bambine, http://www.unicefirc.org/publications/pdf/digest6i.pdf, (ultimo controllo 05/12/2013). Ricordiamo inoltre fino a non moltissimi
anni fa anche in Italia il marito aveva il diritto, giuridicamente sancito, di usare violenza nei confronti dei figli e
della moglie.
54
Quanto alla definizione di violenza domestica, facciamo presente che in questa sede si è scelto di adottare
quella proposta dall’I.S.P.E.L.S. (Istituto Superiore per la Prevenzione E la Sicurezza del Lavoro), che
attribuisce «all’aggettivo “domestica” non una accezione esclusivamente spaziale (che comprendesse
unicamente quanto accadeva all’interno delle pareti delle mura domestiche), ma piuttosto una valenza più
articolata, intendendo per “domestico” quell’insieme di legami e sentimenti che trovano residenza nella sfera
degli affetti piuttosto che nel luogo ove essi coabitano». Cfr: M. BACCICONI, S. BERTOLASO, A. R. BIANCHI, A.
CELENTANO, P. ERBA, S. MASSARI, G. PAPALIA, V. PATUSSI, Violenza domestica. Un ossimoro da svelare e
comprendere,
I.S.P.E.LS.,
http://www.onvd.org/phocadownload/pubblicazioni/violenza_%20un%20ossimoro_%20comprendere.pdf,
(ultimo controllo 13/11/2013)
55
UNICEF, op. cit.
52
17
domestica in alcuni casi può essere richiesto di mantenere stretti contatti con l’autore degli
abusi, per quanto riguarda l’educazione dei figli56.
Altre volte, le donne maltrattate faticano a lasciare il partner perché non hanno
autonomia economica57. Accade spesso, infatti, che gli uomini fautori di maltrattamenti
cerchino di isolare socialmente la propria compagna e di aumentare la sua dipendenza nei loro
confronti. Uno delle strategie usate in molti casi è di indurre la donna a lasciare il lavoro per
prendersi cura della casa e dei figli58.
Infine, come si è visto anche per gli uomini violenti, può accadere che le donne vittime
di violenza abbiano interiorizzato già fin dall’infanzia un modello relazionale basato sul
dominio dell’uomo e sulla violenza. Diversi studi, infatti, pongono in relazione la violenza
coniugale con l’esperienza infantile della violenza domestica. Anche in questo caso,
comunque, come per gli uomini violenti, l’aver subito maltrattamenti in età infantile non è
sempre determinante.
2.1.1. Conseguenze della violenza fisica
Le vittime di violenza fisica si trovano ad affrontare diverse conseguenze di carattere sia
fisico, sia psicologico, alcune della quali possono risultare fatali.
Le lesioni fisiche, che rappresentano comunque solo una piccola parte degli effetti
deleteri della violenza, sono la sua conseguenza più visibile. La tipologia dei danni subiti
spazia da ematomi ed escoriazioni, alle fratture, all’aborto (nel caso sia in atto una
gravidanza59), al danno permanente come la perdita anche parziale di vista o udito, la
56
http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/5996#4b5677 (ultimo controllo
13/11/2013).
57
La letteratura ne porta spesso testimonianza, sia attraverso l’autobiografia (es: il volume Questo non è amore),
si attraverso i romanzi di invenzione (ad esempio alcuni racconti di Dacia Maraini).
58
CENTRO DONNE CONTRO LA VIOLENZA (FRAUEN GEGEN GEWALT), Violenza economica sulle donne, 2009,
http://www.provincia.bz.it/pariopportunita/pubblicazioni.asp?somepubl_action=300&somepubl_image_id=2249
07 (ultimo controllo 5/12/2013).
59
Uno degli stereotipi più diffusi che è necessario sfatare, è quello secondo cui durante la gravidanza una donna
sia più protetta dai maltrattamenti. Non è così. Stando alle statistiche e alle testimonianze delle donne vittime di
violenza, infatti, emerge che gli abusi continuano ininterrotti anche durante il periodo di gestazione, e che, anzi,
spesso gli atti violenti iniziano o divengono più frequenti proprio in gravidanza. La violenza in gravidanza ha,
naturalmente, conseguenze sia per la donna che per il feto. Per quanto riguarda la donna: possono aggravarsi
malattie croniche a causa dello stress o della depressione; aumenta il rischio di complicazioni durante la
gravidanza e/o il parto; possono manifestarsi altre patologie legate all’apparato riproduttivo. Per quanto concerne
il feto, invece, eventuali traumi al ventre materno possono avere come conseguenza l’aborto, il parto prematuro,
18
presenza di grosse cicatrici, lesioni ad organi interni, o paralisi60. Leggendo le testimonianze
delle donne vittime di maltrattamenti61, scopriamo che non è raro che esse portino per tutta la
vita le conseguenze delle percosse. Il alcuni casi estremi, questo genere di violenza può
portare alla morte della donna per mano del suo aggressore.
I traumi psicologici sono più subdoli e comportano spesso conseguenze negative sulla
salute fisica della donna, già di per sé compromessa dalle percosse.
Le donne vittime di maltrattamenti riportano elevati livelli di stress con la conseguente
insorgenza di malattie quali la sindrome da stress post-traumatico o la depressione62. Il primo
presenta diversi sintomi tra cui: disturbi del sonno e dell’alimentazione (che, ovviamente,
influiscono negativamente anche sul fisico); irritabilità; momenti di dissociazione dalla realtà
e apatia; difficoltà di concentrazione; reattività marcata agli stati d’allarme. La seconda,
invece, rende le donne che subiscono abusi più propense ad abusare di alcol, sostanze
stupefacenti e psicofarmaci, con tutte le conseguenze che ne derivano63. Spesso accade che,
durante la depressione, queste donne tentino il suicidio, anche più di una volta durante il corso
della relazione64.
2.2. Violenza psicologica
Con l’espressione violenza psicologica ci si riferisce a tutte le forme non fisiche di
maltrattamenti, che hanno effetti negativi sul benessere psicologico di una persona.
La violenza psicologica comprende varie tipologie di comportamenti che ledono
all’emotività di una persona, compromettendone la salute psicologica, come ad esempio: far
sentire il/la partner non amato/a, inferiore e senza valore; discriminarlo; minacciarlo (in
genere di sottrargli i figli, o di suicidarsi se dovesse andarsene); controllarlo in maniera
ossessiva, restringendo la sua autonomia economica e isolandolo da amici e famiglia. Tra le
il distacco della placenta, la morte del bambino; altri effetti negativi per il feto, infine, derivano dall’uso da parte
della donna di farmaci o altre sostanze vietati in gravidanza.
60
UNICEF, op. cit.
61
Si veda, ad esempio, le storie raccolte nel volume Questo non è amore o i romanzi autobiografici Lettere
scarlatte (di ) e Schiava di mio marito (di Themina Durrani).
62
UNICEF, op. cit.
63
La letteratura autobiografica ne è testimone.
64
Secondo il rapporto dell’UNICEF una donna che ha subito violenza, anche solo psicologica, ha dodici volte
più probabilità di tentare il suicidio rispetto ad una che non ha subito maltrattamenti nel corso della vita. Alcuni
studi svolti in Bangladesh, India, Perù, e USA, dimostrerebbero l’esistenza di una forte relazione tra violenza e
suicidio. Cfr.: UNICEF, op.cit..
19
forme di violenza psicologica più diffusa tra le donne possiamo ricordare: l’isolamento
(46,7%), il controllo ossessivo (40,7%), la violenza economica (30,7%), la denigrazione
(23,8%), le minacce (7,8%)65.
Questo tipo maltrattamento, che si rivela particolarmente insidioso poiché non lascia
tracce evidenti66, è subito da almeno 7 milioni di donne67. Di queste, come si è visto anche per
la violenza fisica, quasi la metà ha subito la violenza dal partner attuale e, nella maggior parte
dei casi, essa è stata accompagnata da varie forme di violenza fisica. Anche questo tipo di
violenza, quindi, si può mettere in relazione con la violenza domestica, di cui è parte
integrante.
Una pericolosa forma di violenza psicologica, che si può riscontrare soprattutto nelle
relazioni che sono terminate (ma non solo), è rappresentata dallo stalking, termine inglese che
si usa in riferimento a tutti quegli atti e atteggiamenti «che incutono timore alle donne,
perpetrati da un partner al momento o dopo la separazione»68. Questo tipo di violenza,
riconosciuta a livello normativo in Italia solo da pochi anni69, è spesso il segnale che indica la
possibilità di un tentativo di omicidio. Lo stalking comprende, fra le altre cose, pedinamenti,
minacce, appostamenti presso la residenza della donna il suo luogo di lavoro.
Altri tipi di violenza psicologica sono la violenza economica e la violenza spirituale.
Per quanto riguarda la violenza economica, essa comprende tutti quegli atteggiamenti
che mirano a produrre dipendenza economica o ad imporre impegni economici non voluti:
controllo dello stipendio della donna e/o delle entrate familiari impedendole qualsiasi
decisione in merito; obbligare la partner a lasciare il lavoro o a non trovarsene uno;
costrizione a firmare documenti o a intraprendere iniziative economiche contro la propria
volontà. Va ricordato, comunque, che questo tipo di violenza si manifesta già a partire dal
mondo del lavoro, e non è prerogativa assoluta dell’ambiente domestico. Infatti, «le donne
non solo mostrano tassi di occupazione minori, ma vengono pagate meno degli uomini, hanno
65
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2012/03/06/visualizza_new.html_128184439.html, cit.
Secondo quanto riportato dal rapporto dell’UNICEF. le vittime di maltrattamenti riferiscono che la violenza
psicologica è spesso più difficile da tollerare della brutalità fisica. Cfr.: UNICEF, op. cit.
67
Ibidem
68
BARLETTA R., FEDERICI A., MURATORE M. G., (a cura di), La violenza contro le donne . Indagine multiscopo
sulle famiglie “Sicurezza delle donne” anno 2006, Istat, Roma, 2008, p. 8.
69
Difatti, in Italia, il reato di stalking è stato disciplinato dal Decreto Legge del 23 febbraio 2009, n. 11,
convertito nella Legge n. 38 del 23 aprile 2009, che ha introdotto nel Codice Penale l’art. 612 bis, che stabilisce
una pena detentiva da sei mesi a quattro anni per «[…] chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta
taluno in modo da cagionare un perdurante stato di ansia o paura ovvero di ingenerare un fondato timore per
l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da
costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita » (comma 1).
66
20
più contratti part-time (in Alto Adige un terzo delle donne occupate contro il 4,1% dei
colleghi maschi), si accontentano spesso di lavori precari o in nero e sono maggiormente
colpite dalla disoccupazione […]. E questo, nonostante il più alto livello medio di istruzione
della popolazione femminile»70.
La violenza spirituale, invece, riguarda la distruzione dei valori e della fede religiosa
attraverso atti verbali denigranti e mira a costringere la donna a comportamenti contrari alle
sue credenze.
2.3. Molestie e violenza sessuale
Se violenza fisica e psicologica, come si è visto, hanno il loro ambito privilegiato -ma non
unico- tra le mura domestiche, lo stesso non si può dire per le molestie e la violenza sessuale,
che trovano terreno molto fertile anche al di fuori della casa71. A lavoro, per strada, al bar.
Ovunque vada una donna è esposta a questo tipo di violenza.
Esiste un’ampia gamma di comportamenti sessualmente lesivi: si va dall’esibizione di
parti intime, alla molestia verbale, allo stupro. Le forme più diffuse, stando alle statistiche,
sono: essere toccate contro la propria volontà, tentato stupro, stupro e rapporti sessuali
umilianti72.
Studiando la bibliografia critica ci si accorge che per gli studiosi dare una definizione
univoca e soddisfacente dei concetti di molestia sessuale e di violenza sessuale, non è affatto
semplice. Al contrario, risulta abbastanza difficoltoso perché si tratta di categorie altamente
mutabili, che cambiano in relazione al tempo e alla cultura di una società. Secondo J. Bourke,
infatti, i reati a sfondo sessuale sono ben radicati «in specifici ambienti politici, economici e
culturali»73.
È necessario anzitutto chiarire che, sebbene in questa sede si sia deciso di unirle sotto
uno stesso paragrafo, da un punto di vista giuridico violenza sessuale e molestie sessuali sono
due cose diverse. La distinzione tra le due risiede principalmente nel fatto che la prima si
70
CENTRO DONNE CONTRO LA VIOLENZA (FRAUEN GEGEN GEWALT), op. cit.
Peraltro va fatto notare che «Le vessazioni sessuali e lo stupro ad opera di un partner intimo non sono
considerati reato nella maggioranza dei paesi del mondo, e in molte società le donne non considerano il sesso
forzato come stupro se sono sposate, o coabitano, con chi glielo impone. Il presupposto è che una volta che la
donna si vincola con un contratto di matrimonio, il marito ha il diritto di avere accesso sessuale illimitato alla
moglie. Indagini svolte in molti paesi dimostrano che circa il 10-15 per cento delle donne riferisce di venire
costretta ad avere rapporti sessuali con il partner intimo contro la propria volontà». UNICEF, op. cit.
72
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2012/03/06/visualizza_new.html_128184439.html, cit.
73
BOURKE J., Stupro. Storia della violenza sessuale dal 1860 a oggi, Bari, Laterza, 2011, p. 7
71
21
caratterizza per l’imposizione di un comportamento indesiderato, al quale la vittima non ha la
possibilità di sottrarsi, con il fine di appagare il desiderio sessuale di chi la perpetra, mentre
nella seconda la vittima può sottrarsi.
Il Codice di condotta contro le molestie sessuali del nostro Ateneo, all’art. 2 fornisce
una definizione della categoria di molestia sessuale, stabilendo che:
Si definisce molestia sessuale ogni atto o comportamento indesiderato – fisico, verbale, non
verbale - a connotazione sessuale o fondato sul sesso, che offenda la libertà, la dignità e
l’inviolabilità della persona cui è rivolto […] Chi subisce la molestia stabilisce quale
comportamento può tollerare e quale considera offensivo o sconveniente. Di fatto è la natura
indesiderata e/o reiterata della molestia sessuale che distingue la stessa dal comportamento
amichevole, che è ben accetto e reciproco. 74
Il reato di molestia sessuale, quindi, si ha in presenza di espressioni volgari a sfondo
sessuale e di atti insistiti e indesiderati, diversi dall’abuso sessuale. Ciò che rende una
molestia molesta, è proprio il suo ossessivo ripetersi75.
Per la legge italiana (art. 26 del Decreto legislativo n. 198 del 200676) è necessario però
distinguere ulteriormente, considerando in modo separato le molestie che non hanno
attuazione fisica (art. 26 comma 1) dalle molestie sessuali vere e proprie (art. 26, comma 2).
Di conseguenza:

si considerano molestie tutti «quei comportamenti indesiderati, posti in essere per
ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una
lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante,
umiliante o offensivo».

con molestie sessuali, invece, ci si riferisce a «quei comportamenti indesiderati a
connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo
o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima
intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo».
74
http://www.unive.it/media/allegato/regolamenti/condotta.pdf, (ultimo controllo 27/11/2013).
DUCRET V., Molestie sessuali sul posto di lavoro. Guida pratica per le aziende, http://www.2eobservatoire.com/downloads/livres/livre3_b.pdf, (ultimo controllo 27/11/2013).
76
http://www.servizi.cgil.milano.it/ARCHIVIO/2008/2/D.Lgs.198_2006.pdf, (ultimo controllo 27/11/2013).
75
22
Secondo un’indagine ISTAT del 200677 che riguarda molestie e violenze sessuali, se si
considera il quadro genere delle donne che hanno subito molestie emerge che sono più a
rischio le ragazze giovani, tra i quattordici e i ventiquattro anni, seguite da quelle tra i
venticinque e i trentaquattro. È possibile osservare anche che la maggior parte degli atti
(58,2%) sono stati perpetrati da persone estranee.
Per quando riguarda invece la violenza sessuale, invece, l’Alto Commissariato delle
Nazioni Unite per i Rifugiati del 2003 ha stabilito che essa comprende «ogni azione, tentativo
o minaccia di natura sessuale che si risolva, o è probabile che si risolva, in un danno fisico,
psicologico ed emotivo»78.
Nella violenza sessuale, il perpetratore commette (o coinvolge le vittime) in atti di
natura sessuale mediante l’uso della forza, per mezzo di minacce, oppressione psicologica e
abuso di potere, o approfittando dell’incapacità consensuale di una persona. Essa comprende
quindi lo stupro79, il tentato stupro, la schiavitù sessuale e altre varie attività sessuali
degradanti e umilianti, ma anche la sterilizzazione e/o l’aborto forzati, l’uso coercitivo di
mezzi anticoncezionali e la selezione prenatale del sesso80.
Stabilita la materia di cui si sta parlando, è interessante notare due fatti.
Il primo è che la violenza sessuale si può verificare sia all’interno dell’ambiente
famigliare, sia in una comunità, fino, in certi casi, ad essere tollerata anche dallo Stato81.
Il secondo è che la risposta delle vittime di abusi o molestie sessuali dipende anche da
fattori come: il carattere della vittima e il suo livello di istruzione, l’età, la durata dell’abuso,
la presenza o meno di penetrazione, l’uso di altre forme di violenza da parte dell’autore, il
tipo di sostegno ricevuto in seguito, la paura di non essere credute o di non ricevere l’aiuto
necessario.
77
http://www3.istat.it/dati/catalogo/20060127_02/inf_05_33_molestie_violenze_sessuali_2002.pdf, (ultimo
controllo 27/11/2013).
78
ALTO COMMISSARIATO DELLE NAZIONI UNITE PER I RIFUGIATI, Violenza sessuale e di genere nei confronti di
rifugiati, rimpatriati e sfollati interni. Linee guida per la prevenzione e la risposta, maggio 2003,
https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=9&cad=rja&ved=0CHAQFjAI&url=http%
3A%2F%2Fwww.unhcr.it%2Fnews%2Fdownload%2F140%2F807%2F90%2Fviolenza-sessuale-e-digenere.html&ei=M_lUrnqJsbhywORv4L4CA&usg=AFQjCNFCmVR5oRlqa7fwLfCfTxYlE7dskw&sig2=S_CgB4km69rdqP5Kwm
V25Q&bvm=bv.57752919,d.ZGU; (ultimo controllo 05/12/2013).
79
Si parla di stupro quando il perpetratore invade una qualsiasi parte del corpo di una persona con oggetti
estranei o con una altra parte del corpo. Ibidem
80
Ricordiamo che in alcune zone del mondo, infatti, si uccidono i neonati di sesso femminile.
81
ALTO COMMISSARIATO DELLE NAZIONI UNITE PER I RIFUGIATI, op. cit.
23
2.3.1. Conseguenze della violenza sessuale
L’abuso di tipo sessuale può avere come conseguenza, oltre a un eventuale danno fisico,
diversi tipi di disturbi psicologici, nel lungo e nel breve periodo82.
Per quanto riguarda i problemi legati alla psiche, oltre al disturbo da stress posttraumatico83, accade spesso che le vittime di violenza sessuale cerchino di distanziarne il
ricordo, arrivando, in alcuni casi, a soffrire di amnesie temporanee.
Può accadere anche che la vittima sviluppi una bassa autostima e l’idea di non essere
meritevole di amore, ma anche una forte diffidenza e sfiducia nei confronti delle persone, in
particolare verso quelle dello stesso sesso dell’abusante.
La violenza sessuale (e a volte anche le molestie), inoltre, ha conseguenze anche sulla
sessualità. Si può citare, ad esempio: anorgasmia, difficoltà a lasciarsi andare, assenza di
sensazioni piacevoli o presenza di sensazioni piacevoli assieme a quelle spiacevoli, sensi di
colpa e di inadeguatezza eccessivi, sensazione di essere indegni o “sporchi”, assenza di
desiderio, disturbi dell’eccitazione, omosessualità di ripiego. Paradossalmente, può anche
portare anche ad una marcata promiscuità sessuale.
Possiamo ancora rilevare, sempre nella sfera psicologica, problemi interpersonali: la
sfiducia, le difficoltà sessuali, insieme a difficoltà nella gestione della rabbia e delle distanza
fra le persone comportano frequentemente problemi nella gestione delle relazioni
interpersonali. Anche problemi di ansia e depressione sono molto frequenti e possono
insorgere fin dall’infanzia.
Per quanto concerne i problemi legati alla salute fisica della vittima, invece, essi si
verificano generalmente nel caso di violenze sessuali e di penetrazione e comprendono
soprattutto lesioni, anche molto gravi, all’apparato riproduttore, gravidanze indesiderate e
malattie sessualmente trasmissibili (quali l’HIV, l’herpes genitale, il condiloma). Inoltre, può
essere rilevato che, come nei casi delle vittime di maltrattamenti, sono frequenti i casi di
vittime che presentano disturbi del sonno e dell’alimentazione, e finiscono per abusare di
alcool, farmaci o stupefacenti84.
82
GOISIS L., La violenza sessuale: profili storici e criminologici. Una storia di “genere”,
http://www.penalecontemporaneo.it/upload/1351611227Goisis_Violenza%20sessuale.pdf, (ultimo controllo
13/11/2013)
83
Per una definizione del problema si rimanda al paragrafo 2.1.
84
Un romanzo che illustra in modo esemplare tutte le conseguenze fisiche, e soprattutto psicologiche, della
violenza sessuale, è l’autobiografia di Samira Bellil, Via dall’inferno, analizzato nel terzo capitolo di questo
elaborato di tesi.
24
2.3.2. Lo stupro
Lo stupro, la cui definizione giuridica varia in realtà di Paese in Paese e di epoca in epoca85,
può essere definito, in modo semplice e generico come atto di non consensuale penetrazione
di una o più parti del corpo della vittima (comprese quindi anche la bocca e l’ano) con un
oggetto estraneo o con una parte del corpo dell’aggressore. Fondamentali sono quindi due
presupposti, come indica J. Brouke86: l’identificazione da parte della vittima di un atto come
sessuale, e la sua non consensualità. Da un punto di vista puramente statistico, l’indagine
ISTAT del 200687 ha rivelato che in Italia più di mezzo milione di donne hanno subito almeno
un tentativo di stupro o una violenza consumata; la maggior parte di esse al momento della
violenza aveva tra i 25 e i 44 anni.
Questo tipo di abuso rappresenta, in certo senso, un atto di appropriazione attraverso il
quale colui che lo compie cerca di ottenere il corpo della donna. «Gli stupratori letteralmente
invadono e cercano di conquistare il terreno sessuale delle loro vittime e – trasformando il
«no» di lei nel «sì» di lui – cercano di trionfare anche sul loro territorio sociale»88.
Secondo la femminista Susan Brownmiller89, le donne vengono addestrate ad essere
vittime di violenza carnale e la stessa conoscenza del significato del termine “stupro” significa
prendere coscienza sia dei rapporti di potere che intercorrono tra uomo e donna, sia della
posizione subordinata di quest’ultima. Secondo l’autrice, il fatto che alcuni uomini violentino
è per sé «una minaccia sufficiente a mantenere tutte le donne in uno stato costante di
intimidazione, eternamente consapevoli del fatto che lo strumento biologico […] con
improvvisa rapidità può trasformarsi in un’arma minacciosa»90.
È interessante notare anche che lo stupro è stato per molto tempo caratterizzato anche da
alcuni miti91, ben radicati nell’immaginario collettivo, alcuni dei quali non sono stati ancora
completamente sfatati. Tra di essi possiamo ricordare:

l’idea che lo stupratore sia una persona malata mentalmente, uno psicopatico.
85
BOURKE J., op. cit., p. 8
Ibidem
87
http://www3.istat.it/dati/catalogo/20060127_02/inf_05_33_molestie_violenze_sessuali_2002.pdf, cit.
88
BOURKE J., op. cit., p. 6
89
BROWNMILLER S., op. cit., pp.391-393
90
Ivi., p. 255
91
Il concetto dei miti sullo stupro fu introdotto negli anni Settanta dalle indagini sociologiche e dalla critica
femminista. Cfr. BRIONES R. E., Rape attitude and beliefs. A replication study, pp. 19-23, (ultimo controllo
11/12/2013). Gli studiosi Fitzgerald e Lonsway nel 1994 definirono i miti dello stupro come delle «attitudes and
beliefs that are generally false but are widely and persistently held, and that serve to deny and justify male sexual
aggression against women». Io cito da Ivi p. 21.
86
25
Questa mito è stato per molto tempo alimentato anche dalla psicanalisi, in
particolare quella freudiana, sulla quale si basavano i criminologhi. Lo
stupratore, quindi, diventava nell’immaginario collettivo la «vittima di un
“impulso incontrollabile” provvisto di un carattere “infantile”, risultato della
frustrazione di un impulso “naturale” ad avere rapporti sessuali con la propria
madre. Il suo atto di stupro era una “reazione eccessiva di tipo nevrotico” che
derivava dai suoi “sentimenti di inadeguatezza”»92. In realtà non è così: come
dimostrano ricerche sociologiche basate su dati statistici, nella maggior parte dei
casi lo stupratore è un uomo normalissimo. Potrebbe essere anche il ragazzo
della porta accanto;

la convinzione che le donne desiderino (inconsciamente) essere violentate e che
provino piacere durante lo stupro. Per gli stupratori il loro rifiuto equivale ad
una tacita accondiscendenza si immaginano di vedere cose che non esistono.
Come scambi di sguardi, ammiccamenti, e così via;. Il motivo ispiratore di
questo mito, anch’esso per lungo tempo alimentato dalla psicanalisi freudiana93,
è la convinzione che «le donne «lo» vogliono, e più l’uomo è «appassionato»,
meglio è»94. Qui si entra anche nel merito della difficile questione della
consensualità. Ricordiamo a tal riguardo che ancora a ridosso degli anni ’70
alcuni studiosi, come Hugo Paul95, ritenevano che non si potesse considerare
realmente stupro il sesso forzato con una donna ritardata mentalmente, o con
minore.

l’idea che nessuna donna possa essere stuprata contro la sua volontà96. Ciò si
ricollega al mito precedente, in quanto lascia intendere che se una donna viene
violentata, è perché lo desidera;

l’idea che le donne mentano sullo stupro per vendicarsi degli uomini97. In realtà,
le statistiche hanno dimostrato che le donne sono restie a denunciare gli stupri e,
nella maggior parte dei casi, non lo fanno;
92
BROWNMILLER S., op. cit., p 220
Si ricorda che nel 1924 Freud pubblicò il saggio Il problema economico del masochismo in cui teorizzava
l’innato masochismo femminile. Le donne, per Freud e per i suoi seguaci, bramano il dolore.
94
BOURKE J., op. cit., p. 8
95
Citato Ibidem
96
BRIONES R. E., op. cit., p. 20.
97
Ibidem. Il mito in questione, cha fa della donna un essere bugiardo, scaltro e vendicativo, peraltro, è
antichissimo: un esempio lo si trova nel racconto biblico di Giuseppe e Putifarre.
93
26

la connvinzione che in qualcche modo la
a donna si sia
s cercata la violenza carnale
che ha
h subito, ch
he se la siaa voluta. Lee donne son
no state a luungo, e spessso sono
tuttorra, consideraate colpevooli anche see vittime. Un
U esempio di questo fatto
f
può
esseree che, comee fa notare Brouke, «D
Da una parrte si pensaa che il con
nsumo di
alcol renda le do
onne più ressponsabili del loro stupro […] Dalll’altra, si pensa che
il connsumo di alccol renda glli uomini meeno responssabili delle lloro azioni»
»98. Altri
fattorri che alimeentano la ccolpevolezzza di una donna
d
nel ssuo stupro sono: il
camm
minare da sole di nottee, l’uscire da sole, l’iindossare m
minigonne o maglie
scollaate, il truccarsi. In rrealtà, se anche
a
le donne giras sero per le strade
accom
mpagnate e indossandoo il burka sarebbero comunque
c
ppossibili viittime di
stuproo.
a. Stuprro di gruppoo
Un casoo particolarm
mente brutaale di stuproo è rappreseentato da qu
uello di gruuppo, ovverro quello
perpetraato da più individui
i
aii danni di uuna singola persona. In
n questo tippo di aggressione il
vantagggio numericco sancisce inevitabilm
mente anchee il vantagg
gio fisico deegli aggresssori, che
non sem
mpre nelle aggressioni
a
da
d parte di uun singolo individuo
i
è scontata.
I membri deel gruppo, in genere,, ubbidisco
ono al dogm
ma del maachismo, deel quale
l’aggresssività sessuuale è espreessione, e teendono a creeare tra loro
o una sorta di alleanza ai danni
della vittima99. A tal
t riguardo
o la Browmiiller riportaa uno studio
o svolto dalllo psicolog
go W. H.
Blanchaard100, su duue gruppi di
d ragazzi chhe avevano commesso degli stuprri, nel qualee emerse
che all’interno deii gruppi di stupratori vvi è una fo
orte gerarch
hia e che m
molto spesso
o, alcuni
ragazzi,, commettoono violenzaa solo per imitare le “gesta” dell leader101, e che il leeader, in
presenza degli alttri membri del gruppoo, è stimollato sessuallmente perr dimostraree la sua
mascoliinità.
Sppesso accadde che, duraante gli stuppri di grupp
po, le vittim
me oltre a suubire la violenza da
parte di più individdui, siano co
ostrette a sub
ubire anche altre
a
umiliazioni.
98
BOURK
KE J., op. cit., p.
p 8
Sul piiano letterarioo, anche in questo caso puuò essere interessante la testimonianza
t
a di Samira Bellil
B
(Via
dall’inferrno) circa gli stupri
s
di grupp
po nei sobborgghi francesi.
100
Lo sttudio in quesstione risale al
a 1957, perttanto è datato
o, ma può esssere utile ciitarlo ugualm
mente. Cfr.
BROWNM
MILLER S., op. cit., pp. 231-2
236
101
«Il cappo tende a divventare il depo
ositario e il coompendio dellle qualità mag
ggiormente vaalutate dal gru
uppo. Tutti
i membri devono compportarsi in modo da affermaare queste quaalità». Cito da Ivi, p 239
99
27
Seecondo Sussane Brown
nmiller «Loo stupro di
d gruppo non
n rappressenta una semplice
s
conquissta di una donna
d
da parte di un uomo, ma la conquistta della Doonna da parrte degli
uomini»»102.
b. Stuprri di massa: la violenzaa sessuale coome strategiia di guerra
…] il linguagggio dell’attaccco militare – aassalto, impa
atto, spinta, peenetrazione – è sempre staato
[…
fattto coincideree con quello del
d rapporto ssessuale. […] Fin dagli inizi, si è capitoo benissimo che
c
unna campagna militare
m
vittoriiosa promette sia lo stupro sia il bottino1003.
Così scrrive Paul Fuussel nel suo
o libro La ggrande guerrra e la mem
moria moderrna.
Inn effetti, guuerra e sesssualità sonoo strettamen
nte collegate tra loro1104. Tranne qualche
eccezionne, le donnne sono statte escluse ddall’attività militare, allla quale haanno avuto accesso
solo neggli ultimi deecenni; ciò non
n ha signnificato però
ò anche la lo
oro esclusioone dai confflitti, nei
quali rivvestono speesso il ruolo di vittime ssessuali105.
Laa violenza sessuale è stata da sem
mpre frequeentemente usata
u
comee strategia di
d guerra
atta a ddemoralizzaare, mortificcare e terrorrizzare il nemico,
n
e baasata sul faatto che, fin
no a non
molti annni fa, gli esserciti erano
o in ogni paarte del mon
ndo costituitti di uominii106.
Loo stupro di guerra è «““stupro polittico”, volto non a eliminare il nem
mico in sé ma
m anche
il suo saangue, le geenerazioni future
f
– tant
nto che spesso ricorre ill termine “aannientamen
nto”»107.
Esso si distingue da
d quello di gruppo e daa quello ind
dividuale, perché è perppetrato da gruppi
g
di
militari (regolari e non), e aggravato,, oltre chee dalla plu
uralità deglli aggressorri, dalla
consapeevolezza deii capi politici/militari cche lo hanno
o adottato come strateggia108.
N
Non sarà neccessario, perr portare deegli esempi di stupri dii guerra, anndare molto indietro
102
Ivi, p 2230
FUSSEEL P., La grandde guerra e la
a memoria mooderna, Bologn
na, Il Mulino, 2005, p. 354
104
Si pennsi, ad esemppio, anche al fatto che sppesso nelle prropagande di guerra accadde che una deeterminata
nazione vvenga presentaata come una donna violenttata dallo stran
niero.
105
BROW
WNMILLER S., op.cit., pp. 30-42,
3
ritiene che lo stupro
o di una donn
na durante unn conflitto siaa un modo
ulteriore per il vincitoore di rimarcarre la sua vittooria. Il corpo delle donne diviene così iil campo di battaglia,
b
e
l’atto com
mpiuto su di esse un messag
ggio di sconfittta per i loro uomini.
u
106
BATTIISTELLI F., Guuerrieri ingiussti. Inconscio maschile, org
ganizzazione militare e soccietà nelle vio
olenze alle
donne in guerra, in A..A. V.V., Stupri di guerra. L
La violenza di
d massa contrro le donne nnel Novecento;; a cura di
FLORES M
M., con il patroocinio di Amn
nesty Internatiional, Milano, Franco Angeeli Editore, 20010
107
DI PALLMA S. V., Loo stupro comee arma contro le donne: l’exx Jugoslavia,iil Rwanda e ll’area dei Gra
andi Laghi
africani, in A.A. V.V., Stupri
S
di guerrra…, cit.
108
BATTIISTELLI F., op.. cit.,
103
28
nel tempo perché anche la storia contemporanea ne è costellata.
Si pensi, ad esempio, oltre a quelli avvenuti del corso della prima e della seconda guerra
mondiale, agli stupri perpetrati nell’ex Jugoslavia tra il 1991 e il 1995, ad opera dei soldati
serbi109. Le vittime furono in particolare donne croate e bosniache; molte di esse furono
uccise, mentre i loro assalitori sono ancora liberi e in alcuni casi ricoprono cariche
pubbliche110. Lo stupro di massa, in questo caso, assunse anche una connotazione di rito di
iniziazione dal quale non ci si poteva sottrarre senza diventare a propria volta vittime di
umiliazioni. Lo scopo era distruggere la comunità musulmana attraverso la “distruzione” le
donne, giovani e adolescenti in particolare, e l’umiliazione dei loro familiari.
Altro esempio sono gli stupri di guerra perpetrati in tutta la latino America negli ultimi
quarant’anni del Novecento, durante le guerre per la liberazione dalle dittature. Essi, che
rappresentano solo una parte delle atroci violenze sessuali commesse, si svolgevano in
particolare nel corso delle incursioni, dei massacri delle comunità locali e degli «spostamenti
forzati della popolazione»111. In Perù, ad esempio, «nella prima parte del conflitto, gli stupri
di massa, l’asportazione di parti del corpo e poi l’assassinio è una pratica generalizzata
durante le incursioni per liberare le zone occupate dai guerriglieri e nel contesto dei massacri
perpetrati contro la comunità quechua»112.
Infine, ricordiamo gli stupri di massa che tuttora si svolgono in alcuni Paesi dell’Africa,
come il Congo e il Rwanda. Nonostante la guerra, iniziata nel 1998, sia terminata nel 2003, le
violenze nell’area dei Grandi Laghi continuano tuttora, perché sono presenti ancora fazioni
attive. Nella zona della Repubblica Democratica del Congo, la violenza sessuale riguarda tutte
le parti coinvolte, dai soldati rwandesi, ai ribelli del Burundi, ai militari della missione Monuc
delle Nazioni Unite. Qui gli stupri di massa vengono usati come strategia per dissuadere le
popolazioni locali dall’appoggiare i combattenti nemici. Sono moltissime le donne che hanno
109
In ambito letterario la questione degli stupri di guerra nella ex Jugoslavia viene affrontata da Marco Magini
nel suo romanzo Come fossi solo (finalista al premio Calvino), dedicato alla strage di Srebrenica del ’95: «Non
faccio in tempo a ribattere che la nostra attenzione si sposta su un ronzio alle nostre spalle. Una cerchia di soldati
avanza a scatti urlando intorno a qualcosa che dalla nostra posizione non riesco a distinguere. Sembrano puntare
verso una stalla, cinquanta metri davanti a noi, alla nostra destra. A una decina di metri il mistero è svelato. È
una donna. La intravedo appena, si divincola stanca tra le braccia dei soldati, […] ha i vestiti laceri, urla tra le
risa generali, grida nel vedere la stalla come un agnello davanti al mattatoio. […] Piange carponi a pochi metri
dal suo patibolo, quando due soldati la afferrano per le braccia e la trascinano dentro. “Perché ti lamenti? Stasera
ti faremo una donna serva, dovresti esserne onorata.” Risate della truppa». MAGINI M., Come fossi solo, Firenze,
Giunti, 2014, pp. 105-106
110
DI PALMA S. V., op. cit.
111
CALANDRA B., STABILI M. R., Violenze di genere e stupri di massa in America latina, in A.A. V.V., Stupri di
guerra…, cit., p. 93
112
Ivi., p. 96
29
dovuto subire interventi di chirurgia plastica alle zone genitali a causa degli stupri ripetuti113.
2.3.2. Schiavitù sessuale
Secondo le convenzioni internazionali, il termine schiavitù indica la condizione in cui si trova
un individuo sul quale sia esercitato, anche in parte, il diritto di proprietà114. Essa è
considerata un crimine contro l’umanità115. Assimilabile alla schiavitù è la servitù, termine
usato per individuare diversi tipi di situazioni (ad esempio: la servitù per debito; il matrimonio
combinato; la cessione di un minore di diciotto anni o di una donna a terzi, gratuitamente o
dietro compenso, per permetterne lo sfruttamento)116.
Anche se la schiavitù è stata abolita sul piano giuridico, essa non è mai venuta meno117,
e, anzi, a partire dagli anni Settanta si è riaffermata attraverso forme vecchie e nuove118, in
particolare nei Paesi in cui è stata introdotta «un’economia capitalistica avanzata e una
maggiore apertura al mercato internazionale»119. Queste nuove forme di schiavitù sono, di
norma, accompagnate dal fenomeno del traffico di persone.
In particolare, sembra essere aumentato il traffico di persone a scopo sessuale120. Esso è,
infatti, un fenomeno diffuso su scala mondiale che coinvolge milioni di donne e di minori121 e
che, sempre più, assume i caratteri di una «vera e propria industria del sesso che sfrutta da una
113
DI PALMA S. V., op. cit.
DEGANI P., DE STEFANI P., MASCIA M, Le nuove schiavitù e il traffico di esseri umani. Sfruttamento sessuale,
migrazioni, diritti umani nel diritto internazionale, Regione Veneto - Comune di Padova,
http://www.associazionedirittiumani.it/materiali/nuove_schiavitu_traffico_esseri_umani.pdf, (ultimo controllo
27/11/2013).
115
DEGANI P., Traffico di persone, sfruttamento sessuale, diritti umani. Interpretazioni, monitoraggio e politiche
di contrasto nell’azione della comunità internazionale, Padova, CLEUP scarl, 2003, p. 42
116
DEGANI P., DE STEFANI P., MASCIA M, op. cit.
117
Si può citare, ad esempio, il caso dello sfruttamento sessuale nel sud-est asiatico durante la Secondo guerra
mondiale, per il quale rimandiamo alla lettura di ODETTI M. A., Jūgun ianfu (Comfort women). La schiavitù
sessuale nel sud-est asiatico durante la Seconda guerra mondiale e la memoria femminile,
http://www.unive.it/media/allegato/dep/Ricerche/4_Jugun_janfu.pdf, (ultimo controllo 27/11/2013)
118
La letteratura si affronta anche questo fenomeno. Si pensi all’autobiografia di NAZER M., LEWIS D., Schiava.
Senza nome, senza diritti, senza dignità, Milano, Sperling & Kupfer, 2005, che racconta di come l’autrice sia
stata venduta come schiava (arrivando anche in Inghilterra), violentata, sfruttata e picchiata per lunghi anni.
119
DEGANI P., op. cit., p. 42
120
Le persone sfruttate sessualmente vengono, di norma, sottoposte a diverse forme di violenze fisiche e
psicologiche (come ricatti, inganni, maltrattamenti) con il fine di mantenerle assoggettate.
121
In letteratura il problema del traffico di persone con scopi sessuali viene affrontato, ad esempio, nel romanzo
La ragazza che giocava col fuoco di Stieg Larsson, ma anche da in alcune opere di Massimo Carlotto (tra cui
L’amore del bandito, Alla fine di un giorno noioso, e Kesnia – romanzo appartenente al ciclo Le vendicatrici e
scritto assieme a Marco Videtta).
114
30
parte la povertà disperata […], dall’altra il sessismo e il razzismo di tanti uomini, per lo più
occidentali»122. Il fatto che coinvolga donne e minori, lo rende quindi una manifestazione
della disparità tra i sessi.
Le donne che vengono introdotte nel traffico sessuale sono spesso coinvolte
inizialmente nella produzione pornografica «a scopo ricattatorio ed “educazionale”»123, e solo
in seguito sono avviate alla prostituzione. Gli sfruttatori, per mantenere con le loro vittime un
rapporto di asservimento, si avvalgono spesso di violenza fisica, sessuale e psicologica,
coercizione, uso forzato di sostanze stupefacenti o alcol, limitazione delle libertà personali.
Della violenza, essi si avvalgono anche per punire le donne per i loro scarsi rendimenti o per
eliminare ogni speranza di fuga. Queste condizioni di segregazione sono in molti casi
aggravate da leggi nazionali che escludono queste donne dalla possibilità di far valere i propri
diritti di lavoratrici e/o cittadine124 e dal fatto che in molti Paesi la polizia e le autorità che
dovrebbero proteggerle sono corrotte.
A riguardo dell’eliminazione della tratta di persone e dello sfruttamento della
prostituzione, le Nazioni Unite, già nel 1949, dichiaravano che:
La prostituzione e il male che l’accompagna, vale a dire la tratta degli esseri umani ai fini della
prostituzione, sono incompatibili con la dignità ed il valore della persona umana e mettono in
125
pericolo il benessere dell’individuo, della famiglia e della comunità
.
Gli stati che aderirono al trattato stipulato in quell’anno adottarono quello che è definito
modello abolizionista, in base al quale il reato non è commesso da chi si prostituisce ma da
chi trae vantaggio dalla prostituzione126. Si impegnarono quindi ad abolire le
regolamentazioni sulla prostituzione e le case di tolleranza, a punire lo sfruttamento delle
donne perseguendo chiunque avvii una persona alla prostituzione, nonostante l’eventuale
consensualità, o che finanzi e/o diriga una “casa chiusa”127.
122
DEGANI P., op. cit., p. 14
Ivi, p. 42
124
Questo vale in particolare per le immigrate clandestine e per quelle donne che, anche se non sono clandestine,
vengono sottoposte a violenze e costrette a vendere prestazioni sessuali. DEGANI P., DE STEFANI P., MASCIA M,
op. cit.
125
Io cito da DEGANI P., DE STEFANI P., MASCIA M, op. cit.. Il testo è consultabile on-line: http://unipdcentrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali/Convenzione-sulla-soppressione-del-traffico-di-persone-e-losfruttamento-della-prostituzione-altrui-1949/77 (ultimo controllo 5/12/2013)
126
DEGANI P., DE STEFANI P., MASCIA M, op. cit.
127
Ibidem. Ricordiamo che oltre al modello abolizionista esistono anche altri modi di approccio alla
prostituzione, di cui i più importanti sono: il proibizionismo ed il regolamentarismo. Il primo, che tende a
123
31
Successivamente, le implicazioni della prostituzione e del traffico di persone sono state
prese in considerazione durante la conferenza sui diritti umani delle Nazioni Unite, tenutasi a
Vienna nel 1993128, e nella IV Conferenza mondiale sulle donne, svoltasi a Pechino nel 1995.
2.3. Violenza culturale: l’esempio delle mutilazioni genitali
La violenza culturale, si è detto in precedenza, riguarda tutti quelle sfere della cultura che
possono essere usate come giustificazione della violenza di genere e che la favoriscono. La
violenza culturale, infatti, fa sembrare la violenza qualcosa di giusto, o, quantomeno, non
sbagliata129.
Si noti che nella violenza culturale le donne non sono solo vittime ma, spesso, anche
aguzzini. Un esempio pratico di ciò è la pratica della mutilazione genitale femminile130 (nota
anche come MGF), favorita e giustificata dalla violenza culturale, diffusa in particolare nei
Paesi africani e di religione islamica, ed operata principalmente dalle levatrici o dalle
“ostetriche”131.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità le mutilazioni genitali comprendono
sia la rimozione (parziale o totale) dei genitali femminili esterni, sia altri tipi di modificazioni
criminalizzare le prostitute, prevede il divieto di vendita di prestazioni sessuali e l’eventuale sanzionamento del
cliente. Il secondo, invece, cerca di regolamentare attraverso leggi e controlli la prostituzione ed è attualmente in
uso in alcuni Paesi dell’Unione Europea. Va comunque detto che nessuno di questi modelli viene applicato in
purezza.
128
Il testo della Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne è consultabile on-line
all’indirizzo: http://unipd-centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali/Dichiarazione-sulleliminazione-dellaviolenza-contro-le-donne-1993/27, (ultimo controllo 5/12/2013)
129
Un modo in cui la violenza culturale opera è cambiando il colore morale di un atto: da sbagliato a giusto (o
almeno accettabile): un esempio è quello di uccidere in nome della nazione - che viene considerato giusto,
mentre uccidere a nome proprio viene considerato sbagliato.
130
La questione delle MGF viene affrontata bene nel libro autobiografico di Igiaba Scego, La mia casa è dove
sono. Scrive l’autrice: «Mamma della boscaglia ha tutti ricordi dolci, tranne uno: il giorno in cui la infibularono.
All’inizio registrò solo il dolore. Poi con gli anni, da sola, capì che quello che le era stato fatto era una
mostruosità. Mamma non serva rancore. Mi ha sempre detto: “Si faceva. Era tradizione. Nessuno aveva detto ai
miei genitori, ai loro genitori, che era una tradizione crudele, non prescritta dalla nostra religione”. Aveva circa
otto anni, la mia mamma. Come vuole la tradizione le fecero fare un bagno e le donne si misero a cantare per lei.
[…] Tutto avvenne senza anestesia; mamma non dimenticherà mai quel dolore fortissimo. […] Al termine le
vennero legati i fianchi e stette così per circa una settimana, doveva dare il tempo alla ferita di cicatrizzarsi. Io
ogni volta mi chiedo cosa sia scattato dentro mia madre in quel momento. Come ha fatto a capire che quello che
le stavano facendo era profondamente sbagliato. Avrebbe saputo solo anni dopo che la pratica non era frutto di
una legge religiosa: nessuna prescrizione del Libro obbliga i fedeli a questa pratica. Era solo una stortura della
storia. […] Io mi immagino […] che la decisione di essere contro quel dolore sia stata immediata». SCEGO I., La
mia casa è dove sono, Rizzoli, Milano, 2012, pp. 64-65.
131
http://www.unicef.it/doc/371/mutilazioni-genitali-femminili.htm, (ultimo controllo 5/12/2013)
32
agli stessi132. In entrambi i casi, le mutilazioni genitali rappresentano un fatto estremamente
traumatico, che ha gravi conseguenze sulla salute fisica, psicologica e sessuale delle bambine
e delle ragazze. L’Unicef le considera «una palese violazione dei diritti della donna»133, in
quanto pratiche discriminatorie che violano il diritto delle bambine e delle donne alla salute
«alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani»134,
come sarebbe previsto dal diritto internazionale.
Le motivazioni culturali che spingono le donne a praticare le mutilazioni ai genitali
delle bambine e delle ragazze sono diverse e variano da zona a zona. Ad esempio troviamo135:
•
ragioni sociali. Si crede che la rimozione del clitoride permetta alle donne di
raggiungere la maturità sociale, diventando in questo modo un componente a pieno
titolo della comunità di appartenenza;
•
ragioni “igieniche” e “sanitarie”. In alcune zone si crede che i genitali femminili
siano sporchi e portatori di infezioni, la loro rimozione renderebbe quindi la donna più
pulita e meno soggetta a malattie136. Inoltre è diffusa anche l’idea che la mutilazione
favorisca sia la fertilità della donna, sia la sopravvivenza del bambino al parto;
•
ragioni estetiche. Molto spesso i genitali femminili sono rimossi per rendere la donna
“più bella” esteticamente, in quanto sono considerati “brutti” ed “osceni”;
•
ragioni religiose. Sono in molti, nei paesi islamici, a pensare che le MGF siano
prescritte dal Corano e che rendano la donna più pura;
•
ragioni sessuali. Le mutilazioni genitali femminili sono praticate anche per ridurre, o
soggiogare, la sessualità femminile: si crede infatti che prevengano un’eccessiva
crescita del clitoride, alla quale corrisponderebbe anche un aumento del desiderio
sessuale. È opinione diffusa, inoltre, che le MGF servano a preservare la verginità
delle donne.
132
http://www.who.int/bulletin/volumes/88/4/09-064808/en, (ultimo controllo 5/12/2013). In particolare sono
stati classificati i seguenti tipi: clitoridectomia (asportazione del clitoride); escissione (rimozione del clitoride e
delle piccole labbra- parziale o totale- , a volte prevede anche l’asportazione delle grandi labbra); infibulazione
(taglio e avvicinamento delle piccole e/o grandi labbra, con lo scopo di ridurre l’orifizio vaginale; può
comprendere la rimozione del clitoride); altre, varie procedure dannose che non hanno scopo medico (punture,
perforazioni e/o incisioni a clitoride e labbra; allungamento di clitoride o labbra; abrasione e/o incisione del
tessuto vaginale; uso di sostanze per provocare il restringimento della vagina).
133
http://www.unicef.it/doc/371/mutilazioni-genitali-femminili.htm, cit. (grassetto nel testo)
134
Ibidem
135
http://www.osservatoriopedofilia.gov.it/dpo/it/mutilazioni_genitali_femminili.wp;jsessionid=1E5E9596040
D117D8397640725FC2AEF.dpo1,
(ultimo
controllo
5/12/2013).
Si
veda
anche:
http://www.unicef.it/doc/371/mutilazioni-genitali-femminili.htm, cit.
136
In realtà, com’è noto, accade l’esatto contrario.
33
Per quanto riguarda la diffusione del fenomeno, l’O.M.S. e l’Unicef hanno stimato che
sono circa 140 milioni le bambine e le donne nel mondo che hanno subito mutilazioni ai
genitali137. È stato stimato anche che la maggior parte di esse viene praticata su bambine e
ragazze tra i 4 e i 14 anni138; tuttavia, in alcuni Paesi (come il Mali, l’Eritrea e lo Yemen)
vengono operate anche su bambine appena nate o, comunque, che hanno meno di un anno di
vita.
Sul sito dell’Unicef139 sono riportate anche le conseguenze delle MGF sulle bambine
che vi sono sottoposte, sia sul breve che sul lungo periodo.
Tra le conseguenze sul breve periodo va ricordato lo stato di shock in cui entrano molte
ragazze dopo la mutilazione, dovuto al grave trauma e al dolore provati. Nel caso peggiore,
però, queste bambine possono morire a causa di uno shock emorragico o neurogenico (cioè
provocato dal dolore e dal trauma), oppure per una infezione generalizzata.
Tra le conseguenze sul lungo periodo, invece, sono annoverate: «formazione di ascessi
calcoli e cisti; crescita abnorme del tessuto cicatriziale; infezioni e ostruzioni croniche del
tratto urinario e della pelvi; forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali; maggiore
vulnerabilità all’infezione da HIV/AIDS; epatite e altre malattie veicolate dal sangue;
infertilità; incontinenza; maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o
emorragia al momento del parto»140.
2.4. Violenza di genere come sistema di marketing
Dopo aver trattato le forme più diffuse di violenza contro le donne, è doveroso prendere in
considerazione quella che si configura come una vera e propria forma di violenza di genere,
più subdola e attualmente non riconosciuta come tale dalla legge e tenuta troppo poco in
considerazione.
Si tratta di quello che potrebbe essere definito, forse, “marketing ginocida” e comprende
tutte quegli spot che usano la violenza di genere come mezzo per commercializzare i loro
prodotti. Sono campagne pubblicitarie di pessimo gusto che utilizzano immagini di donne
vittimizzate, picchiate, molestate, legate, calpestate, spinte dalle scale, uccise, violentate, ecc.
Spesso queste immagini di donne (o di parti del corpo femminile) sono accostate a pose
137
http://www.who.int/bulletin/volumes/88/4/09-064808/en, cit.
http://www.unicef.it/doc/433/mutilazioni-genitali-ed-et-delle-bambine.htm, (ultimo controllo 5/12/2013)
139
http://www.unicef.it/doc/371/mutilazioni-genitali-femminili.htm, cit.
140
Ibidem
138
34
sensuali ed erotiche, o ad altri tipi di riferimenti commerciali. Sono decenni che in Italia la
pubblicità sfrutta e strumentalizza il corpo femminile, ma da qualche anno si è scesi quasi a
toccare il fondo del baratro. Il fenomeno del sessismo in pubblicità peggiora ogni giorno.
Questo argomento merita di essere esposto, per quanto brevemente, in questa sede per
due ragioni. Anzitutto, queste immagini veicolano un’idea distorta di “normalità” a riguardo
della violenza di genere. Esse, non appartenendo ad un ambito di ricerca specifico o a
campagne di sensibilizzazione in cui si mira a combattere la violenza, trasmettono messaggi
sbagliati facendosi promotrici del fatto che una donna va considerata poco più che un oggetto
di cui l’uomo può disporre a suo piacimento141, può anche stuprarla o ucciderla, proprio
perché, si sa, con un oggetto si può fare ciò che si vuole. Lo si può rompere e buttare.
In secondo luogo perché se si viene ripetutamente bombardati da immagini di questo
tipo si finisce per non comprenderne più la brutalità. Come scrive Degani: «Le immagini di
violenza contro le donne nei mezzi di comunicazione di massa, in particolare quelle che
rappresentano lo stupro e la schiavitù sessuale, soprattutto l’uso delle donne e delle bambine
come oggetti sessuali, inclusa la pornografia, sono fattori che contribuiscono alla perdurante
presenza di tale violenza, influenzando negativamente il pubblico in generale e i giovani e i
bambini in particolare»142.
Data l’importanza che riteniamo abbia una ferma e determinata azione per contrastare la
mercificazione della donna e della violenza di genere, ricordiamo che sul sito del
Dipartimento per le pari opportunità143 c’è la possibilità di segnalare tutte le pubblicità lesive
verso le donne. Il 31 gennaio 2012, infatti, il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali,
Elsa Fornero, e il Presidente dell’Istituto dell’autodisciplina Pubblicitaria (IAP), Giorgio
Floridia, hanno firmato il Protocollo d’Intesa144. Esso:
[…] parte dall’assunto che le norme del Codice di Autodisciplina consentono agli organi
autodisciplinari di attivare un controllo efficace sulla comunicazione commerciale per evitare che
venga offesa la dignità delle donne […] Grazie a questo accordo il Dipartimento per le Pari
Opportunità, potrà chiedere il ritiro di una pubblicità, anche su segnalazione, che svilisce
l’immagine della donna o che contiene immagini o rappresentazioni di violenza contro le donne o
che incitano ad atti di violenza sulle donne. […] Le segnalazioni possono essere inviate tramite
141
Proprio come nel Medioevo, quando era d’uso il matrimonio per rapimento. Vedi l’inizio del presente
capitolo.
142
DEGANI P., op. cit., p. 44
143
http://www.pariopportunita.gov.it/index.php/primo-piano/2258-pubblicita-e-donne-accordo-con-iap-perritirare-quelle-offensive, (ultimo controllo 21/11/2013).
144
http://www.pariopportunita.gov.it/images/protocollo_iap_31gennaio2013).pdf, (ultimo controllo 21/11/2013).
35
email all’Ufficio relazioni con il pubblico del Dipartimento per le Pari Opportunità, all’indirizzo
serep@pariopportunita.gov.it.
Di seguito sono stati analizzati tre esempi di pubblicità che sfruttano la violenza (o
l’idea di violenza) sulle donne, ordinati, seguendo un criterio cronologico, dal meno recente al
più recente. Si è volutamente deciso di tralasciare pubblicità risalenti alla prima metà del
secolo scorso, come quella di Mr. Leggs145 nella quale il maschilismo, il razzismo e la
violenza di genere regnano sovrane, perché sintomatiche di una società che considerava
normali determinati tipi di comportamenti. Sembra quasi che, con questo revival di pubblicità
violente, si cerchi di re-introdurre l’idea di normalità della violenza di genere.
L’elenco, in verità, potrebbe essere molto più lungo, ma una trattazione più
approfondita del problema esula da ciò che ci si è proposti di fare in questo lavoro. Il caso
delle pubblicità che sfruttano la violenza contro le donne (e delle pubblicità sessiste in genere)
meriterebbe una trattazione più ampia, in un lavoro ad esso interamente dedicato.
2.3.1. Dolce & Gabbana e lo stupro di gruppo
Nel 2007 il noto marchio d’abbigliamento Dolce & Gabbana propose una pubblicità che
allude a uno stupro (o, meglio, ad una situazione di pre-stupro) di gruppo146 e che, a
pochissimi giorni dalla pubblicazione, scatenò subito un acceso dibattitto in merito al
messaggio che veniva in questo modo trasmesso e agli effetti che esso poteva avere sul
pubblico di sesso maschile.
145
In una delle immagini c’è un uomo seduto su una sedia intento a sculacciare la moglie perché, come spiega la
frase di accompagnamento, non gli ha fatto trovare il caffè pronto. Su un’altra, recante la scritta “It’s nice to
have a girl around the house” troviamo invece un uomo che calpesta un tappetto di pelliccia, dove il tappeto ha la
testa di una donna
146
Sul marketing dello stupro ricordiamo anche che tempo fa venivano vendute tramite internet delle magliette
recanti lo slogan “Keep clam and rape a lot” (ovvero: “Stai calmo e stupra molto”) .
http://www.corriere.it/esteri/foto/03-2013)/magliette/violente/magliette-che-incitano-violenza-donne_643772a88355-11e2-839d-17a05d1096bb.shtml#1; (ultimo controllo 27/11/2013).
36
Fig. 1
Come si puòò vedere nelll’immaginee (fig. 1), un
u uomo staa bloccandoo a terra un
na donna
che sem
mbra stia cercando di liiberarsi dal la sua presaa. Attorno, altri quattroo uomini ossservano
la scenaa con volti quasi
q
inesprressivi.
Laa pubblicitàà venne subito bloccataa in Spagnaa, dove l’Insstituto de laa Mujer, un ente che
è parte del Minisstero del Lavoro
L
dell governo spagnolo, insieme a varie asso
ociazioni
femminniste e grupppi dei con
nsumatori, quali il Fa
acua, chiessero all’azieenda il ritiiro della
pubbliciità. Il partitto dei Verdii si unì allaa richiesta poiché
p
tale pubblicità
p
vviolava «l’arrticolo 3
della leegge spagnoola sulla pubblicità, cche proibiscce ogni an
nnuncio chee “attenti contro
c
la
dignità della personna”»147. Alccuni giorni dopo Dolcee & Gabban
na dichiarò che avrebbe ritirato
minata, ma solo
s
dalla Sppagna, in qu
uanto Paesee “arretrato””.
la pubbllicità incrim
Inn Italia, inveece, furono Arianna C
Censi, che in
n quel perio
odo era la cconsigliera delegata
alle Politiche di genere
g
dellla Provinciia di Milan
no e Coordinatrice ddella Consu
ulta Pari
1
Opportuunità dell’U
Upi148, e l’A
Associazionne Orlando149
a scagliaarsi contro tale pubblicità e a
chiedernne il ritiro e la non pub
bblicazione . Secondo Censi,
C
infattti, si trattavva di «un meessaggio
machistta e violento, che rimaanda a una scena di sttupro collettivo contro una donnaa. […] È
inammissibile che venga prop
posta a finii commerciiali un’imm
magine che incita alla violenza
147
http://w
www.affaritalliani.it/milano
o/provinciaMIIdolce0203.htm
ml (ultimo con
ntrollo 27/11//2013).
Unionne delle provinncie d’Italia.
149
L’assoociazione Orlaando nasce co
ome gruppo innformale nella seconda meetà degli anni Settanta. All’inizio del
decennio successivo, si
s è costituita in
i Associazionne. In qualità di socie ordin
narie ne fannoo parte una settantina di
donne itaaliane e stranieere, ma è sosttenuta da molttissime altre persone.
p
http:///orlando.wom
men.it/ (ultimo
o controllo
13/03/2013)
148
37
contro lle donne, ripproponendo
o un’idea dii sottomissio
one e prevaaricazione chhe ancora una
u volta
rischia ddi generare una culturaa maschilistaa sbagliata, fondata sullla violenzaa»150.
Lee portavocee dell’Assocciazione Orllando, invecce, commen
ntarono cosìì:
Nooi donne dell’’Associazionee Orlando trovviamo intollerrabile non sollo l’immaginee, che ci semb
bra
senza ombra dii dubbio incitaamento alla vviolenza contrro le donne, ma
m anche l’arrroganza dei due
d
siggnori della moda
m
che pensano di diffonnderla in tutto
o il mondo — un mondo ddove la violen
nza
coontro le donnne è una piaaga dilagante sempre più grave. Pensiamo che, luungi dall’esseere
"aarretrata", la società spagn
nola ha dato prova in questo caso di un livello ddi civiltà di cui
c
voorremmo che anche il nosttro paese si ddimostrasse caapace. Pensiam
mo che questta pubblicità sia
s
inaadatta a ogni paese civile, a ogni paese che riconoscee i diritti uman
ni delle donnee, fra cui quello
di non subire viiolenza, inclussa la violenza simbolica, co
ome in questo caso151.
2.3.2. L
L’oca legata
Nell’autunno 20009 furono affissi i
cartellloni pubbllicitari del marchio
di ab
bbigliamentoo Donna Loka
L
che
recav
vano le imm
magini di un
na donna
legataa.
La protagoonista, ovviamente,
è un
na donna ammiccan
nte che,
sebbeene
sia
legata,
sorride
feliceemente e faa l’occhiolin
no verso
il pub
bblico. Com
me si può notare
n
in
un’altra versionne della pu
ubblicità
(fig. 2.3), la ra
ragazza ride anche
quand
do cade a tterra, semprre legata
alla sedia.
Fig. 2.1
2
Come è facile imm
maginare,
difficcilmente avvremmo tro
ovato un
uomo leegato al poosto della do
onna perchhé è quasi im
mpossibile che le pubbblicità mosstrino un
uomo inn posizioni di
d subordinazione. Anddrebbe conttro la logicaa dominantee del machissmo.
150
151
Ibidem
m
http://w
www.womeneews.net/spip3/spip.php?artiicle167 (ultim
mo controllo 27
7/11/2013)
38
Sii noti anchhe come la pubblicità in questio
one evochi la volontà e la possiibilità di
controlllo totale sulla donna, prroponendo immagini che
c richiamaano la prigioonia e la prrivazione
della libbertà. Inoltrre, mostrand
do la donnaa felice nellaa situazionee in cui si trrova, essa rischia di
stimolarre l’immagiinario e di dare
d ragionee a coloro che
c ancora pensano
p
chhe una donn
na che ha
subito uun abuso, sppecie di nattura sessualle, in fondo
o lo desideraava e abbiaa addiritturaa provato
piacere.. La pubbliccità di Don
nna Loka è stata vista come
c
una sorta
s
di inceentivo allo stupro e
alla privvazione delll’altrui liberrtà.
Peer il ritiro di questa campagna pubblicitaria si adopeerò l’Udi1522 di Napolii, la cui
portavoce, Stefaniaa Cantatore,, scrisse:
A
Abbiamo racccolto questa en
nnesima sfidaa che ci viene rivolta dai mu
uri delle città,, considerando
ola
pparte riassuntiiva del disvalo
ore attribuito alle donne in tutte le piegh
he della culturaa dominante, ed
aabbiamo intesso raccoglierla non per muuovere una caampagna moralistica o impporre valori che
c
aancora risultaano incompren
nsibili “all’eti
tica patriarcale”, in quanto
o noi viviamoo i nostri valo
ori
nnonostante le imposizioni. La nostra batttaglia è tesa a contrastare l’’apologia delllo stupro e delllo
ssfruttamento della
d
prostituzzione, ovvero l’esaltazione di tutto quanto precede la nnormalizzazio
one
ddella sottomissione di un intero generre e che ad un
u intero gen
nere sovrappoone l’immagiine
ddeteriore creatta per sottomeetterlo153.
Fig. 2.2
152
153
Fig. 2.3
Unionne donne d’Itallia.
http://w
www.udinazioonale.org/napoli.html, (ultim
mo controllo: 27/11/2013)
39
2.3.1. C
Clandy: elim
mina tutte le tracce
Circa unn anno fa, nel napolettano, sono stati affissii diversi carrtelloni pubbblicitari co
ontenenti
l’immaggine riportaata qui sotto
o, raffigurannte un uom
mo seduto che tiene in mano un panno
p
in
microfibbra dell’azienda Clend
dy e, alle suue spalle, le gambe nud
de di una doonna e un’o
ombra di
un bracccio che reggge un colttello. La sccritta che accompagna
a
a l’immaginne “eliminaa tutte le
tracce” lascia intenndere che la donna riverrsa sul letto
o è morta.
Questa è la più recentee tra le pubbblicità qui proposte. Gli autori ddel presentte scritto
Q
hanno aavuto modoo di seguire in prima ppersona le reeazioni dellle persone aattraverso la pagina
Faceboook dell’azieenda154 che, inutile dirrlo, non haa tardato a riempirsi ddi polemich
he molto
pesanti.
Sii noti, prima di prosegu
uire, che l’aazienda ha giustificato
o la scelta soostenendo che,
c data
l’assenzza di sanguee nei cartello
oni, il messsaggio non è poi così fo
orte155.
Fig. 3
D
Di questa pubbblicità, l’aazienda ha pprodotto ancche una «veersione parittaria»156: un
na donna
avvenennte, seduta su
s una sedia, regge in mano il paanno con cui pulirà le ttracce dell’o
omicidio
dell’uom
mo riverso a terra dietro di lei157.
154
https:///www.faceboook.com/prodo
otti.clendy (ulttimo controllo
o: 12/12/2013)
http://w
www.ilfattoquuotidiano.it/20
013)/03/28/puubblicita-sessista-eliminare--tracce-tanta-iignoranza/545
5485/,
(ultimo controllo: 12/12/2013)
156
Ibidem
m
157
Sul w
web ha sollevatto una catena di polemichee, soprattutto femminili. Sffortunatamentee, la maggioraanza degli
uomini, iinvece di ritennere offensivee e pericolosee per i messaaggi veicolati entrambe le ppubblicità, haa preferito
inveire coontro le donnee che avevano
o manifestato ddisappunto, acccusandole di eccessivo fem
mminismo e moralismo,
m
e minimizzzando il probblema della viiolenza di gennere.
155
40
Nonostante però quello che sembra essere un goffo tentativo di evitare polemiche
femministe, e nonostante entrambe le versioni siano condannabili per il tipo di messaggio
veicolato (la violenza infatti va combattuta a prescindere dal genere), è necessario rilevare che
tra le due versioni vi è una differenza. In quella dove l’uomo è il carnefice, la donna è nuda,
stesa sotto le coperte, richiamando così alla mente un rapporto sessuale (che potrebbe essere
uno stupro o essere il derivato di una vita di coppia). Nella versione in cui è la donna a
commettere l’omicidio, invece, l’uomo è vestito e disteso a terra.
Comunque sia, a prescindere dai protagonisti, l’azienda Clendy sembra incoraggiare la
violenza, indipendentemente dal sesso e questo nonostante, come si è indicato all’inizio del
presente capitolo, l’OMS già nel 2000 avesse rilevato un drammatico aumento della violenza
tra la popolazione mondiale.
Concludiamo l’excursus sulla pubblicità di Clendy condividendo le parole di Monica
Lanfranco, autrice di un articolo del 19 novembre 2013 de Il fatto quotidiano:
l’arte, il pensiero, la creatività, anche la più spietatamente diretta ed esplicita, nulla hanno a che
fare con la mediocre furberia di vendere un prodotto giocando sul dolore e la tragica evidenza
della violenza contro un corpo, di donna o di uomo che sia. Abbiamo, per fortuna, tra le mani il
potente strumento del boicottaggio di ogni merce che venga reclamizzata usando immagini e
concetti privi di qualunque senso di misura e di etica: facciamo vedere in questo modo che
vogliamo eliminare ogni traccia di questa bruttura seppellendo questi creativi, e i loro prodotti, nel
silenzio e nella disapprovazione assoluta158.
***
Esempi di pubblicità di questo genere, come si è detto in precedenza, abbondano.
Solo per citare alcuni altri esempi, senza scendere nel particolare, si può ricordare la
pubblicità del prosciuttificio Ghirardi Onesto, comparsa a Capri, nella quale si vedeva il
fondoschiena di una donna159 (nuda) con disegnate due grosse fette di prosciutto,
accompagnata dalla scritta “I Ham”160. A chiederne la rimozione fu l’assessore per le Pari
Opportunità del comune di Anacapri, Antonella Rotella.
158
Ibidem (grassetti dell’autore)
Secondo l’azienda la silouette è indefinita e pertanto chi ha protestato ha sbagliato perché non si può
affermare con certezza che si tratto di una donna. In realtà, un uomo non ha forme così morbide e delicate.
160
http://napoli.repubblica.it/cronaca/2013)/10/23/news/pubblicit_shock_a_capri_c_la_donna-prosciutto69256329/(ultimo controllo: 20/02/2014)
159
41
Oppure, ancora, l’elegante e ben pettinata ragazza dello sponsor del Fluid Hair Salon di
Edmonton (Canada). Dietro di lei c’è un uomo, anche egli elegantemente vestito, che è quasi
certamente l’artefice dell’occhio nero sul viso della donna. In alto troneggia la scritta: “Look
good in all you do”, quasi che l’unica cosa realmente importante dopo essere state picchiate
sia mantenere le apparenze.
3. Società senza violenza di genere
Come è stato accennato in precedenza, sono esistite e tuttora esistono alcune civiltà in cui
non si riscontra la presenza del fenomeno della violenza contro le donne.
Nel 1991 l’archeologa lituana Maria Gimbutas161 affermava:
Rifiuto l’assunto secondo il quale con il termine civiltà ci si riferisce necessariamente a società
guerriere maschili. La base di ogni civiltà risiede nel suo livello di creazioni artistiche, di
conquiste estetiche, di valori non materiali e di liberà, che danno significato, valore e gioia alla
vita per tutti i suoi cittadini, così come un equilibrio di potere tra i due sessi162.
Quando parla di civiltà con un alto livello di arte, libertà ed estetica, Gimbutas si
riferisce a quelle società neolitiche (7.000-3.000 a.C circa) da lei stessa scoperte e studiate163,
che si caratterizzano per essere non patriarcali, non violente e prive di una gerarchia sociale
(non a caso gli uomini e le donne godono degli stessi diritti). Le ricerche e i ritrovamenti
dell’archeologo James Patrick Mallory164 hanno avvalorato le sue teorie.
Queste civiltà sono state studiate anche dall’antropologa austriaca Riane Eisler165, la
quale ha introdotto i concetti166 di gilania167 e di androcrazia168, definendo le società scoperte
161
(Vilnius, 23 gennaio 1921 - Los Angeles, 2 febbraio 1994). Storica e archeologa che ha dedicato gran parte
della sua vita allo studio delle società “della Grande Madre”, ovvero delle società gilaniche. Cfr. MARLER J.,
L’eredità di Marija Gimbutas: una ricerca archeomitologica sulle radici della civiltà europea, in CAVALLISFORZA L. L., BOCCHI G., CERUTI M., Le radici prime dell'Europa: gli intrecci genetici, linguistici, storici, (a
cura di), p. 89
162
Io cito da .MARLER J., op. cit., p. 92
163
GIMBUTAS M., Il linguaggio della Dea, Neri Pozza, 1989
164
Archeologo indoeuropeista inglese, nato nel 1945. È docente emerito alla Queen’s University di Belfast. Cfr.
http://www.qub.ac.uk/schools/gap/Staff/AcademicStaff/ProfEmeritusJamesMallory/
(ultimo
controllo:
20/02/2014)
165
Riane Eisler antropologa, storica e saggista, nata a Vienna nel 1931. Quando l’Austria fu invasa dai nazisti, la
sua famiglia emigrò prima a Cuba, poi negli Stati Uniti. Qui Eisler si laurea in Sociologia. Partecipa a varie
organizzazioni che hanno lo scopo di promuovere una cultura ed una società fondate sulla collaborazione
anziché sulla competizione e sulla violenza. È presidente del Center for Partnership Studies (CPS).
166
BOCCHI R., CERUTI M., Origine di storie, Milano, Feltrinelli, 2000, p. 32
42
da Gimbutas gilaniche. Secondo Riane Eisler esistono e sono esistiti due modelli di società:
quello mutuale (gilanico) e quello dominatore (androcratico). Il primo si basa sul potere
creativo, si ispira al concetto di unione ed è equilibrato; il secondo, invece, si fonda sul potere
distruttivo (guerra, imposizione violenta, sfruttamento, gerarchia sociale), sviluppa in modo
prioritario gli strumenti del dominio (guerra e schiavitù) ed è squilibrato169. L’elemento più
importante delle società di tipo dominatore è il ruolo subordinato della donna170, in ogni
ambito della vita sociale.
Secondo un’ipotesi presentata nel corso degli anni Cinquanta da Marija Gimbutas e
successivamente rielaborata171, le civiltà gilaniche dell’Europa si sarebbero estinte a seguito
dell’arrivo di alcuni gruppi di individui, definiti popoli Kurgan172, portatori di una cultura
«caratterizzata […] dal territorialismo, dalle arti belliche e da un sistema sociale patrilineare e
patriarcale»173. In particolare la definizione di civiltà kurgan174 si riferisce a «tribù territoriali,
mobili e pastorali, che si ritiene parlassero protoindoeuropeo e che si espansero in Europa
[…] tra il 4.500 e il 2.500 a.C.»175.
Gimbutas ipotizzò tre ondate di invasioni dei popoli indoeuropei in Europa che
portarono all’estinzione delle società gilaniche176, che secondo Lehmann177 possono essere
collegati con i tre principali gruppi di parlanti di lingua indoeuropea in Europa.
167
Composto dalle radici greche gy, “donna” e an, “uomo”, unite dalla lettera “l” che indica sia il segno fonetico
lyein/lyo (“liberare”), sia l’ideale unione culturale tra i due sessi. GIMBUTAS M., Le civiltà della Dea. Vol.1, Le
civette, Viterbo, 2012, p. 268
168
Deriva dal greco andròs “uomo” e kratòs “governo”. È nel governo che Eisler ha identificato le società
caratterizzate da autoritarismo e violenza. Ibidem
169
È importante far presente che in nessun sito o tomba appartenuti ad una società gilanica sono state trovate
armi, neppure nell’età della lavorazione dei metalli, e che nessuna raffigurazione riporta scene di guerra. Al
contrario, questi siti si sono rivelati ricchi di simboli presi dalla natura, immagini e statuette femminili gravide o
in fase di parto. Le rappresentazioni della Grande Madre, che rappresentano l’espressione sacra e votiva delle
società gilaniche, sono state rinvenute in tutta Europa testimoniando l’ampia diffusione di queste civiltà. Cfr.
EISLER R., Il calice e la spada. La civiltà della Grande Dea dal Neolitico ad oggi, Frassinelli, 2006, cap. 8;
GIMBUTAS M., Le dee viventi, a cura di ROBIN DEXTER M., Edizioni Medusa, Milano, 2005, pp. 36-40; 42-44
170
Vale la pena ricordare che secondo alcune femministe, come Susan Brownmiller, la discriminazione della
donna è ciò che ha in seguito portato a tutti gli altri tipi di razzismo.
171
MARLER J., op. cit., p. 280
172
Il termine kurgan, di origine anatolica, è stato utilizzato inizialmente per indicare un particolare tipo di
sepoltura a tumulo diffuso dei territori dell’ex Unione Sovietica. Successivamente, Marija Gimbutas lo ha
adottato per definire i popoli che invasero l’Europa antica. GIMBUTAS M., Le civiltà …, cit., p. 268
173
MARLER J., op. cit., pp. 96-97
174
La cultura kurgan, che è stata ipotizzata e ricostruita sulla base di un lessico protoindoeuropeo e confermata
da studi di linguistica indoeuropea e di archeologia. Cfr. GIMBUTAS M., Kurgan. Le origini della cultura
europea, Medusa, 2010
175
MARLER J., op. cit., p. 280
176
Verificatesi tra il 4000 e il 2500 a.C., circa. GIMBUTAS M., Kurgan…, cit. 160
43
Tra le società gilaniche scomparse a seguito di dette invasioni si possono annoverare,
anzitutto, come ricorda Riane Eisler178, quella minoica dell’antica Creta, antecedente il
dominio degli Achei179, e quella di Vinca (città sita a circa a venti chilometri ad est
dell’attuale Belgrado).
Tra gli esempi di antiche società mutuali si può, forse, includere anche la civiltà di
Cucuteni-Trypillia, alla quale nel 2008 è stata dedicata una mostra a Roma. Nella
documentazione relativa, infatti, si legge:
Non vi erano differenze tra le varie tipologie abitative. Dunque non è possibile stabilire quali case
appartenessero a persone ricche e quali a persone povere. […] Pertanto non è possibile parlare di
ineguaglianza sociale […] come non si può sostenere che esistesse una categoria di guerrieri, in
quanto la maggior parte degli abitanti era dedito all’agricoltura. […] L’abbondanza di statuine
antropomorfe femminili e la parallela scarsità di sculture a soggetto maschile sembra suggerire
l’importanza del ruolo delle donne all’interno di queste comunità180.
Le società a base gilanica e prive di violenza di genere, tuttavia, come già affermato in
precedenza, non si sono estinte ovunque: in alcune zone continuano ad esistere. Nel saggio
Ginocidio. La violenza contro le donne nell’era globale, infatti, Daniela Danna afferma che
tuttora in quasi tutti i continenti «esiste una minoranza di società prestatuali in cui i rapporti
tra uomini e donne non seguono il copione dell’aggressione maschile contro le femmine: non
vi è alcuna violenza ginocida, non vi sono maltrattamenti o stupri, né fra estranei né
all’interno della coppia»181.
Queste società hanno in comune alcune caratteristiche, rilevate dall’antropologo David
Levinson in uno studio del 1989182. Tra queste ricordiamo:

monogamia sia maschile, sia femminile;

eguaglianza economica (che Danna definisce «controllo femminile su una parte
equa delle risorse familiari»183);
177
Citato in MARLER J., op. cit., p. 102
EISLER R., Il calice e la spada... cit., cap. 8. Si veda anche quanto riferito da Marija Gimbutas in GIMBUTAS
M., Le dee viventi, cit. , pp. 189-212, e GIMBUTAS M., Il linguaggio… cit., p. 321
179
I reperti rinvenuti nella città di Cnosso, quali ceramiche, sculture e affreschi, dimostrerebbero, secondo Eisler,
che l’isola godeva di un buon sviluppo economico in moltissimi ambiti e che i suoi abitanti, donne incluse,
godevano di libertà e autonomia.
180
Cucuteni-Trypillia: una grande civiltà dell'Antica Europa, catalogo della mostra (Roma, Palazzo della
Cancelleria, 16 settembre - 31 ottobre 2008), Cucuteni Pentru Mileniul III Foundation, Bucarest, 2008, p. 40
181
DANNA D., op. cit., p. 23
182
In questo studio egli mise a confronto un campione di novanta società e notò che in quindici di esse il tasso di
violenza sulle donne è quasi o del tutto inesistente. Ivi, p. 23
178
44

eguaglianza tra uomini e donne nella libertà sessuale prematrimoniale;

pari diritto di divorzio per entrambi i sessi, ma pochi divorzi effettivi184;

la crescita e l’educazione dei figli sono condivisi con persone esterne alla
coppia.
Appartengono a questo tipo di società, ad esempio, il popolo dei Wape della Nuova
Guinea, i quali non ammettono alcuna manifestazione di violenza, sia o non sia rivolta
specificamente sulle donne: fin dall’infanzia i bambini vengono educati al fatto che
l’aggressività è imbarazzante e priva di ricompense, pertanto quando si arrabbiano vengono
lasciati soli finché non si calmano185. Tra i Wape le differenze tra uomo e donna, che ben si
esprimono nel vestiario e nella divisione del lavoro, non «polarizzano i sessi»186.
Anche tra i Nagovisi, altro popolo della Nuova Guinea, la violenza di genere, e quella
coniugale in particolare, è quasi completamente assente, ma non del tutto sconosciuta. Essi
non educano i bambini come fanno i Wape, ma ricorrono all’«interposizione attiva dei
vicini»187.
Altra popolazione in cui la violenza sulle donne è quasi inesistente, nonostante i due
sessi siano comunque nettamente tenuti distinti188, è quello dei Gerai dell’isola di Kalimantan
(Indonesia). Per i Gerai, ad esempio, è del tutto inconcepibile l’idea di stupro, che essi
ritengono possa portare gravi calamità sull’intero gruppo sociale.
Infine, si possono ricordare i Mayotte, società musulmana dell’arcipelago delle Comore,
che non concepiscono gli abusi domestici e le violenze sessuali189: trovano scorretto aggredire
fisicamente il coniuge, sia esso maschio o femmina, e permettono la completa autonomia
sessuale degli adulti di ambo i sessi.
4. Cenni legislativi
Dopo il breve inquadramento del problema della violenza di genere e il rapido excursus sulle
società non violente, in questo paragrafo si riportano in modo schematico, le principali leggi,
183
Ivi, p. 24
È lo stesso Levinson ad affermare che il divorzio egualitario è molto importante poiché, ad esempio, «tr i
Bororo del Brasile furono i missionari, nel loro zelo di prevenire il divorzio, a incoraggiare indirettamente la
violenza sulle mogli». Io cito da Ibidem
185
Ivi, p. 25
186
Ibidem
187
Ivi, p. 26
188
Non in base a caratteristiche biologiche, ma in base al tipo di lavoro svolto. Cfr. Ibidem
189
Non è specificato se pratichino mutilazioni genitali.
184
45
nazionali ed internazionali, con le quali si è cercato di regolamentarla.
4.1. Il diritto internazionale
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamò, nel dicembre 1993, la Dichiarazione
sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne190, il cui articolo 1 definiva la violenza
contro le donne come
qualunque atto di violenza in base al sesso o la minaccia di tali atti, che produca o possa produrre,
danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, coercizione o privazione della libertà, sia nella
vita pubblica che privata.
Differenziava, altresì, tre contesti in cui la violenza può attuarsi: la famiglia, la
comunità e lo Stato (articolo 2) e stabiliva che tutti gli Stati, a prescindere dalle loro
consuetudini e idee morali, dovevano impegnarsi per difendere i diritti umani delle donne.
Due anni dopo, nel ’95, l’O.N.U., durante la conferenza sui diritti delle donne tenutasi a
Pechino, stabilì che la violenza contro le donne è «un ostacolo al raggiungimento degli
obiettivi dell’uguaglianza, dello sviluppo e della pace. La violenza contro le donne
indebolisce o annulla il godimento dei loro diritti umani e libertà fondamentali»191.
Nel 1999, ancora, le Nazioni Unite adottarono il Protocollo opzionale alla Convenzione
sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne192, il quale
consente agli Stati Parti della Convenzione del ’93 di riconoscere o meno la competenza del
Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne193.
Infine, nel 2011, il Consiglio d’Europa ha adottato la Convenzione sulla prevenzione e
la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica194, entrata in
vigore in Italia solo il 27 giugno scorso. La Convenzione stabiliva che, al fine di prevenire ed
eliminare la violenza sulle donne, gli Stati che la sottoscriventi si impegnano a: stanziare
190
Consultabile
on-line:
http://unipd-centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali/Dichiarazionesulleliminazione-della-violenza-contro-le-donne-1993/27, (ultimo controllo 18/11/2013)
191
Consultabile on-line: http://www.onuitalia.it/download/pechino1995.zip, (ultimo controllo 18/11/2013)
192
Consultabile on-line: http://unipd-centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali/Protocollo-opzionale-alla
-Convenzione-sulleliminazione-di-tutte-le-forme-di-discriminazione-nei-confronti-delle-donne-1999/26, (ultimo
controllo 18/11/2013)
193
Si tratta dell’organo a cui è affidato il compito di supervisionare sull’attuazione della Convenzione. Si
compone di 23 esperti provenienti da diversi Stati.
194
Consultabile
on-line:
http://unipdcentrodirittiumani.it/public/docs/Convenzione_Istanbul_violenza_donne.pdf, (ultimo controllo 18/11/2013)
46
risorse finanziarie e umane per attuare le misure e i programmi «destinati a prevenire e
combattere ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente
Convenzione, ivi compresi quelli realizzati dalle ONG e dalla società civile» (art. 8);
controllare che la cultura, le consuetudini, la religione e l’“onore” non possano costituire una
giustificazione agli atti di violenza (art. 12); promuovere e attuare campagne e/o programmi
di sensibilizzazione sul problema della violenza di genere (art. 13); fornire una consona
formazione delle figure professionali preposte (art. 15); adottare tutte le misure, legislative e
non, necessarie a prevenire, punire, eliminare ogni tipo di violenza sulle donne (domestica,
fisica, sessuale, psicologica, mutilazioni genitali, ecc.).
4.2. La legge in Italia
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di
sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È
compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di
fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e
l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del
Paese.
Così recita l’articolo 3 della nostra Costituzione, ma, nonostante si parli eguaglianza, per
molto tempo anche dopo l’entrata in vigore della carta costituzionale le leggi italiane non
furono eguali per i due sessi.
Nel nostro Paese, infatti, la violenza domestica su donne e minori era considerata da un
punto di vista sia morale, sia giuridico, qualcosa di normale e socialmente accettato,
giustificata spesso attraverso il precetto religioso. I ritardi nell’adattamento dell’apparato
legislativo agli ideali costituzionali di eguaglianza e parità giuridica tra i cittadini, sono
espressione della difficoltà di eliminare la mentalità maschilista dominante e la disparità tra i
sessi che ne deriva, e, quindi, anche la violenza di genere. Lo smantellamento di tutto
quell’apparato di leggi sintomatiche di una mentalità fortemente patriarcale fu un processo
lungo e non privo di ostacoli. Vediamone le tappe fondamentali:

nel 1956 la Corte di Cassazione ha abrogato l’articolo 571 del codice penale,
secondo il quale all’uomo spettava, nei confronti della moglie e dei figli il potere
47
educativo e correttivo che comprendeva anche l’uso della violenza fisica (jus
corrigendi);

tra 1968 e 1969 la Corte Costituzionale ha abrogato l’art. 559 del codice penale,
che puniva unicamente l’adulterio della moglie, ritenendolo anticostituzionale;

nel 1975 la famiglia gerarchicamente strutturata, prevista dall’ordinamento
giuridico italiano precedente, è stata sostituita con un modello più paritario;

nel 1981 è stato abrogato il matrimonio riparatore195 grazie al quale lo stupratore
che sposava la ragazza che aveva violentato non veniva punito (in caso di stupro
di gruppo veniva estinto così anche il reato di tutti gli altri colpevoli). Sempre
nello stesso anno è stato abrogato l’articolo 587 del codice penale che
permetteva l’omicidio d’onore, riducendo la pena di «chiunque cagiona la morte
del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima
relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onore suo
o della famiglia o cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione
carnale con il coniuge, con la figlia o con la sorella»196.

nel 1996, con l’approvazione della legge n. 66, il reato di violenza sessuale ha
smesso di essere considerato un crimine contro la moralità e il buon costume, ed
è stato spostato dal Titolo IX al Titolo XII (Dei delitti contro la persona)197.
Ancora, sono stati abrogati gli articoli Ratto a fine di matrimonio e Ratto a fine
di libidine, che disponevano pene diverse a seconda del fatto che un uomo
violentasse con scopo di matrimonio o no198.
Tuttavia, anche se pur con fatica quell’immaginario patriarcale è stato eliminato da
molte leggi, esso continua a sopravvivere nei comportamenti di tanti uomini, compresi i
membri delle forze dell’ordine o delle associazioni che dovrebbero aiutare le donne
maltrattate e i giudici che spesso si trovano a dover affrontare processi contro uomini violenti.
195
P. ROMITO, La violenza di genere su donne e minori, Milano, Franco Angeli, 2000, p. 9
http://www.controlaviolenzaalledonnepiemonte.eu/index.php?option=com_docman&task=doc_download&gid=
425&Itemid=35, data ultima consultazione 25/11/2013)
196
Ivi, p. 9
197
La legge era volta a tutelare non la persona, ma il “buon costume” (per il quale, peraltro, la donna non aveva
nessuna libertà sessuale).
198
Il “ratto a fine di matrimonio” era considerato meno grave, poiché se lo stupratore, secondo la logica del
matrimonio riparatore, sposava la sua vittima, poneva rimedio alla violazione dell’onore. Il “ratto a fine di
libidine” era considerato più grave, e prevedeva un’aggravante se era commesso nei confronti di donna sposata,
quasi a voler tutelare, non la persona, ma la proprietà di un altro uomo.
48
2. Storie di violenza domestica
[…] voglio parlare perché penso che la mia
storia possa aiutare qualcuno: le donne
bruciate, prima di tutto, e forse, chissà, i tanti
infelici condannati all’inferno del Civital
Hospital199.
Dopo aver descritto, per quanto possibile, il problema reale della violenza contro le donne, in
questo e nei successivi capitoli si cercherà di capire il modo in cui la letteratura
contemporanea riflette e affronta il fenomeno.
Per cominciare, in questo primo capitolo si è scelto di prendere in esame il problema
della violenza domestica, in quanto in essa si manifestano due dei tipi principali di violenza
sulle donne: quella fisica e quella psicologica.
Leggendo diversi libri, ci si è resi conto di due fatti, che sarà bene indicare fin da subito,
poiché da essi è dipesa la scelta metodologica per affrontare questa questione.
Innanzitutto, il problema della violenza domestica è ampiamente affrontato sia dalla
letteratura autobiografica, sia dai romanzi di finzione. Di conseguenza, in parte per la parità di
consistenza dei due corpora, e in parte per il fatto che le scrittrici di romanzi di invenzione
sanno interpretare correttamente il problema, si è deciso qui di dare la precedenza non ai
romanzi di fantasia che denunciano la violenza domestica e l’omicidio d’onore, ma alle
esperienze dirette, trasposte in forma scritta di romanzo autobiografico. Per tale motivo sono
stati esclusi i romanzi (es. Voci) e le raccolte di racconti brevi (es. L’amore rubato) della
scrittrice italiana Dacia Maraini, così come il romanzo Una moglie a Gerusalemme
dell’americana Naomi Ragen, in cui si denunciano le violenze subite dalle donne ebree, e,
ancora, il romanzo Empietà dell’autrice pakistana Themina Durrani, che hanno comunque un
notevole interesse.
In secondo luogo, fin dal primo approccio con i romanzi autobiografici, è apparso
evidente che il mondo occidentale (l’Italia in particolare) non è rappresentato in modo
adeguato. Di fatto, la maggior parte di essi sono stati scritti da donne provenienti da Paesi
199
YUONAS F., DONI E., Il volto cancellato. Storia di Fakhra dal dramma alla rinascita, Milano, Mondadori,
2005, p. 19
49
islamici200. Anche per questa ragione (oltre al fatto che una di esse riguarda il problema dei
delitti d’onore e dell’acidificazione201) le autobiografie presentate ed analizzate in questo
capitolo appartengono a due donne musulmane. Ciò non deve, comunque, portare a pensare
che la violenza di genere riguardi principalmente il mondo arabo e sia assente da quello
occidentale.
Per evitare questo, si segnala che un volume contenente le esperienze vissute da alcune
donne italiane, curato dalle giornaliste del Corriere della sera che gestiscono il blog La
27esima ora sul sito del quotidiano, è stato pubblicato di recente da Marsilio. Nel libro sono
state raccolte diverse testimonianze che provano il fatto che la violenza domestica è molto
diffusa nel nostro Paese. Si è scelto comunque di escludere questo volume dall’analisi a causa
del fatto che esso si compone di venti brevi racconti indipendenti (che comprendono anche
quelli di operatori del settore, medici, agenti di polizia e uomini violenti) e di quattro brevi
saggi critici. In questa sede si è ritenuto più opportuno dedicarsi ai romanzi. In ogni caso, esso
è stato tenuto in considerazione come metro di confronto.
1. Mogli schiave, mariti padroni
1.1. L’autrice
Tehmina Durrani (‫)تہمينہ درانی‬, nasce nel 1953 in Pakistan da un’influente famiglia borghese:
suo padre era un ex governatore della Banca Nazionale del Pakistan e Amministratore
Delegato della Pakistan International Airlines.
A diciassette anni l’autrice sposa Anees Khan (non per amore, ma quasi per dispetto alla
madre che non si era dimostrata favorevole al matrimonio tra i due) dal quale ha una figlia,
Tania.
Pochi anni dopo, nel 1976, incontra Mustafa Khar202, all’epoca Governatore del Punjab
200
Per citarne alcuni: AIT-ABBAS J., La Fatiha, Vicenza, Edizioni Il punto d’incontro, 2007; AL-BAZ R.,
Sfigurata. La coraggiosa testimonianza della giornalista televisiva saudita massacrata dal marito, Venezia,
Sonzogno, 2007; SUAD, Bruciata viva. Vittima della legge degli uomini, Casale Monferrato, Piemme, 2004;
DURRANI T., Schiava di mio marito, Milano, Mondadori, 1994; YUONAS F., DONI E., op. cit.
201
Su cui si tornerà più avanti nel corso di questo capitolo.
202
Ghulam Mustafa Khar Malik, nacque il due agosto 1937 a Muzaffargarh. È stato alleato di Zulfikar Ali
Bhutto, con il quale ha fondato il Partito del Popolo Pakistano (PPP), non che governatore della regione del
Punjab negli anni Settanta. A seguito del colpo di stato del generale Zia ul-Haq nel ’77, Khar fu incarcerato.
Successivamente, grazie ad un accordo con il generale Chishiti (sottoposto di Zia) riuscì a lasciare il Pakistan.
Tornato quasi subito all’opposizione propose al suo amico e consigliere Ghulam Mustafa Jatoi di diventare
Primo Ministro. Rientrò in Pakistan poco prima del 1988 e, con il sostegno dell’esercito, fondò il Peoples
50
nonché braccio destro di Zulfikar Ali Bhutto203, e, innamoratasi di lui, divorzia dal marito, al
quale rimane in affidamento la figlia.
Themina, nonostante la precedente moglie di Mustafa avesse cercato di avvertirla della
pericolosità dell’uomo, convola a nozze.
Da lì inizia il suo calvario, durato per ben tredici anni durante i quali l’autrice subisce
ogni tipo di abuso fisico e psicologico da parte del nuovo marito, ancora legato all’antica
mentalità feudale che vedeva nella donna un oggetto di proprietà dell’uomo e che distorceva i
precetti religiosi del Corano per ottenere totale sottomissione.
Da Mustafa Themina ha quattro figli: Naseeba, Nisha, Ali e Amir Hamza.
Dopo tredici anni di matrimonio, Themina trova il coraggio di divorziare da Mustafa e
viene quindi ripudiata dalla famiglia. Perde inoltre tutto il suo patrimonio finanziario, la
posizione sociale, il nome e la custodia dei figli (che però ha recuperato appena Mustafa si è
risposato – per la settima volta).
Nel 1990 Themina pubblica il romanzo autobiografico Schiava di mio marito, destinato
a diventare un best seller all’estero (sarà tradotto in più di trenta lingue diverse), in cui
denuncia Mustafa e i maltrattamenti subiti, nonché il ruolo subalterno attribuito alla donna nel
Pakistan moderno. Il romanzo le costa due incriminazioni, una per adulterio e una per
collaborazionismo con il governo indiano, ma nel 1997 le procura anche il Premio
internazionale Marisa Bellisario204.
National Party (NPP) con Mustafa Jatoi e altri dissidenti del PPP, per opporsi a Benazir Bhutto, figlia di Ali
Bhutto. Jatoi divenne Primo ministro nel 1990, dopo la rimozione di Benazir Bhutto. Khar rientra nel PPP prima
delle elezioni del 1993. Sconfitto nelle elezioni del 1997 e del 2002, iniziò una campagna per diventare
presidente del partito per la provincia del Punjab. Nel 2007, Khar è stato rimosso dal PPP da Benazir Bhutto a
causa delle sue dichiarazioni controverse riguardanti l’accordo tra Benazir e il generale Musharraf. Per quanto
concerne invece la sua vita privata, egli è stato sposato diverse volte. Le sue vicissitudini politiche, così come il
suo carattere ed il suo comportamento scorretto ed aggressivo nei confronti delle mogli, dei figli e dei servi sono
ampiamente descritti nel libro Schiava di mio marito di Themina Durrani, una delle sue numerose ex-mogli. Cfr.
http://www.pakistanherald.com/Profile/Ghulam-Mustafa-Khar-703 (ultimo controllo 27/12/2013)
203
Politico pakistano (Lārkāna 1928 - Rawalpindi 1979). Dal ’63 al ’66 fu ministro degli Esteri nel governo di
Ayub Khān. Nel 1967, abbandonata la Lega musulmana, fondò il Partito del popolo pakistano (PPP) assieme a
Mustafa Khar. Dopo la guerra con l’India e la secessione del Bangladesh, sostituì Yaḥyā Khān alla presidenza,
avviando una politica di riforme. Nel 1973, a seguito dell’entrata in vigore della nuova costituzione, Ali Bhutto
divenne Primo Ministro del Pakistan. Le elezioni politiche del 1977 videro nuovamente la vittoria del suo
partito, Bhutto però fu accusato di brogli elettorali e fu deposto con un colpo di stato dal generale Mohammed
Zia ul-Ḥaq nel luglio del 1977. Fu quindi processato e, infine, condannato a morte nel 1979. Cfr. Enciclopedia
Treccani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia, s.v. Bhutto, Zulfikar Alī
204
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/03/22/aziende-flash.html, (ultimo controllo
13/12/2013)
51
Nel 2001, Themina Durrani si schiera pubblicamente dalla parte di Fakhra Younas205,
moglie di Bilal Khar, figlio di primo letto di Mustafa Kahr, la quale era rimasta vittima di un
attacco con l’acido da parte del marito e non poteva ricevere le cure necessarie a causa del
rifiuto dello stesso di lasciarla andare all’ospedale.
Nello stesso anno Themina Durrani è stata invitata dall’associazione italiana Smile
again, che si occupa delle donne indiane sfregiate con l’acido dai propri mariti, ed ha
partecipato al G8 di Genova206.
L’autrice aiuta Fakhra207 ad andare all’estero, dopo che il passaporto le era stato negato
per paura che la diffusione della notizia al di fuori del Pakistan rovinasse la reputazione del
Paese, e cerca in tutti i modi di far processare Bilal208.
Quest’autrice con i suoi libri e la sua rivoluzionaria visione del ruolo femminile nella
società islamica, ha sconvolto la sua terra natale, il Pakistan. Doppia è la schiavitù della donna
nella società pakistana moderna: verso il proprio marito e verso la religione. Quando la prima
si somma alla seconda per le donne non c'è scampo. La scrittrice è impegnata da tempo sul
fronte dei maltrattamenti subiti dalle donne nel suo Paese e si batte per i loro diritti. Non
vuole, però, una “occidentalizzazione” della donna musulmana, ma la sua emancipazione
all’interno dell’Islam, sostenendo che soltanto una cattiva interpretazione del Corano porta a
gesti criminali come i maltrattamenti, i delitti d’onore o l’acidificazione.
1.2. Opere
Themina Durrani è autrice di tre libri. In due di essi viene denunciata la posizione delle donne
pakistane e i maltrattamenti che esse sono spesso costrette a subire anche a causa di una
distorsione di precetti religiosi.
Essi sono:
1. Schiava di mio marito. È, come accennato, la sua autobiografia. Qui denuncia le
violenze fisiche e psicologiche subite durante i tredici anni di matrimonio con l’ex
205
YUONAS F., DONI E.; op. cit., pp. 19-130
http://www.ilgiorno.monrif.net/art/2001/09/07/2519235 (ultimo controllo 12/12/2013)
207
YUONAS F., DONI E., op. cit., p 19-20, ricorda Themina in questi termini: «La famiglia di Bilal era, ed è
ancora, una famiglia ricca e potente. Nessuno di quella famiglia volle accettarmi: con l’eccezione di Themina
[…] Lei mi disse: «Per me tu non sei una ballerina, sei una donna: e io sono felice di accoglierti nella mia casa».
Themina ha un grande cuore e quando Bilal era bambino ed era molto triste perché la madre lo aveva
abbandonato per fuggire con il fratello del suo papà lei l’aveva trattato come un figlio».
208
Ibidem
206
52
governatore del Punjab, il feudatario Mustafa Khar, e la posizione subordinata della
donna nel Pakistan, dovuta anche ad una mentalità scorretta.
2. Empietà. Si tratta di un romanzo ambientato in Pakistan, in cui si racconta la storia
di una bellissima ragazza appena adolescente, di nome Herr, che riceve tramite la
madre la proposta di matrimonio del Pir Sain, il Santo, uno dei capi religiosi più in
vista della comunità. Pir ha circa trent’anni più Herr, la quale, comunque, data
l’importanza (in particolare economica) della proposta, sarà costretta a dimenticare
Ranjha, il ragazzo col pullover rosso, di cui è innamorata. Da qui, inizia una storia
costellata di abusi e maltrattamenti, legati allo storpiamento dei precetti religiosi.
Con questo romanzo, che pur essendo di invenzione si basa su una storia vera209,
Themina è riuscita subito creare nuove ed accese polemiche. Durrani denuncia la
casta religiosa dei Pirs quale associazione a delinquere mascherata dietro la rigida
morale del “vero dettame dell’islam”, ovvero del dogma che essi distorcono a loro
uso e consumo approfittando dell’ignoranza della popolazione.
3. L’impero del bene. È la biografia di Abdul Sattar Edhi210, celebre e pluridecorato
assistente sociale pakistano.
1.3. Schiava di mio marito
In Schiava di mio marito Tehmina Durrani racconta la sua vita: dall’infanzia agiata, trascorsa
in una ricca famiglia diretta da una madre severa e opprimente nei confronti della figlia, la
209
Questa la dichiarazione dell’autrice stessa.
Nacque nel 1928 a Bantva (che attualmente si trova nell’India occidentale). All’età di soli undici anni, Edhi
dovette prendersi cura della madre inferma, la cui morte segnò profondamente le sue decisioni future. Nel ’47, a
diciannove anni, Edhi e la sua famiglia si vedono costretti a lasciare la città natale per recarsi a Karachi. Nel
1951 Edhi iniziò la sua carriera filantropica, acquistando un piccolo negozio che convertì presto nel suo primo
centro di accoglienza. Attraverso l’elemosina, raccolse dei fondi che utilizzò in seguito per acquistare la sua
prima ambulanza. Grazie anche alla sua formazione medica di base, Edhi iniziò a guidare la piccola ambulanza
per le strade di Karachi, fornendo assistenza sanitaria gratuita ai poveri. Poco dopo, Edhi fondò la Edhi
Foundation Trust, che contava su un capitale iniziale di sole cinquemila rupie. La sua fama di filantropo si
diffuse e ben presto Edhi iniziò a ricevere numerose donazioni che gli permisero di espandere i suoi servizi e di
aprire anche un centro di maternità e una scuola per infermieri. A mano a mano che i fondi si rendevano
disponibili, Edhi poté aprire anche centri di adozioni, mense e centri di accoglienza per bambini e donne
maltrattate. Oggi, la sua fondazione ha sedi in tutto il mondo: dagli Stati Uniti, al Giappone, agli Emirati Arabi
Uniti, ma Edhi continua a vivere nel suo piccolo appartamento sopra la clinica a Karachi. Cfr.
.http://www.edhifoundation.com/edhi-foundation-biography.asp
210
53
quale non incarna i canoni estetici che la madre avrebbe voluto211, fino al divorzio con l’ex
Governatore del Punjab, Mustafa Khar, dopo tredici anni di maltrattamenti fisici e psicologici.
La vicenda narrata nel libro di Durrani è molto complessa poiché oltre a trattare delle
violenze subite dall’autrice, si dilunga a spiegare nei dettagli le questioni politiche del
Pakistan, in particolare quelle legate alle figure di Mustafa Khar, di Zulfikar Ali Bhutto e del
Generale Zia, coprendo un periodo di tempo di oltre tredici anni.
Schiava di mio marito non è solo un romanzo autobiografico: esso è anche una dura
denuncia della condizione di oppressione nella quale vivono molte donne nel Pakistan
moderno.
Divorziare e scrivere questa autobiografia è costato molto all’autrice: la famiglia, sotto
pressione della madre, l’ha disconosciuta; è stata condannata dall’opinione pubblica
pakistana, fortemente maschilista, al punto che è nato il modo di dire “non fare la Themina” e
il suo libro non è stato ammesso alla circolazione per anni; è stata condannata dal tribunale
per aver commesso adulterio nei confronti del primo marito e per il suo coinvolgimento con i
servizi segreti indiani; ha perso ogni sostegno economico e finanziario e anche,
provvisoriamente, la custodia dei figli.
Nonostante questo, però, Themina è uscita vincitrice e ha riconquistato la sua libertà.
Anzi, ha guadagnato una libertà maggiore di quella che aveva prima del matrimonio e ha fatto
sapere al mondo che la violenza subita dalle donne è dovuta anche ad un sistema culturale che
la rende lecita e la giustifica212.
1.3.1. Struttura dell’opera
Il libro si compone di tre sezioni.
Nella prima parte, intitolata Il leone del Punjab, Themina Durrani racconta la sua
infanzia, l’adolescenza, il primo matrimonio con Anees Khan e la libertà di cui godeva. Qui
scrive anche di quando ha conosciuto Mustafa Khar e di come le fosse apparso un uomo
nobile, gentile ed equilibrato, nonostante non mancassero le avvisaglie di pericolo. Racconta
anche di come, dopo il matrimonio, Mustafa abbia cambiato atteggiamento e di come fosse
211
DURRANI T., op. cit., p. 21 scrive: «La mamma non andava per il sottile quando si trattava di manifestare le
sue predilezioni. Quasi ogni suo gesto, ogni sua parola indicavano che preferiva i figli di pelle bianca, il piccolo
Asim e le figlie Minoo e soprattutto la piccola Adila. Rubina, Zarmina e io, le figlie più scure, non potevamo
piacerle».
212
Vale la pena sottolineare nuovamente che questo non vale solo per il Pakistan o per i Paesi islamici. Anche
nella società Occidentale e cristiana è così. E anche in quella ebraica.
54
riuscito in poco tempo a sottomettere ed annullare la sua personalità, rendendola una
ragazzina paranoica ed isolata dal resto del mondo.
Nella seconda sezione, La legge della giungla, racconta del tradimento del marito con la
sorella Adila, e dei loro ricatti psicologici, dei giochi e delle macchinazioni volte a farla
sembrare una pazza paranoica. Ma in questa sezione il lettore ha modo di conoscere una
Themina nuova, che inizia a combattere il fuoco con il fuoco.
Nella terza ed ultima parte, La leonessa, Themina narra della sua rinascita, della nuova
forza che pare essere nata in lei e che alla fine la porterà alla decisione di lasciare
definitivamente il marito. Non poteva scegliere, per questa sezione, un titolo più adatto: come
una leonessa Themina ha combattuto per sé stessa, per la sua libertà, per i suoi figli, ma anche
per la liberazione del marito prigioniero. E ancora, come una leonessa, si batte per i diritti
delle donne Pakistane.
1.3.2. La vicenda
La storia raccontata da Themina riguarda principalmente il suo dramma personale, le violenze
fisiche e psicologiche esercitate per tredici anni da Mustafa, la crudeltà di quest’uomo e di
altre persone a lei vicine, come la sorella Adila.
Il suo racconto, però, si dipana anche attraverso la storia politica del Pakistan, coprendo
il periodo storico che va dal governo di Ali Bhutto, passa attraverso il colpo di stato del
generale Zia, e giunge infine alla presa di potere di Benazir Bhutto.
Schiava di mio marito è un intrecciarsi di vita pubblica e domestica, di macchinazioni,
tradimenti e imbrogli; è il racconto delle astute manovre che Mustafa Khar attua sia in ambito
politico contro i propri avversari (e i propri alleati), sia contro Themina (per allontanarla dalla
famiglia, per farla apparire una pazza isterica e per rapire i suoi figli costringendola a tornare
quando scappa di casa).
Infine, questa è la storia della crescita personale di Themina e della sua presa di
coscienza: da donna remissiva e spaventata a leonessa, fiera ed indipendente.
1.3.3. Personaggi principali
L’autobiografia di Themina Durrani, pur essendo contenuta in poco più di trecento pagine, è
estremamente dettagliata. In essa compaiono numerosi nomi, per questo è bene fare un breve
55
elenco di tutti i “personaggi” principali.

Themina Durrani: autrice e voce narrante della storia.

Minoo Durrani: sorella minore di Themina. È descritta come una persona meravigliosa
e molto affezionata all’autrice, alla quale non nega mai il suo aiuto e il suo sostegno.
Vive in America, ed è innamorata di un giovane di religione cattolica (i genitori
vogliono che lui si converta all’Islam e cambi nome in Ali Habib, prima delle nozze).

Asim Durrani: fratello di Themina. È descritto come una persona molto buona e
affezionata alla sorella. È lui che costringe Mustafa a firmare le carte che lo obbligano
a concedere il divorzio a Themina se lei decide di andare via di casa.

Adila Durrani: sorella minore di Themina di cui l’autrice ha un’opinione molto
negativa: la dipinge, infatti come la cocca di mamma, macchinatrice e bugiarda.

Anees Khan: primo marito di Themina. Descritto come un uomo gentile e molto
buono, ma ingenuo e cieco dinanzi all’evidenza.

Mustafa Khar: secondo marito di Themina, governatore della regione del Punjab e
braccio destro di Ali Bhutto all’epoca dei fatti. È un uomo violento, che pretende
obbedienza cieca da parte di tutti coloro che considera oggetti di sua proprietà
(moglie, figli, servi); è un abile manipolare e un bugiardo.

Dai Ayesha: «fu assunta come Dai (bambinaia) di Bilal. Mustafa accettò di dare alla
sua famiglia una piccola porzione di grano ogni anno, ma a parte questo la donna non
ebbe alcuno stipendio. Da allora in poi fu conosciuta come Dai Ayesha e divenne,
come mote altre, una schiava domestica»213. È una donna povera e terrorizzata dal
padrone, che la picchia per ogni sciocchezza. Per questo, quando Mustafa deciderà di
rapire i figli lei sarà sua complice.

Benazir Bhutto: figlia di Zulfikar Ali Bhutto e politica pakistana. Fu a capo del PPP e
fu la prima donna a ricoprire la carica di Primo ministro in uno Stato musulmano214.

Mohammed Zia ul-Ḥaq (1924 - 1988): generale e politico pakistano che, dopo aver
partecipato alle due guerre contro l’India, nel 1976 divenne Capo di Stato maggiore e
depose dal suo ruolo il Primo Ministro Ali Bhutto (giustiziato nel 1979). Divenuto
presidente del Pakistan (1978-85), instaurò un regime autoritario di ispirazione
213
DURRANI T., op. cit., pp. 39-40
Nata nel 1953, è morta nel 2007 a causa di un attentato, dopo essere appena rientrata in Pakistan dopo un
periodo di esilio in Inghilterra. Dizionario di Storia, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2010, s.v. Bhutto,
Benazir
214
56
islamica e introdusse elementi propri del liberalismo economico, contrariamente alla
politica socialista del governo Bhutto. A seguito dell’invasione dell’Afghanistan da
parte dell’URSS, il generale Zia divenne uno dei principali alleati degli Stati Uniti.
Morì in incidente aereo nel 1988, poco dopo aver vinto per la seconda volta le
elezioni215. Il suo ruolo nel libro è legato alle vicissitudini politiche di Khar e non alla
vita privata della coppia.

Indira Ghandi: Politica indiana nata ad Allahabad nel 1917 e morta a Nuova Delhi nel
1984. Nel 1971 decise l’intervento dell’India nella guerra per la secessione del
Pakistan orientale e la nascita del Bangladesh. L’anno seguente siglò con Bhutto
l’Accordo di Shimla, con cui i due si impegnavano e a cercare una soluzione al
conflitto, escludendo un possibile intervento delle Nazioni unite. Tra ’77 e’78 fu
arrestata ben due volte per corruzione216.
1.4. Analisi
1.4.1. Il contesto storico e socio-culturale
Themina, si è visto, è nata in una ricca famiglia borghese, lontana dalla mentalità feudale che
scoprirà essere propria del suo secondo marito, Mustafa. Questo fatto le ha concesso notevoli
libertà, che spesso alle donne musulmane del Pakistan erano e sono tuttora negate.
Nonostante ciò, ella non è totalmente libera dalla mentalità maschilista dominante. Fin
da piccole, infatti, alle bambine viene insegnato che esiste una differenza abissale tra uomo e
donna e la loro educazione verte sul fatto che devono il più possibile evitare di avere contatti
con l’altro sesso. A tal proposito, l’autrice, nel romanzo, ricorda:
Gli esseri di sesso maschile dovevano essere considerati degli estranei; fin dai primissimi tempi
della mia vita mi inculcavano di farne a meno. La mia infanzia fu praticamente un cumulo di
proibizioni tutte tese a creare una distanza incolmabile tra me e l’universo maschile: […] non
guardare i ragazzi, evita le amiche troppo disinvolte e le ragazze che abbiano un fratello
maggiore. Non andare mai a trovare un’amica senza permesso e senza essere accompagnata dalla
governante217
215
Dizionario di Storia, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2011, s.v. Zia-ul-Haq, Muhammad
Dizionario di Storia, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2010, s.v. Gandhi, Indira
217
DURRANI T., op. cit., p. 25. Questo richiama alla mente la situazione ben peggiore di altre donne, come Suad,
che nella sua autobiografia, SUAD, Bruciata viva. Vittima della legge degli uomini, Casale Monferrato, Piemme,
2004, p.5, scrive: «Sono una ragazza e una ragazza deve camminare in fretta, con la testa china, come per
216
57
Eppure, nonostante tutte queste proibizioni, per le donne pakistane l’unica via possibile
sembra essere quella di prendere marito218, o, se aspiravano ad avere una certa libertà di
costumi, di diventare ballerine (sarà, anche se per diversi motivi, la strada scelta da Fahkra,
autrice del libro Il volto cancellato, sul quale ritorneremo più avanti nel corso di questo
capitolo).
Themina allora, più per fare un dispetto alla madre che non per amore, decide di
sposare Anees Khan. Le regole sociali, in questo caso giocano a suo favore: in Pakistan,
infatti, era consuetudine che le ragazze si sposassero giovani. La madre deve quindi accettare
il suo matrimonio con Anees, perché «la famiglia conservatrice di [suo] padre era
preoccupata che [rimanesse] zitella. A diciassette anni [avrebbe] già dovuto essere fidanzata;
e il non esserlo era l’umiliazione peggiore per una donna pachistana»219.
Questo costume non è tipico solo del Pakistan. Infatti è diffuso anche in altri Paesi
musulmani, quali la Cisgiordania, come si evince dall’autobiografia di Suad220, Bruciata viva,
in cui l’autrice afferma che nel suo paese non essere sposate dopo i diciotto anni era
disonorevole. In questo caso si aggiunge però anche un’altra abitudine, cioè quella di sposare
le figlie nell’ordine di nascita, dalla maggiore alla minore, e quindi finché la maggiore non si
sposa nemmeno le altre possono farlo221.
La differenza più importante tra Themina e Suad, è che la seconda non ha potuto
godere della posizione socialmente privilegiata della prima. Apparteneva infatti ad una
famiglia contadina di un piccolo villaggio, in cui la madre e le figlie erano vittime
contare i propri passi. Non deve alzare gli occhi né lasciarli errare a destra o a sinistra della strada perché, se il
suo sguardo incontra quello di un uomo, tutto il villaggio la tratta da charmuta. Se una vicina già sposata, una
vecchia o chiunque altro, la vede sola sul sentiero […] anche per questo può essere chiamata charmuta. Solo
quando sarà sposata potrà guardare dritto davanti a sé».
218
SUAD, op.cit., p. 25 commenta: «Il mio compito nella vita era di sposarmi e di sposarmi bene». Da questa
affermazione se ne deduce non solo che alle ragazze era prescritto di sposarsi giovani, ma che esse
rappresentavano un modo per la famiglia di guadagnare prestigio e ricchezza derivandoli dal loro matrimonio.
Per questo dovevano “sposarsi bene”.
219
Ivi, p. 30
220
Si tratta di uno pseudonimo. In questo, come in molti altri casi simili, le donne che decidono di raccontare la
loro esperienza personale, decidono anche di mantenere l’anonimato per non mettere a repentaglio la loro vita e
quella dei loro famigliari. Di Suad sappiamo solo ciò che si può desumere dall’autobiografia: è nata in
Cisgiordania attorno al 1957 (la data non è certa) e ha subito maltrattamenti fin dall’infanzia. Dopo essere stata
bruciata con il kerosene a causa del suo stato di charmuta (puttana) ed essersi salvata, è stata portata in Italia da
una volontaria di Terre des homme e qui ha ricevuto tutte le cure necessarie. Si è poi sposata e ha avuto due
figlie.
221
SUAD, Bruciata viva. Vittima della legge degli uomini, Casale Monferrato, Piemme, 2004, p.5
58
inconsapevoli dei continui maltrattamenti fisici e psicologici del padre222. Dallo stesso
racconto di Suad si evince che la mentalità cambiava molto non solo da un ceto sociale
all’altro, ma anche tra un paese e l’altro: vivere in una città grossa permetteva alle donne di
godere di maggiori libertà.
Tornando al contesto socio-culturale in cui è crescita Durrani, va ricordato comunque
che non sono state solo le proibizioni sui rapporti tra i due sessi a influire successivamente
sulle azioni.
Anche il fatto che per tutta la vita Themina sia stata cresciuta nella convinzione che
qualsiasi forma di esteriorità valga più ogni altra cosa, infatti, ha giocato un ruolo
fondamentale. Con la madre che esigeva totale sottomissione da parte dei figli, che
manifestava aperte preferenze per i figli di pelle più chiara, che incarnavano quindi un ideale
di bellezza, e poi la necessità di doversi “sposare bene”, ossia di sposare un uomo ricco e
importante. Il problema, sia chiaro, non riguarda solo la sua famiglia: come afferma Fakhra
Younas, infatti, in Pakistan «i regali costosi sono dichiarazioni d’amore […] Da noi l’amore
si esprime in carati. O anche in biglietti da mille rupie»223.
Quindi denaro, bellezza, discrezione sulla propria vita privata e civiltà dei modi sono
qualità molto apprezzate, ma, a causa di questa mentalità, le donne che subiscono violenze
arrivano a temere il rifiuto sociale in caso di denuncia o divorzio. È per questo che Sherry fa
di tutto per non far sfaldare il suo matrimonio nonostante le violenze del marito, ed è sempre
ser questo che anche Durrani manifesterà lo stesso comportamento.
È l’autrice stessa a ricordare che «l’umiliazione di non rendere felice mio marito e di
non essere all’altezza dell’immagine di moglie ideale, così come la descriveva mia madre, mi
faceva più paura delle percosse. La violenza fisica non era un crimine perpetrato da Mustafa,
222
Vale la pena far notare che SUAD, op. cit., p. 10 scrive che lei e le sue compaesane consideravano normale
essere picchiate, perché crescevano in un clima di violenza: «Fino all’età di diciassette anni ho vissuto così,
convinta, in quanto femmina, di vale meno di un animale ». E ancora, pp. 18-19: «Un giorno senza botte non è
un giorno normale. […] Era questa la legge del villaggio, la legge degli uomini. Anche nelle altre case le ragazze
e le donne venivano picchiate tutti i giorni. Da qualsiasi casa si sentivano urla e grida, quindi era normale essere
bastonate, restare senza capelli, venire legate a uno steccato nella stalla». Questo ci riporta a quanto affermato
nel primo capitolo di questo lavoro, e cioè che a volte le violenze non vengono denunciate perché non sono
riconosciute.
223
YOUNAS F., DONI E., op. cit., p. 64
59
ma semplicemente la prova della mia inadeguatezza»224. Quindi, per lei conta di più che sua
madre non si accorga della situazione, piuttosto che salvare sé stessa225.
Themina si rende perfettamente conto che il matrimonio con Mustafa si regge «in piedi
non per il nostro rapporto ma per via di complicatissime forze esterne: di volta in volta il mio
orgoglio, il terrore di fallire agli occhi della mia famiglia e della società, la paura di perdere i
figli o lo status di donna sposata»226.
Quando Themina, a causa dell’esasperazione che la situazione le provoca, inizia ad
assumere il Valium, anche in dosi ingenti, suo padre sembra intuire perfettamente la
situazione che sua figlia sta vivendo anche se lei non gliene ha mai parlato, ma, dal momento
che, coerentemente con la mentalità pakistana, ritiene che non si debba mai mettere in mostra
la propria vita privata, si limita a consigliarle di trattare suo marito come una malato, perché,
afferma, «un marito che si comporta male è malato»227.
Il problema, comunque, non riguarda solo la mentalità del padre, ma quella di un’intera
società228, che «considerava disdicevole che una donna rivelasse i suoi segreti intimi»229.
Secondo Durrani questo «silenzio assolve l’ingiustizia, genera servilismo e provoca ipocrisia.
[…] le donne musulmane devono imparare a protestare contro l’ingiustizia»230, ma questa, si
ricordi, è una consapevolezza a cui l’autrice giungerà solo dopo tredici anni di sofferenze e
sevizie: è una consapevolezza conquistata lottando con tutta sé stessa. Chi scrive auspica che
non solo le donne musulmane, ma tutte le donne riescano a raggiungerla e a trovare in loro
stesse la forza di denunciare le violenze e gli abusi231.
Quando capisce questo, Durrani chiede finalmente il divorzio. Mustafa dopo un iniziale
rifiuto, accetta di concederlo. Il divorzio però, non ha subito validità legale perché per la
224
DURRANI T., op. cit., p. 119
Ivi, p. 103, scrive: «Sapevo bene ciò che [Mustafa] mi avrebbe fatto, ma tutto quel contava per me era che
mia madre non si accorgesse di niente».
226
Ivi, p. 155
227
Ivi, p. 118. Alla fine del libro si scoprirà che il padre di Themina era alcolista da moltissimo tempo e che la
durezza della madre era anche dovuta a questo, quindi è ipotizzabile che queste considerazioni che lui fa siano
state dovute ad un’esperienza personale.
228
Sarà utile ricordare che in Italia la situazione non era migliore. Sara (pseudonimo), in AA.VV., Questo non è
amore. Venti storie raccontano la violenza domestica sulle donne, a cura di PEZZUOLI G., PRONZATO L.,
Venezia, Marsilio, 2013,, p. 39 afferma che nel nostro Paese, non solo per alcune persone, ma anche per la
polizia «le botte erano un “problema” che si doveva risolvere in famiglia».
229
DURRANI T., op. cit., p. 351
230
Ivi, p. 351
231
A tal proposito si coglie l’occasione per ribadire il fatto che la violenza di genere non è un fenomeno proprio
solo dell’area islamica e che anche tra i musulmani vi sono uomini che non maltrattano le loro mogli. Per restare
nell’ambito della letteratura autobiografica, ricordiamo qui, a titolo d’esempio, il padre di Themina, Anees,
Matloob, e ancora, Hemat, Nadim e Badar. Cfr. DURRANI T., op. cit., YOUNAS F., DONI E., op. cit.
225
60
legge islamica si deve attendere che passi il periodo dell’Idat, ossia di tre mesi, in modo tale
che le «parti in causa abbiano il tempo di riflettere attentamente su quella decisione ed
eventualmente non ratificarla»232.
Un’ultima considerazione, infine, va fatta sulla società pakistana. Themina Durrani
dopo la pubblicazione della sua autobiografia ricevette due incriminazioni: una per aver
collaborato con i servizi segreti indiani, l’altra per adulterio.
Secondo la normativa Hadood, entrata in vigore alla fine degli anni Settanta con il
governo Zia e abolita nel 2004 dal governo di Benazir Bhutto, una donna che tradisce il
marito è punibile con la morte per lapidazione, cosa che viene riaffermata anche dagli antichi
usi e costumi feudali. All’uomo, invece, è concesso di avere più di una moglie e il suo
tradimento non è punito.
Ricordando l’adulterio di Adila, Themina scrive che «anche Matloob apparteneva a una
famiglia di rango feudale, e per tradizione avrebbe dovuto commettere un orrendo delitto
passionale per poter restaurare il suo onore perduto. Invece assunse un atteggiamento più
moderato e aperto e per primo nel suo paese intentò una causa querelando formalmente un
altro feudatario per adulterio»233.
Non si creda, comunque, che questa situazione riguardi solo le donne musulmane:
ricordiamo ancora una volta che anche in Italia, fino a qualche decennio fa, il delitto d’onore
era normato, accettato e diffuso, in particolare nel Meridione.
1.4.2. Il comportamento dell’uomo violento
Anche leggendo solo sommariamente la storia descritta in Schiava di mio marito, ci si
accorge subito che Mustafa è un uomo estremamente contraddittorio nel comportamento,
oltre che un abile manipolatore.
Inizialmente, quando Themina lo conosce e lo frequenta come amica, Mustafa si
«comportava da perfetto gentiluomo nei confronti delle donne del nostro gruppo, le trattava
con rispetto, cortesia e perfino con deferenza»234. Egli quindi ha un atteggiamento
232
DURRANI T., op. cit., p. 340
Ivi, p. 347
234
Ivi, p. 52
233
61
all’apparenza irreprensibile, al punto che Themina, pur avendo «sentito mormorare che era
rozzo e volgare»235, da’ credito alle voci che le arrivano.
Questo fenomeno, in realtà, stando al corpus letterario trasmesso dalle autobiografie e
ai racconti che le donne abusate fanno delle loro esperienze, si riscontra spesso negli uomini
che nella vita privata maltrattano le loro compagne. Riportiamo a titolo d’esempio236 anche la
testimonianza di Ileana Zacchetti, assessore alle Politiche Sociali e alle Pari Opportunità del
comune di Opera, raccolta nel volume Questo non è amore, che scrive: «Abbiamo cominciato
a frequentarci insieme con un gruppo di amici. Mi hanno conquistato la socievolezza, la
battuta rapida. La generosità e la prontezza nel dire: “Questa sera offro io.”»237.
L’uomo che maltratta, quindi, è un abile bugiardo (almeno, questo traspare dalle
descrizioni fatte nel corpus delle autobiografie) che mente a tutti, uomini e donne, fin
dall’inizio. Da cosa derivi questo comportamento è difficile stabilirlo, e la bibliografia critica
consultata non ha fornito nessun dettaglio in merito. Certamente, se questo viene sottolineato
da molte donne, deve trattarsi di un comportamento molto frequente.
Comunque sia, va detto che nel caso specifico di Mustafa e Themina, alcune avvisaglie
di pericolo erano evidenti già nella situazione iniziale. Infatti, Mustafa, pur comportandosi
correttamente nei confronti delle altre donne, manifestava un atteggiamento umiliante nei
confronti della moglie Sherry, che un giorno, mentre era fuori con Themina e Anees, alla loro
richiesta di fermarsi al supermercato per fare alcuni acquisti, risponde di no, che non può
fermarsi con loro perché il marito «Si arrabbierebbe. Mi picchierebbe. Mi picchia se faccio
qualcosa senza chiedergli il permesso»238.
Si noti che Sherry, nonostante le violenze ripetute e le umiliazioni pubbliche, cerca di
mantenere intatto il suo matrimonio, non solo perché come la maggior parte delle donne
vittime abusi spera in un cambiamento del marito, ma anche perché, come affermano
Themina e Fakhra, in Pakistan le apparenze sono molto importati e una donna che non riesce
a tenersi il marito viene considerata una donna fallita.
È per questo stesso motivo quindi, e non per bontà d’animo o per la volontà di salvarsi
dai maltrattamenti, che Sherry, dopo essersi accorta della storia clandestina tra l’autrice e
Mustafa, cerca di allontanare Themina dal marito, raccontandole delle sue violenze:
235
Ivi, p. 52
E così da impedire al lettore di cadere nell’errore di credere che la nostra società sia immune alla violenza si
genere.
237
AA.VV., Questo non è amore... cit., 2013, p. 25
238
Ivi, p. 40
236
62
Disse che gli capitava di picchiarla per un nonnulla, per esempio se lei dimenticava di dire ai
domestici di accendere lo scaldabagno, se metteva qualcosa fuori posto o se aveva dimenticato di
far stirare per tempo i suoi vestiti239.
Themina, però, pur di fronte a racconti così cruenti, che «davano di Mustafa
l’immagine di un uomo sadico e grottesco il quale traeva piacere dall’umiliazione di coloro
che dichiarava di amare»240, continua a credere che ciò non sia vero. Anzi, arriva addirittura a
crede che sia Sherry ad inventarsi tutto, perché a lei «Mustafa appariva umano, dolce e
soprattutto ragionevole»241.
Non basterà a convincerla della meschinità e della violenza di Mustafa neanche l’essere
portata a vivere con lui e Sherry per un certo periodo di tempo prima del divorzio dei due, né
un episodio di violenza contro il figlio242. Sì, perché la violenza di Mustafa si riversa nei
confronti di tutti coloro che appartengono al suo nucleo familiare: moglie, figli e servi (come
Dai Ayesha).
Themina riporta alcuni episodi. Il primo, che avrebbe dovuto funzionare da deterrente
per la loro storia d’amore, riguarda uno dei figli di primo letto di Mustafa, e avviene quando
Mustafa è ancora sposato con Sherry. L’autrice scrive:
Sherry venne a dire che aveva sorpreso Adur Rehman, figlio di primo letto di Mustafa […] a
fumare in bagno. Immediatamente Mustafa fece venire Abdur […] e ordinò ai domestici di
immobilizzarlo disteso sul pavimento […] Quindi cominciò a picchiarlo a bastonate. […] colpì
così forte che il bastone si spezzò contro la schiena del ragazzo […] Era già passato al terzo
bastone quando io […] cercai di intervenire ma fui cacciata via243.
Il secondo episodio riportato da Themina riguarda la loro figlia Naseeba, che Mustafa
avrebbe quasi soffocato più volte solo perché piangeva. Anche il sequestro dei figli,
comunque, è da considerarsi una forma di violenza nei loro confronti.
239
DURRANI T., op. cit., p. 68
Ivi, p. 84
241
Ivi, p. 68
242
Dal sito dell’UNICEF si può apprendere che, stando al Rapporto ONU sulla violenza sui minori del 2006
redatto dell’esperto indipendente delle Nazioni Unite Paulo Sérgio Pinheiro, sono circa un miliardo e mezzo i
bambini e gli adolescenti che subiscono violenze di vario genere nel corso della vita. Dal momento che la
maggior parte degli abusi si verifica all’interno dell’ambiente familiare, è difficile fare una stima esatta del
numero di violenze e maltrattamenti. Cfr: http://www.unicef.it/doc/2776/violenza-sui-minori.htm (ultimo
controllo 10/05/2014)
243
DURRANI T., op. cit., p. 86
240
63
A questo punto, però, si rende necessario aprire una breve parentesi a riguardo dei
maltrattamenti sui figli, perché non tutti i romanzi autobiografici ne portano testimonianza.
Infatti, anche se spesso si legge di violenze operate anche sui minori244, in molti casi al
contrario le donne raccontano che anche se il loro compagno era un pessimo marito, sui figli
non aveva mai alzato le mani245.
Si tenga comunque presente che la mancanza di violenza fisica sui figli non esclude
automaticamente anche l’esercizio di violenza psicologica. Di fatto, in molti casi i figli
vivono una situazione di totale sottomissione alla figura paterna, della quale hanno spesso
paura, oppure diventano spettatori involontari di scene di violenza del padre verso la madre.
In alcuni casi, particolarmente estremi, le donne hanno espressamente dichiarato che i
figli erano letteralmente obbligati dal padre ad assistere alla violenza. A tal proposito si può
ricordare ciò che Elena246, una delle donne la cui testimonianza è raccolta nel volume Questo
non è amore, scrive a riguardo del suo ex-marito: «A volte costringeva i nostri figli a
guardare [mentre la violentava]. “Così imparano” diceva»247.
Picchiare la moglie e i figli è una cosa normale per Mustafa e lo fa con tutte le mogli248,
non solo con Themina. Nel caso della sua prima moglie, Safia, l’autrice ricorda che subito
dopo il loro matrimonio:
Mustafa tornò immediatamente ai dettami tradizionali del suo retaggio feudale. Tolse Safia dal
cielo e la rinchiuse in gabbia. Quella che era stata una donna moderna tornò dietro al velo,
segregata a Kot Addu, dove il suo compito consisteva nel vivere nell’attesa delle rarissime visite
di Mustafa249.
244
Si veda ad esempio il caso di Suad, che in SUAD, op. cit., pp. 17-19, ricorda il padre in questo modo: «Lo
rivedo ancora mentre si sfila la cintura […] Mi afferra per i capelli e mi strascina sul pavimento della cucina. Mi
colpisce mentre sono in ginocchio, si attacca alla mia treccia come se volesse strapparla […] Posso piangere,
urlare o supplicare, otterrò soltanto dei calci. […] ci colpisce così forte col bastone che qualche volta, per il male,
non riesco più a distendermi, né su un fianco né sull’altro. Cintura o bastone, venivamo picchiate, credo, tutti i
giorni». Per quanto riguarda l’Italia si ricorda il caso di Giovanna (pseudonimo), il cui marito abusava della
figlia. Cfr. AA.VV., Questo non è amore… cit., p. 56
245
Sara (pseudonimo) racconta che il suo «è stato un pessimo marito, ma un buon padre». AA.VV., Questo non è
amore… cit., p. 38
246
Si tratta di uno pseudonimo.
247
AA.VV., Questo non è amore…. cit., p. 32
248
Per Mustafa, e in generale per la mentalità feudataria, moglie, figli e servi sono una proprietà. Non dovrà
quindi stupire che egli, quando Themina se ne va definitivamente di casa, cercherà di rapirla per condurla a Khot
Addu.
249
DURRANI T., op. cit., p. 38
64
Safia fu costretta a rimanere «chiusa negli zannana (gli appartamenti delle donne) dove
il maschio è re e la donna schiava»250, mentre il marito, sempre assente a causa del lavoro,
poteva permettersi di avere altre storie d’amore251, fino a quando la donna non decise di
scappare con uno dei fratelli di Mustafa252.
Anche nei confronti di Themina, il suo comportamento cambia radicalmente poco dopo
il matrimonio: non passa molto tempo infatti tra il giorno delle nozze e la prima
manifestazione di violenza.
Di colpo mi scaraventò sul letto e mi saltò addosso. Seduto a cavalcioni sulla mia pancia, mi
schiaffeggiò ripetutamente con la mano aperta, con il palmo e con il dorso. […] Lottai per
soffocare le mie urla mentre mi tirava i capelli, sbattendomi la testa di qua e di là. Come un
fulmine, saltò via da me. Con una mano afferrò la treccia dei capelli lunghi e mi tirò giù dal letto
facendomi cadere in terra. […] Mi sbatté contro la parete, mi riprese e mi scaraventò contro
un’altra ancora e ancora e ancora253.
Quello sopra riportato è solo uno dei tanti esempi di maltrattamento che Themina
fornisce nel suo romanzo. Maltrattamenti che saranno destinati a ripetersi quasi ogni giorno
per tredici anni. Si noti che, seguendo il racconto di Themina, subito dopo aver sfogato tutta
la sua rabbia verso la moglie, Mustafa:
Cadde ai miei piedi e pianse. […] Mi supplicò di perdonarlo. Disse che […] non voleva farmi
male. Non riusciva a capire cosa fosse successo, probabilmente la gelosia per un altro uomo gli
era insopportabile perché mi amava troppo254.
E così, ogni volta, promesse e pianti:
«Ti tratterò come una regina […] Non ti picchierò più. Sarò il tuo schiavo. Farò quel che desideri,
qualsiasi cosa tu mi chieda. Ti prego non mi abbandonare» 255
Quella sera, Mustafa mi pregò di perdonarlo per avermi inflitto una tale umiliazione256.
250
Ivi, p. 39
Ivi, p. 45 ricorda che « La legge feudale autorizzava l’uomo ad agire in quel modo, mentre per una moglie
tradire il marito era il peggiore dei crimini». Di fatto, la legge puniva solo l’adulterio femminile. Si ricorda,
comunque, che fino a qualche decennio fa era così anche in Italia.
252
Come vedremo analizzando l’autobiografia di Fakhra Younas, questo causò un forte trauma emotivo a loro
figlio Bilal, e la cosa avrà ripercussioni nel suo comportamento da adulto.
253
DURRANI T., op. cit., p. 92
254
Ivi, p. 93
255
Ivi, p. 165
251
65
Anche questo comportamento ambiguo è destinato a ripetersi per tredici anni ed è,
come ci si può rendere conto arrivando alla fine del romanzo, sintomatico del carattere
manipolatorio e bugiardo del marito. Esso, tuttavia, potrebbe indicare anche un atteggiamento
sadomasochistico dell’uomo.
Il fatto di supplicare il perdono della compagna subito dopo la violenza è un
atteggiamento tipico di molti uomini violenti, anche se non universale. Leggendo i racconti
autobiografici delle donne che hanno subito maltrattamenti ripetuti, si può notare come
questo modo di comportarsi serva a confondere le donne. In molti casi, i pianti e le promesse
di cambiamento creano una nuova speranza nella donna e la illudono che la situazione possa
cambiare, come testimonia anche la stessa Themina quando scrive: «mi attaccavo
disperatamente a quei segni della sua buona disposizione d’animo»257 e, ancora: «ero molto
confusa dall’ineffabile pietà che suscitava in me quell’uomo che teneva la fronte sui miei
piedi e li bagnava con le sue lacrime»258.
Sembra quasi che, grazie al rimorso che questi uomini manifestano, le donne
maltrattate entrino in una situazione mentale che si richiama e si avvicina per certi aspetti alla
sindrome di Stoccolma259, consistente in uno «stato psicologico che può interessare le vittime
di un sequestro o di un abuso ripetuto»260, le quali manifestano sentimenti di affetto e/o
solidarietà per il loro aguzzino.
Inoltre, questo potrebbe essere un fattore che, sommato a tutte le altre circostanze
esterne ed interne al rapporto di coppia, già ampiamente descritti nel capitolo precedente del
presente lavoro, impedisce alle donne maltrattate di lasciare il loro compagno.
Nel caso di Themina questi – finti – pentimenti hanno anche un altro effetto. Infatti, ad
un certo punto, essi iniziano a produrre un sentimento di gratificazione nella donna, che
afferma:
256
Ivi, p. 153
Ivi, p. 98
258
Ivi, p. 93
259
Dizionario di medicina, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 2010, s.v. Stoccolma, sindrome di; riporta
che «L’espressione fu usata per la prima volta da Conrad Hassel […] in Svezia nell’agosto del 1973 […] Gli
effetti a breve e lungo termine sono caratterizzati da una sintomatologia ansiosa, disturbi fisici e psicofisici e
sintomi depressivi».
260
Ibidem
257
66
A volte, ero perfino masochisticamente grata delle punizioni, perché sapevo che dopo lui avrebbe
manifestato un rimorso strisciante. Vedere quell’uomo, grande e grosso, ridotto a una posizione
tanto avvilente mi dava un perverso senso di gioia261.
È ipotizzabile che questo stesso meccanismo mentale possa intervenire anche in altre
donne che si trovano a vivere situazioni simili.
Si noti che Mustafa manifesta un comportamento vittimistico non solo con la moglie
dopo averla picchiata ma anche difronte ad altre persone ogni volta che lei decide di
andarsene. In questo modo riesce ad ottenere aiuto e solidarietà immeritate:
Per interpretare in modo plausibile il ruolo di amante abbandonato, si fece crescere la barba. […]
Fermava la gente per strada per parlare della moglie che amava e che lo aveva abbandonato. […]
Riuscì a ottenere molta comprensione. […] la mia famiglia premeva perché provassi ancora una
volta a vivere con lui, per il bene dei bambini 262.
È bene ora cercare di capire quali siano state le condizioni alla base di un simile
comportamento da parte di Mustafa.
Innanzitutto ricordiamo che Themina afferma che, secondo la quinta moglie Sherry,
«egli soffriva di un complesso di inferiorità», odiava tutte le donne appartenenti al loro ceto
sociale e «si era dato come missione quella di sottometter[le]»263. Questo quindi, sarebbe un
primo fattore che influisce sulle sue manifestazioni di violenza.
Prima di proseguire, però, vale la pena soffermarsi sulla prima affermazione, perché
essa coincide non solo con quanto già affermato nel primo capitolo di questo lavoro264, ma
anche con quanto testimoniano alcuni degli stessi maltrattanti. Si pensi ad esempio a
Francesco265 (pseudonimo), la cui testimonianza è raccolta nel volume Questo non è amore,
261
DURRANI T., op. cit., p. 120
Ivi, p. 206; situazione analoga a quella raccontata da Rosaria in A.A:V.V., Questo non è…cit., p. 102:
«Costanzo […] ha detto in giro che l’ho cacciato io di casa, lui vuole sempre avere ragione».
263
DURRANI T., op. cit., p. 84. Oltre a questo, Sherry, secondo quanto racconta Durrani, era convinta che anche
l’idealismo politico di Mustafa fosse «solo un biglietto d’ingresso per il nostro ambiente sociale e che la sua
sollecitudine per i poveri e gli oppressi era tutta una finzione» (Ibidem).
264
Ovvero che «la violenza su qualcuno ritenuto fisicamente più debole o più vulnerabile (come, appunto, le
donne) diventa un modo come un altro per ristabilire, dimostrare ed esibire agli altri uomini, ma soprattutto a sé
stessi, la propria mascolinità, il proprio machismo».
265
Francesco è un uomo violento che, dopo aver picchiato la sua ex-compagna per la prima volta, ha deciso
spontaneamente di entrare in terapia. Egli sottolinea alcuni dei carabinieri intervenuti cercassero di giustificare il
suo gesto come rapsus d’ira (ma Francesco asserisce di essere stato perfettamente lucido e padrone delle proprie
azioni) o come se la colpa, infine, fosse stata della ragazza.
262
67
che scrive che gli uomini violenti «a volte hanno paura delle donne, quando riconoscono la
loro superiorità o vedono che la loro compagna diventa autonoma»266.
Anche Themina afferma che Mustafa scarseggiava di autostima:
Le donne entravano rapidamente nella vita di Mustafa e altrettanto presto ne uscivano. […] gli
mancava la fiducia in sé stesso per far la corte alle donne dell’alta società, quindi continuò, per un
certo periodo, a cercare compagnia nei bassifondi267.
Nel caso specifico di Mustafa, comunque, è probabile che anche il suo vissuto e il suo
background culturale possano aver influito sul suo comportamento da adulto. È bene tenere
sempre a mente che alcuni soggetti (anche se ciò non vale per tutti), cresciuti in contesti
famigliari in cui la madre e talvolta i figli stessi sono vittime di violenze da parte del padre,
possono introiettare questi comportamenti devianti considerandoli normali. Ancora una volta
è Themina a confermare che l’ex-marito è un prodotto del suo ambiente socio-culturale.
Mustafa Khar appartiene, infatti, alla classe feudale e i feudatari, secondo quanto
riporta l’autrice, avevano idee retrograde e medievali su molte questioni e in particolare a
riguardo del ruolo sociale delle donne:
Le sue idee erano imbevute di pregiudizi medievali, un miscuglio di preconcetti, superstizioni e
assurde leggende. Al primo posto c’era il ruolo della moglie. Secondo la tradizione feudale, la
moglie è moralmente impegnata a vivere secondo i capricci del marito268.
E ancora:
I feudatari pensano che la donna sia soltanto uno strumento per il piacere sessuale dell’uomo. Se
mostra di godere, è potenzialmente un’adultera di cui non c’è da fidarsi269.
Oltre a questo, anche se l’autrice non si pone il problema, ci si dovrebbe chiedere se il
ruolo politico di Kahr non possa in qualche modo aver influito sulla formazione della sua
personalità, o se piuttosto egli non sia stato un abile politico proprio grazie al suo carattere
cinico e bugiardo. Mustafa, infatti, nella sua carriera politica non si fa scrupoli ad usare le
persone per raggiungere i suoi obiettivi e a scendere a compromessi anche inaccettabili.
266
AA.VV., Questo non è amore… cit., p. 111
DURRANI T., op. cit., p. 38
268
Ivi, p. 96
269
Ibidem
267
68
Segni di questo atteggiamento si manifestano anche nei rapporti personali: per esempio, si
pensi a quando usa Sherry per corteggiare Durrani270, o a quando usa Themina per salvare
Adila e sé stesso dalla situazione negativa che era venuta a crearsi a causa della loro storia
clandestina; oppure, ancora, a quando rapisce i figli per costringere l’autrice a tornare da lui.
In ogni caso, a prescindere da questo, sembra che Mustafa Khar, così come descritto da
Themina, sia il classico uomo violento da cui le donne dovrebbero guardarsi.
1.4.2. La donna maltrattata: dalla sottomissione alla reazione
Nella prefazione del libro Il volto cancellato di Fakhra Younas, Elena Doni afferma che
«secondo una ricerca del ministero delle Donne del Pakistan almeno l’ottanta per cento delle
donne subisce violenza domestiche […] ma la maggior parte delle violenze viene subita in
silenzio, senza neppure la consapevolezza, da parte delle donne, che venga violato un diritto
fondamentale»271.
Anche se ci si può chiedere, come fa Antonio (pseudonimo), in Questo non è amore
«come si fa a stare con certi animali», poiché «questa cosa qui della lunga sopportazione,
anni di botte e insulti» e «tentennamenti e complicità» è difficile da accettare e da
comprendere, specie quando ci sono «di mezzo i bambini»272, la realtà è questa: la maggior
parte delle donne che subiscono maltrattamenti in casa non denuncia, o reagisce solo dopo
molti anni. I fattori che possono essere alla base di questo comportamento sono già stati
analizzati nel primo capitolo del presente lavoro, a cui si rimanda.
Themina Durrani è il classico esempio di donna che cade nella trappola di un uomo
violento e che subisce e accetta per moltissimo tempo gli abusi senza reagire o/e denunciare.
Uno degli aspetti più tragici di questa vicenda è il fatto che una donna come Themina
Durrani, proveniente da un ambiente famigliare in cui la violenza sulle donne non
rappresenta la norma, sia potuta cadere nella rete tesale da Mustafa. L’autrice, di fatto,
afferma di aver percepito la minaccia derivante dall’uomo, pur avendo deliberatamente
270
Ivi, p. 225 scrive: «Mustafa stava usando la moglie per corteggiare l’amante! Era forse il segno […] della sua
perfidia, che Sherry aveva cercato di descrivermi? Scacciai i miei dubbi […]».
271
YUONAS F., DONI E.; op. cit., p. 37
272
AA.VV., Questo non è amore… cit., p. 118
69
ignorato ogni segnale ed ogni evidenza. Scrive: «capivo il pericolo. L’abisso mi attirava.
Sapevo che ci sarei caduta»273.
Di situazioni analoghe, comunque, ce ne sono molte: troppo spesso infatti le donne
rifiutano deliberatamente di vedere i segnali di pericolo, pur essendone perfettamente
consapevoli. È questo ad esempio il caso di Giovanna (pseudonimo) ricordato in Questo non
è amore, che afferma:
Ho studiato psicologia. So benissimo quali sono i segnali da non sottovalutare. Dentro di me
sapevo benissimo che le cose non sarebbero cambiate […] ero consapevole che sarebbe andato
tutto a rotoli. Ma non volevo rassegnarmi274.
Ed è anche il caso di Fakhra che, sebbene il marito bevesse diventando violento, e
nonostante gli avvertimenti di alcune amiche, rimarrà con lui e lo sposerà, andando così in
contro alla sua tragedia (l’acidificazione), perché, come lei stessa afferma «quando si è
innamorati si è ciechi e sordi e a nulla seve che qualcuno cechi di farti vedere e capire»275.
Questa ostinazione, forse dovuta in parte all’amore, in parte ad un qualche meccanismo
psicologico sottendente ad una necessità di mettere alla prova le proprie capacità di
rapportarsi con gli altri276 e in parte anche a fattori esterni e al fatto di essere rese totalmente
dipendenti dal marito, è ciò che porta queste donne alla rovina: sottomissione e botte nel caso
di Themina, la morte o altre punizioni disumane, quali l’acidificazione, in altri casi.
Subito dopo il matrimonio, Mustafa, sebbene il suo carattere violento si fosse rivelato
già molto tempo prima, inizia a comportarsi con Themina esattamente come si era sempre
comportato con le mogli precedenti: la picchia per «per un motivo o per un altro»277, cerca di
273
DURRANI T., op. cit., p. 53. Questa affermazione, inserita nel contesto della storia dell’autrice, richiama alla
mente del lettore l’aforisma di Nietzsche inserito in Al di là del bene e del male «e se tu scruterai a lungo in un
abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te», perché è più o meno quello che accade a Themina: lei si interessa a
Mustafa, e lui se ne accorge e la seduce. Si può anche continuare il paragone pensando alla prima parte
dell’aforisma che recita: «Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro».
Themina non diventerà un mostro, ma quando deciderà di non subire più le angherie del marito, egli le dirà
«Come sei diventata, Themina!», e l’autrice, con sicurezza e scherno gli risponderà: «Sono diventata te,
Mustafa» (Ivi, p. 337)
274
AA.VV., Questo non è amore… cit., p. 55
275
YUONAS F., DONI E.; op. cit., p. 103
276
Si noti che molte di queste donne sono convinte di dover, e di poter, cambiare il loro uomo. A titolo di
esempio riportiamo il caso di Sara (pseudonimo) che in AA.VV., Questo non è amore… cit., p. 38, afferma:
«Pensavo: devo aiutarlo […] Era colpa mia che non riuscivo ad aiutarlo». Questo fatto è bene espresso non solo
dal corpus delle autobiografie, ma anche da quello dei romanzi di invenzione.
277
DURRANI T., op. cit., p. 96
70
isolarla dalla famiglia e dagli amici e la maltratta psicologicamente, distruggendone in questo
modo l’autostima e la personalità.
Alle donne di Khar, di fatto, non è permesso essere indipendenti e autonome, pensare
con la propria testa, prendere delle decisioni o manifestare le proprie idee. «Potevo
svilupparmi soltanto nella direzione che mi indicava», afferma infatti l’autrice, «Pensare
autonomamente era un delitto che lui aveva il diritto di punire»278.
Molto presto, una triste consapevolezza si fa strada nella mente e nel cuore di Themina:
Ero caduta nella classica trappola tesa alla donna pachistana: il suo scopo deve essere il
matrimonio, ma, quando lo ha raggiunto, le rimane una vita di totale sottomissione. Io non dovevo
aver nessun potere, nessun diritto, nessuna volontà279.
Queste affermazioni, che non solo valide solo per la realtà sociale del Pakistan, e che
denotano una volontà del marito di avere il totale controllo e la totale sottomissione della
moglie, trovano conferma in ciò che scrive Marisa Guarnieri (e allo stesso tempo lo
confermano), fondatrice della Casa per donne maltrattate di Milano, ovvero che la «maggiore
libertà femminile generi più violenza estrema […] Il problema, oggi, è l’incapacità maschile
di adeguarsi a questa maggiore libertà delle donne»280.
Questa volontà di ottenere la totale sottomissione della donna, si manifesta in molti casi
non solo attraverso l’uso di violenza psicologica, con lo scopo di distruggere l’autostima
della donna e la sua personalità, ma anche attraverso l’impiego di violenza economica.
Rendere la donna dipendente economicamente, come si è visto nel primo capitolo di questo
lavoro, infatti, è uno dei tanti motivi per cui le donne maltrattate non lasciano il marito. Non
sembra questo, però, il caso di Themina.
Tornando alla storia di Durrani, si può notare che, in ogni caso, a nulla valgono i suoi
sforzi di adattarsi al marito e di «plasmare la mia personalità, in modo da poter vivere in
armonia» con lui. Infatti, anche se la donna cerca «di imitare tutti quegli atteggiamenti che
egli aveva mostrato di apprezzare nelle precedenti mogli», «nulla sembrava potesse
modificare la sua crudeltà»281, e alla fine l’autrice si rende conto, «rabbrividendo, di essere
278
Ibidem
Ivi, p. 90
280
AA.VV., Questo non è amore… cit., p. 134
281
DURRANI T., op. cit., p. 120
279
71
diventata un’altra Sherry»282: sottomessa, priva di personalità propria, isolata, depressa e
spaventata. Ben lontana, quindi, da ciò che era stata la vecchia Themina, che cessa di esistere.
Anche dopo essere riuscita, durante l’incarcerazione del marito, ad uscire dall’apatia in
cui era caduta e a costruirsi una personalità nuova e forte, nonappena torneranno a vivere
insieme, dopo un iniziale periodo di utopia, Mustafa cercherà di spezzare ancora una volta la
volontà della moglie:
Avrebbe cominciato ad attaccarmi sistematicamente e a mandare in pezzi la personalità che
faticosamente ero riuscita a costruirmi in anni e anni. Mustafa Khar semplicemente non poteva
sopportare come compagna una donna adulta e indipendente. Mi avrebbe ridotta ancora una volta
allo stato di ragazzina nevrotica e terrorizzata283
Vittoria Doretti, medico cardiologo che nel 2010, a Grosseto, ha dato il via
all’iniziativa “Codice Rosa”, in collaborazione con altri medici, afferma che la violenza
domestica, «magari ripetuta per anni, porta alla disgregazione della personalità» e che «Una
donna maltrattata è una donna sola, isolata, distrutta dall’uomo che ha accanto»284. A
sostegno delle sue affermazioni riporta la sua personale esperienza di medico:
Mentre visito, chiedo se posso contattare un familiare o un amico e quasi sempre mi trovo di
fronte uno sguardo assente. La maggior parte delle vittime ha ormai perso i legami con il mondo e
si sente sola […] E quell’uomo, per quanto manesco e oppressivo, è l’unica àncora rimasta285.
Anche per questo le donne sopportano per così tanto tempo: sono sole e disperate,
convinte di non aver altro posto in cui andare. Molte volte, inoltre, anche la famiglia di
origine, come nel caso di Durrani, cerca di convincerle a risolvere i loro problemi con il
marito e di tornare da lui, per il bene dei figli o perché, forse, non riescono a capire la gravità
della situazione.
Tornando al caso di Themina, si può notare che, come si è già rilevato analizzando la
figura di Mustafa, le botte sono sempre seguite dai pianti e dalle scuse del marito: ciò spinge
la donna a convincersi che il comportamento dell’uomo derivi dallo stress dovuto a fattori
esterni al loro rapporto (come la situazione politica e il lavoro) e la porta a perdonare e
sopportare «il suo cattivo carattere e i suoi modi ingiuriosi» e, inconsciamente, anche ad
282
Ivi, p. 96
Ivi, p. 324
284
AA.VV., Questo non è amore… cit., p. 151
285
Ivi, p. 151
283
72
accettare «il ruolo di capro espiatorio», lasciando «che l’uomo che una volta aveva governato
una grande provincia con mano d’acciaio adesso governasse soltanto me»286.
Un giorno, dopo mesi, anni, di abusi subiti in silenzio, Themina trova il coraggio di
parlare della sua situazione con una delle mogli di Ali Bhutto, Husna, che, udendo il suo
racconto, le consiglia di andarsene perché «non c’è nessuna ragione per cui tu debba
sopportare un trattamento del genere»287.
Anche una dottoressa dell’ospedale in cui Themina viene ricoverata quando partorisce
il quarto figlio, trovandola in lacrime nella stanza in cui è alloggiata, ascolta il racconto della
donna per poi suggerirle «con dolcezza: “Nessuno può aiutarla se non trova il coraggio di
aiutarsi da sola”»288. Questi consigli fanno riflettere Themina, che commenta: «Aveva
ragione, lo sapevo. Perché non mi ero messa a gridare quando mi picchiava?»289, purtroppo
però essi troveranno attuazione solo molto tempo dopo290.
Prima di riuscire a trovare il coraggio di iniziare e di affrontare il lungo, lento e
tormentoso percorso che la condurrà verso la libertà, Themina tenta il suicidio. Casi analoghi
si riscontrano in tutta la bibliografia autobiografica e non (a testimonianza del fatto che le
autrici di romanzi di invenzione capiscono ed interpretano molto bene il problema);
riportiamo qui, a titolo d’esempio, il caso di Rosaria291 (Questo non è amore) che nel
raccontare la sua storia alle giornaliste de La27esima ora confessa di aver tentato per ben tre
volte il suicidio292.
Nel caso di Themina, comunque, il tentativo fallisce e i medici riescono a salvarla.
Questo però non le è di conforto, anzi, la terrorizza perché teme la reazione del marito, come
se fosse qualcosa di ben peggiore della morte293:
286
DURRANI T., op. cit., p. 119. Si noti che vedere il marito preso da un rimorso strisciante, che più che vero
rimorso, però, sembra quasi un sottile gioco psicologico premeditato, fa in modo che le donne provino
sentimenti di compassione e si convincano ogni volta a riprovare. E, in questo modo, che si sottomettano ancora
di più.
287
Ivi, p. 128
288
Ivi, p. 143
289
Ibidem
290
È interessante notare che molte donne reagiscono solo a seguito di commenti simili a quello di Husna e
dell’infermiera.
291
Pseudonimo
292
AA.VV., Questo non è amore… cit., p. 99
293
DURRANI T., op. cit., p. 146 scrive: «Sapeva gettarmi addosso la responsabilità di tutto e, se qualcuno so fosse
reso conto di quanto mi umiliava, le cose si sarebbero messe in modo che soltanto io avrei potuto rimetterci.
Nella società di Mustafa dominata dagli uomini, egli risultava sempre puro come un agnellino».
73
Ero mortalmente terrorizzata di fronte all’abisso in cui adesso sarei inevitabilmente sprofondata.
Ciò che temevo di più era che Mustafa mi togliesse Naseeba per punirmi del mio tentativo di
suicidio294.
Va detto che in realtà sono molte le donne maltrattate che temono di agire per paura di
ripercussioni e che molte volte le minacce loro rivolte vengono attuate nel concreto. Si
prenda, a titolo d’esempio, il caso di Sara (pseudonimo), la quale in Questo non è amore
spiega che il compagnano le ha fatto pagare l’essere fuggita di casa, iniziando «una vera e
propria persecuzione»295 non solo contro di lei (seguendola per strada a qualsiasi ora o
andando al suo negozio per minacciarla), ma anche verso la sua famiglia296.
In ogni caso, nonostante le paure, è proprio poco dopo il tentato suicidio che Themina
inizia seriamente a riflettere sulla sua vita e sulle parole che le erano state da dette in
precedenza da Husna e dall’infermiera dell’ospedale. Sebbene ancora molto lontana dalla
decisione di andarsene definitivamente, la donna improvvisamente smette di subire in
silenzio i maltrattamenti del marito. Si chiede: «Che cosa mi era successo? Perché avevo così
paura di tutto? Perché non reagivo come una persona normale agli insulti e alle
umiliazioni?»297, e in qualche modo riesce a superare la passività in cui era caduta per molto
tempo. Un giorno, mentre
Eravamo in cucina; […] Mustafa […] mi tirò per i capelli, mi fece girare su me stessa e proferì la
sua minaccia preferita […] Afferrai la pentola che era sul fuoco e gliela tirai addosso. Urlò di
dolore […] mentre stava per alzare le mani su di me, gli detti uno spintone nel torace e urlai: «La
prossima volta che alzi le mani su di me prendo un coltello e ti ammazzo!». […] Mustafa
indietreggiò. Gli diedi una pomata per la bruciatura. […] Mi spinsi ancora più avanti. «Mustafa
[…] Non esiste motivo al mondo per cui debba sopportare ancora le tue angherie. […] Cambia il
tuo atteggiamento […] oppure me ne vado.» 298
Questa reazione improvvisa e violenta scuote e spaventa allo stesso tempo anche il
marito, il quale non avrebbe mai immaginato che la moglie sarebbe riuscita a trovare dentro
di sé la forza di affrontarlo:
294
Ivi, p. 127
AA.VV., Questo non è amore… cit., p. 40
296
Ivi, p. 41, scrive: «Mia madre e il resto della mia famiglia continuavano a ripetermi: «Non lo lasciare,
sopporta, sennò ci fa del male.» E allora mi sono allontanata anche da loro. Era l’unico modo che avevo per
proteggerli: mia mamma […] non l’ho vista per un anno e mezzo».
297
DURRANI T., op. cit., p. 172
298
Ivi, p. 173
295
74
Lo fissai con profondo disprezzo; sentivo che era confuso e perfino impaurito per la mia
resistenza. La mia indifferenza era per lui una tortura. […] Lui cercò di farsi perdonare ma lo zittii
[…] In passato, le mie lacrime, le mie argomentazioni, le mie suppliche erano state come applausi
per i suoi grandi gesti di mascolinità mal riposta. Adesso, la mia compostezza lo sconvolgeva; il
mio silenzio gli toglieva la capacità di ribattere. 299
Potrà essere interessante, a questo punto, notare che non tutte le donne inizialmente si
comportano in modo remissivo: a differenza di Durrani, infatti, alcune di esse reagiscono alle
violenze già dopo la prima volta, in molti casi, però, peggiorando la situazione300.
In ogni caso, nonostante il comportamento sottomesso, da quel momento in poi, in un
certo senso, inizia a risvegliarsi la “leonessa” sopita nel cuore di Themina, che non si ferma
alla semplice reazione istintiva. Decide, infatti, di contravvenire ad una delle regole principali
della sua società, a cui era stata educata fin da piccola, ovvero non mettere mai in mostra la
propria vita privata. Così, una sera, dopo essere stata percossa, mostra a tutti gli amici gli
effetti della violenza di Mustafa:
Anche quella sera avevamo ospiti a cena; Mustafa mi chiese di mettermi gli occhiali da sole per
nascondere il livido. […] era nervoso: sapeva di non poter più prevedere le mie reazioni […]
Durante la cena, con calma mi tolsi gli occhiali neri, mostrando a tutti gli effetti della rabbia di
mio marito. Qualcuno mi chiese cosa fosse successo e io risposi tranquilla: «Mustafa mi ha
picchiata». Ci fu chi posò il bicchiere di vino sulla tavola, chi si raschiò la gola, chi si agitò
imbarazzato sulla sedia. Mustafa cercò di difendersi […] Ma le sue scuse non convinsero nessuno.
E più tardi, in camera da letto, gli dice: «questa sera sei stato umiliato tu, non io. Sei
arrabbiato perché ti ho svergognato in pubblico. La prossima volta, prima di fare qualcosa,
accertati di poter sopportare l’umiliazione. Non ho più intenzione di proteggerti. Se avrò la
faccia piena di lividi, non la nasconderò»301.
Themina trova anche il coraggio di parlare al marito della situazione delle donne e dei
loro diritti, che lui, a causa della sua mentalità maschilista, non rispetta302.
299
Ivi, pp. 174-175
AA.VV., Questo non è amore… cit., p. 26, «Fin dall’inizio non ho mai subito inerme soprusi e insulti. Ma la
mia ribellione era come ossigeno per il fuoco della sua rabbia»
301
DURRANI T., op. cit., pp. 198-199
302
Ivi, p. 198, scrive che un giorno, dopo aver litigato con il marito, quando lui prova a picchiarla lei si chiude a
chiave in una stanza e «Attraverso la porta chiusa ci scambiammo opinioni sui diritti delle donne. Egli cercò di
300
75
L’ultimo passo che compie è andarsene di casa. Non è la prima volta che Themina
lascia la casa di Mustafa: ci aveva provato anche altre volte in precedenza, ma poi era sempre
tornata indietro. In questo caso, la situazione è diversa: Themina è decisa a lasciare
definitivamente il marito.
In quel momento si trovano entrambi a Londra, in esilio. Quando Mustafa si rende
conto che non ha alcuna speranza di convincere Themina a tornare da lui, sequestra tre dei
loro figli (Naseeba, Ali e Nisha) e li imbarca su un aereo diretto in Pakistan, usandoli come
“merce di scambio”: i figli per il ritorno della moglie.
Per la legge inglese, ovviamente, Mustafa è colpevole di un grave reato e quindi scappa
nell’entroterra europeo, vivendo per un certo periodo da fuggitivo. Per l’opinione pubblica
pachistana, invece, come spiega Themina stessa, egli è un eroe perché, nascondendosi dietro
il baluardo dell’Islam, convince tutti che il suo gesto sia stato stato dettato dalla volontà di
non crescere i figli in una società occidentale, quale quella londinese:
Dei tre bambini, due erano femmine, e per la mentalità maschilista del luogo non si poteva
impedire a un feudatario di educare le proprie figlie. Per giunta, ancora una volta Mustafa si
nascose dietro il baluardo dell’Islam. Proclamò ai media che, secondo lui, le sue figlie dovevano
crescere nella tradizione islamica303.
I bambini vengono portati in un paese sperduto in mezzo al deserto, in cui la mentalità
è molto restrittiva, in particolare per le figlie femmine. Scrive Durrani che «Naseeba non
aveva ancora nove anni e Nisha ne aveva solo sei, ma la loro giovane età non importava; le
bambine dovevano stare in casa, sedere con le altre donne, le quali accettavano
tranquillamente il destino che era loro toccato in quel remoto villaggio del Pakistan. La
condizione di Ali non era molto migliore»304, sebbene fosse maschio.
Themina si sente «bruciare di un odio viscerale contro Mustafa come marito, ma ancor
più come padre», perché «non aveva nemmeno tenuto conto del trauma inferto ai bambini
mentre egli mercanteggiava il mio ritorno. In confronto ai suoi capricci, i loro problemi non
contavano nulla»305.
provocarmi, ma le mie risposte furono calme e ragionevoli, e intanto coglievo l’occasione per sostenere i miei
punti di vista».
303
Ivi, p. 225
304
Ivi, p. 242
305
Ivi, p. 225
76
Tra i due, inizia quindi una lunga e difficile lotta psicologica, in cui la donna
manifesterà tutta la sua ritrovata forza e il suo coraggio306. Purtroppo, anche in questo caso, la
loro lotta si concluderà con il ritorno di Themina da Mustafa: per quanto la donna abbia
cercato di riavere i suoi figli, chiedendo anche l’intervento del generale Zia (loro avversario
politico e causa del periodo d’esilio), infatti, né lei, né le autorità competenti riescono
nell’impresa.
Si noti che l’istinto materno, in alcuni casi, è ciò che rende reattive le donne che
subiscono abusi, salvandole dalla loro situazione: alcune di esse, infatti, raccontano che solo
dopo aver scoperto episodi di violenza nei confronti dei figli trovano la forza di andarsene e
denunciare307. In questo caso, però, oltre a farle trovare una grande forza, l’amore per i figli è
ciò che porta Themina a ritornare nuovamente da Mustafa. Come è stato rilevato nel primo
capitolo di questo lavoro, non è insolito che il coniuge usi i figli o eventuali animali
domestici come mezzo di ricatto o per infliggere un ulteriore sofferenza alla donna.
Tornata dal marito, rientrano in Pakistan insieme e Mustafa viene subito arrestato. In
terra natale, l’indipendenza e il coraggio della donna, si fanno sempre più forti e il marito,
dalla prigione, non può far altro che accettare l’idea che sua moglie si muova liberamente,
ignorando di proposito molti dei suoi ordini. Così, ad esempio, quando Themina deve farsi
ricoverare per un nodulo al seno, sceglie di andare a Karachi, a dispetto delle pretese del
feudatario, che esige il ricovero a Multan; al servo inviato a portarle gli ordini di Mustafa
risponde: «di’ al signor Khar che non accetto ordini irragionevoli da lui. Non dovrebbe dirmi
di fare cose che sa che non farò»308, e poi chiosa: «la cisti era benigna, Mustafa no»309.
Themina, ormai non più innamorata del marito, ma fedele alle sue idee politiche,
nonostante gli anni passati a subire violenze, lotta per farlo liberare dal carcere e, alla fine, ci
riesce. Purtroppo, non passa molto tempo da quando tornano a vivere insieme che Mustafa
inizia di nuovo a maltrattarla. Questa volta, però, Durrani non è disposta a sopportare i suoi
giochi psicologici, le botte e le menzogne: ormai è rinata e non ha più paura di affrontare il
marito a viso aperto; per questo motivo decide di andarsene, questa volta in modo definitivo
306
Ivi, p. 226 arriva anche a minacciare il marito: «[…] tu hai appreso da Bhutto, io ho appreso da te. Se tu mi
ricatti, io ricatterò te. Affronterò la situazione e ti combatterò come tu combatti con me. La pagherai cara, te lo
garantisco».
307
Questo fatto è reso bene anche in alcuni romanzi di invenzione.
308
DURRANI T., op. cit., p. 254
309
Ivi, p. 254
77
(nonostante le continue pressioni della sua famiglia per farla desistere310), e di chiedere il
divorzio311, che avrà però attuazione legale solo dopo tre mesi, come si è accennato in
precedenza.
Nel lasso di tempo che deve passare prima che si avvii la procedura, Mustafa prova più
volte a convincerla a tornare, ma ogni suo tentativo, compreso l’ammettere pubblicamente la
storia clandestina con Adila, non servirà a nulla.
E Themina lo avverte: «Non comportarti con me come hai già fatto in passato. Non ti
servirà a niente. Fai i tuoi giochetti con chi non ti conosce e ci può cascare»312. Allora il
marito, arreso:
Scrollò il capo e bofonchiò: «Come sei diventata, Themina!». Gli sorrisi mostrandomi sicura di
me e lo schernii: «Sono diventata te, Mustafa»313.
Quando, alla fine, inizia la pratica per il divorzio, Themina perde ogni cosa, dal denaro
alla custodia dei figli, e il feudatario, crudelmente, la schernisce, dicendole che senza di lui
non è nessuno. Durrani, allora, decide di scrivere Schiava di mio marito per raccontare a tutti
cosa sono costrette a vivere moltissime donne del suo Paese, ma anche del mondo, e si
prende così la sua rivincita:
Quando si seppe che Schiava di mio marito sarebbe stato pubblicato in vari paesi del mondo,
Mustafa mi chiamò. Era furibondo […] Non potei resistere e gli ricordai la nostra conversazione
quella volta in cui mi aveva invitato a pranzo, quando disse che non avevo identità e avrei dovuto
presentarmi come la ex moglie di Mustafa Khar. Risposi: «Bene, Mustafa, fra poco il mondo ti
conoscerà solo come l’ex marito di Themina Durrani»314.
310
Ivi, pp. 342-343, scrive: «Zio Asad mi incoraggiò a tornare da mio marito […] Ma […] A me sembrava che
ridare vita a un matrimonio totalmente svuotato non avesse senso. Rimasi fedele a ciò in cui credevo e mi ci
aggrappai, mentre tutti attorno a me cercavano di dissuadermi. […] “Ti prenoto una stanza in albergo” propose
lo zio Asad. “Non voglio che la mia famiglia abbia nulla a che vedere con te a questo punto”. “Non ho bisogno
che tu mi faccia dei favori […] rappresenti la mentalità che fa delle donne degli esseri inferiori. Mi hai appena
fatto capire per l’ennesima volta i motivi per cui le donne sono obbligate ad accettare cattivi matrimoni”».
311
Inizialmente pensa di ricorrere alla Khula (che significa disconoscimento, ripudio), che permette alla donna
divorziare senza il consenso del coniuge, a patto che rinunci a tutti, o quasi tutti, i suoi beni.
312
DURRANI T., op. cit., p. 337
313
Ibidem
314
Ivi, p. 357
78
2. Gli orrori dell’onore
2.1. Delitto d’onore
Con l’espressione “omicidio d’onore”, secondo Jan Hjarpe, ci si riferisce ad un «atto violento
compiuto con l’intento di riacquistare l’onore del clan o della famiglia. Ciò è ottenuto
uccidendo la persona che si è mostrata sleale verso il proprio gruppo, danneggiando la
reputazione della famiglia. La famiglia e i suoi leader sono così esposti al disprezzo e alla
diffamazione degli altri all’interno della rete sociale o della comunità»315.
Si tratta dunque di un delitto in cui un membro di una famiglia viene ucciso da altri
membri dello stesso gruppo sociale al fine di recuperare l’onore316 perduto e porre così
rimedio ad un atto considerato disdicevole.
È ancora una volta «importante sottolineare che le responsabilità dei delitti d’onore non
rimandano all’Islam. Piuttosto, i delitti d’onore dipendono da codici e ideologie che tagliano
trasversalmente le divisioni tra religioni, interessando certe comunità o gruppi all’interno di
ampie società»317. Sarebbe infatti troppo facile delimitare geograficamente, religiosamente o
culturalmente questo fenomeno, quando esso è rintracciabile quasi in tutto il mondo e in ogni
classe sociale: si hanno testimonianze di delitti d’onore tra musulmani, induisti, buddisti,
cristiani, ebrei e altri gruppi religiosi e non318.
Ricordiamo nuovamente, a tal proposito, che anche in Italia nel secolo scorso si
commettevano delitti d’onore e che, fino al 1985, l’onore era considerato un’attenuante che
permetteva agli assassini di godere di pene ridotte ed irrisorie se paragonate alla gravità del
loro crimine o a delitti con motivazioni diverse.
Le caratteristiche peculiari dell’omicidio d’onore sono due: l’acclamazione pubblica
(l’assassino, infatti, non viene considerato un criminale da punire, ma un eroe da elogiare319) e
la premeditazione320.
Si cita da WIKAN U., Delitti d’onore. La storia di Fadime, «Antropologia» n. 11 (novembre 2008), Milano,
Meltemi Editore, 2008, p. 61
316
La definizione più diffusa di onore è quella formulata nel 1965 dall’antropologo Julian Pitt-Rivers, secondo il
quale l’onore è il valore che una persona ha ai propri occhi e agli occhi della comunità di appartenenza. Nel 1994
Frank Steward, scendendo più nel particolare, ha distinto tra “onore verticale” e “onore orizzontale”.
Quest’ultimo riguarda l’onore di un individuo all’interno di una comunità e se viene perduto, la perdita si riflette
su tutto il gruppo. L’onore dipende da regole e convenzioni e in genere riguarda il comportamento delle donne.
317
Ivi, p. 64
318
WIKAN U., op. cit., p. 64
319
SUAD, op. cit., p. 35 scrive che il fratello «Assad era […] un assassino» perché aveva ucciso la sorella Hanan
(nome fittizio), ma che la parola assassino «non ha alcun valore al mio paese [la Cisgiordania] quando chi muore
è una donna. Il fratello, il cognato, lo zio, poco importa, hanno il compito di custodire l’onore di una famiglia.
Hanno diritto di vita e di morte sulle loro donne».
315
79
Si noti che sebbene anche gli uomini, in alcuni casi come vendette o faide, possano
diventare vittime di omicidi d’onore, sono le donne ad essere le vittime privilegiate, come
dimostrano le statistiche321: figlie, sorelle, madri uccise per aver avuto degli atteggiamenti che
in un modo o nell’altro hanno macchiato l’onore della loro famiglia.
I comportamenti ritenuti disonorevoli e puniti con l’omicidio sono diversi per natura e
ambito: si va dal rifiuto di un matrimonio combinato, ad avere un rapporto che gli altri
membri della famiglia disapprovano. Altri esempi sono: l’avere rapporti sessuali prima del
matrimonio; l’adulterio femminile; il vestirsi in modi considerati inappropriati; l’intrattenere
relazioni omosessuali; l’essere state vittime di stupro; il parlare con un uomo non
appartenente alla propria famiglia e anche il semplice sospetto che sia verificato un
comportamento compromettente.
Infine, è necessario sottolineare che anche se alcuni individui adottano altre misure per
ristabilire l’onore perduto (come Matloob, marito di Adila Durrani, che appartenendo «a una
famiglia di rango feudale, […] avrebbe dovuto commettere un orrendo delitto […] per poter
restaurare il suo onore perduto», invece, «assunse un atteggiamento più moderato e aperto e
per primo nel suo paese [il Pakistan] intentò causa querelando formalmente un altro
feudatario per adulterio»322), i delitti d’onore rimangono tuttora una realtà molto diffusa e,
anzi, sembrano essere in aumento323.
2.2. Acidificazione: una punizione al posto del delitto
Tra i vari metodi usati per commettere un delitto d’onore sembrano essere molto diffusi l’uso
dell’acido e del cherosene.
Tuttavia, non sempre chi getta l’acido sul volto di una donna ha l’intenzione di
ucciderla (da come è narrata la vicenda del libro scelto per l’analisi, ad esempio, sembra che
Bilal non desiderasse uccidere Fakhra). Alcune volte, infatti, al posto di commettere un
omicidio, gli uomini usano sostanze corrosive per infliggere alle donne la punizione per un
loro comportamento o per vendicarsi di qualcosa. Non desiderano uccidere, ma marchiare in
modo indelebile le loro vittime. Le cicatrici causate dall’acido, infatti, oltre a causare seri
320
WIKAN U., op. cit., p. 61. Si pensi ad esempio al caso di Suad: il suo omicidio era stato pianificato con
attenzione dai genitori e dai cugini.
321
Ivi, p. 64
322
DURRANI T., op. cit., p. 347
323
WIKAN U., op. cit., p. 63
80
danni al fisico, sono viste come simbolo di vergogna sia estetica sia psicologica perché
ricordano di aver commesso un reato che ha macchiato l’onore di qualcun altro e ciò porta le
donne a vivere nascoste dal resto del mondo e, in alcuni casi, esse sono allontanate di casa e si
ritrovano a vivere per strada e a mendicare324.
Questo fenomeno, che prende il nome di acidificazione, è comunque motivato
dall’onore famigliare e ha pretesti analoghi a quelli del delitto d’onore: gelosia; interruzione o
fallimento di un rapporto di coppia; adulterio; rifiuto di un matrimonio combinato; denuncia
di uno stupro e così via. L’acidificazione può avvenire mentre la vittima dorme, quando è
impegnata nello studio oppure durante una lite furiosa; le parti del corpo maggiormente
colpite sono il viso, il collo e il torace325. Quando, al contrario, l’acidificazione è la
conseguenza del rifiuto da parte della donna di una proposta sessuale, le parti del corpo più
colpite sono le natiche, le gambe, la regione perineale e i genitali. Stando alle statistiche, la
maggior parte dei casi di acidificazione si verificano entro le mura domestiche, sul posto di
lavoro, per le strade e nelle scuole326.
«L’acido è peggio del fuoco», spiega il dottor Valerio Cervelli, che ha curato Fakhra,
«perché il fuoco fa danni finché dura la fiammata, quindi per un breve momento, mentre
l’acido continua a corrodere per parecchio tempo dopo che ha toccato i tessuti»327.
Dal momento che l’acido deturpa ogni parte del corpo con cui entra in contatto, le
donne che sopravvivono all’acidificazione incorrono spesso in «cecità, sordità, perdita
dell’olfatto, mutismo, seri problemi di motilità, depressione acuta, e forme di disintegrazione
della personalità. A tutto questo si sommano poi forme di ostracismo e di isolamento
sociali»328 che distruggono anche la personalità di una donna, privandola del rispetto e della
stima di sé.
La gravità e la profondità delle ustioni dipende dalla potenza e dalla durata del contatto
dell’acido con la pelle329. Acidi come l’acido tannico vengono assorbiti rapidamente causando
gravi conseguenze che possono provocare acidosi metabolica330, emolisi331 ed insufficienza
324
http://www.smileagain.fvg.it/pagine/chi_siamo.htm (ultimo controllo 27/01/2014)
www.depilexsmileagain.com (ultimo controllo 13/12/2013)
326
Ibidem
327
YOUNAS F., DONI E., op. cit., p. 167 (corsivo nel testo)
328
Ibidem
329
Enciclopedia italiana, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 1936, s.v. Acido
330
L’acidosi metabolica insorge quando il corpo si accumulano un numero eccessivo di sostanze acide. Le cause
sono diverse: insufficienza renale, diabete, attività fisica troppo intensa o ipossia, eccessivo consumo di
proterine, digiuno protratto, iperpotassiemia, danni renali, diarree. I sintomi principali includono: nausea,
325
81
renale. Un’altra conseguenza grave ed immediata per la vittima è l’insufficienza respiratoria
causata dall’inalazione delle esalazioni dell’acido che possono scatenare una reazione
velenosa nei polmoni oppure provocare un rigonfiamento del collo ostruendo le vie
respiratorie e soffocando in questo modo la vittima.
2.3. Il volto cancellato, storia di una donna “acidificata”
Il libro scelto per l’analisi, Il volto cancellato, tratta proprio del problema della pratica
dell’acidificazione e racconta uno dei casi più famosi del Pakistan: quello della danzatrice
Fakhra Younas (anche nota come Kajal) e di Bilal Khar.
Nel romanzo si toccano in parte anche altri temi, quali la violenza domestica subita in
silenzio da moltissime donne e della quale, in Paesi come il Pakistan, «il delitto d’onore e le
ustioni gravi per “incidenti” causati dalle cucine a cherosene costituiscono la punta
dell’iceberg, cioè la parte che emerge […] attraverso le denunce alla polizia»332.
La drammaticità della storia di Fakhra, e di tutte le donne come lei, è resa ancora più
evidente dal corredo fotografico inserito all’interno del volume, in cui si ritrae la ragazza
prima e dopo il dramma, prima e dopo le operazioni del dottor Cervelli. È veramente difficile
guardare quelle immagini e leggere il racconto di un’esperienza tanto traumatica senza
venirne impressionati e sconvolti.
Alla fine del volume si trova una postfazione scritta da Themina Durrani, la quale,
riflettendo sulla vicenda, dice di rendersi conto che al posto di Fakhra avrebbe potuto esserci
anche lei stessa: Bilal, afferma la Durrani, altro non ha fatto che concretizzare le minacce che
in passato Mustafa aveva rivolto a lei, e che ogni giorno in Pakistan, vengono rivolte a
migliaia di donne.
vomito, mal di testa, inappetenza e sonnolenza. In casi particolarmente gravi può portare al coma. Dizionario di
medicina, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 2010, s.v. Acidosi
331
Detta anche eritrocitolisi ed eritrolisi, consiste nel «Danneggiamento della struttura lipoproteica, continua e
ordinata, della membrana dei globuli rossi del sangue, in vivo o in vitro, per cui l’emoglobina in essi contenuta
passa nel mezzo ambiente». Essa è causa di alcune forme di anemia, la cui gravità varia in base al grado di
emolisi. L’eritrolisi può verificarsi o aumentare a causa di agenti emolitici (come: le emolisine specifiche o
emolisine da immunizzazione; le emolisine di alcuni veleni di origine animale e vegetale; le emolisine
batteriche; ecc.), o a causa di particolari patologie dei globuli rossi (es: emoglobinopatie, difetti enzimatici
ereditari ed emoglobinuria parossistica notturna). Dizionario di medicina, Roma, Istituto dell’Enciclopedia
italiana, 2010, s.v. Emolisi
332
YOUNAS F., DONI E., op. cit., p. 37 (corsivo nel testo)
82
2.3.1. Biografia dell’autrice
Fakhra Younas è stata una bellissima e famosa danzatrice pakistana, nata a Karachi nel 1979
o forse nel 1980333.
La vita della ragazza si rivela difficile fin dalla più tenera infanzia a causa dell’assenza
del padre, Fathe Ali Khan334, e dei problemi di droga della madre, Munaver-Sultana. Per far
fronte alla mancanza di denaro, Fakhra, giovanissima, decide di intraprendere la carriera di
danzatrice.
A quindici anni la sua verginità335 viene venduta336 ad un ricco uomo d’affari, Hemat,
dal quale ha un figlio, Naumann. È importante sottolineare che la realtà del mondo della
danza è particolare: le danzatrici337, infatti, godono di una libertà che alle altre donne è
sconosciuta e, come afferma Fakhra, hanno la possibilità di guadagnare denaro o regali
costosi anche solo trascorrendo del tempo in compagnia di un uomo338. Ad una persona
occidentale questo mondo può sembrare coincidente con quello della prostituzione, ma per
Fakhra c’è molta differenza tra le due realtà:
Lo so che in Occidente, quando l’amore è legato al danaro, si pensa male, ma in Pakistan la
questione è più complessa. Esiste la prostituzione vera e propria e in quel caso il patto è ferreo: a
ogni incontro l’uomo deve pagare una determinata cifra e la donna non si rifiuta mai. Le
danzatrici non sono prostitute, possono accettare o respingere un amante, alcune hanno fatto
grandi matrimoni339.
333
La data di nascita è incerta. Anche la stessa Munaver-Sultana, madre di Fakhra, non sa dire quando la ragazza
sia nata.
334
Cantante di musica tradizionale; è un uomo ricco che però non si è mai interessato alla famiglia e ai figli.
335
YUONAS F., DONI E.; op. cit., p. 62, ricordando un lavoro svolto a Dubai, scrive che scaduto il termine del
contratto si era scatenato il mercato del sesso e che «le più desiderate erano le vergini, poco più che bambine.
Non ho mai capito perché gli uomini hanno questa mania delle vergini: forse li eccita che sotto ci sia una piccola
creatura che grida per il dolore e loro sopra che fanno gli animali».
336
Stando a quanto emerge dal romanzo, si tratta di una pratica molto diffusa, almeno nell’ambito della danza.
Fakhra spiega che di norma sono le famiglie a decidere e a contrattare il prezzo, ma la madre della ragazza le
permise di scegliere da sola. Fakhra acconsentì nella speranza di ottenere in questo modo i soldi necessari per
comprare una casa alla sua famiglia, ma ricevette solo una piccola parte delle 2.000 rupie pagate da Hemat.
337
YUONAS F., DONI E.; op. cit., p. 67, scrive a riguardo del ruolo sociale delle danzatrici: «È una strana
posizione la nostra: siamo ammirate e ricercate, gli uomini ci desiderano, i poveri ci benedicono e la gente “per
bene” ci tiene alla larga. Qualche ballerina, è vero, fa un buon matrimonio: ma più spesso i genitori ricchi
cercano in ogni modo di ostacolare il legame serio di un figlio con una di noi».
338
Non ci si riferisce qui solo al sesso, ma anche al fatto di trascorrere una serata in compagnia o di concedere un
appuntamento. Fakhra spiega che in genere la trattativa avviene per mezzo della madre (o di un altro
componente della famiglia), e per questo le danzatrici, quando vogliono guadagnare qualcosa, usano
l’espressione “non so se mamma vuole”. All’inizio della sua storia con Bilal, Fakhra, stando a quanto raccontato
nel libro, usò più di qualche volta questo sistema.
339
YUONAS F., DONI E.; op. cit., pp. 63-64
83
A seguito di alcune altre storie d’amore, la ragazza incontra Bilal Kahr, figlio di primo
letto del politico Mustafa Khar. Inizialmente la loro sembra una relazione idilliaca, ma alla
fine si rivela essere un incubo: i due si sposano e subito iniziano i maltrattamenti, fisici e
psicologici.
Ha vent’anni Fakhra quando, da donna libera ed indipendente quale è, decide
coraggiosamente di ribellarsi e chiedere il divorzio.
Bilal, però, non può tollerare l’affronto e le getta in faccia dell’acido che le corrode
volto, braccia e la parte superiore del torace. Fakhra si salva, ma il marito rifiuta di
permetterle di ricevere le cure necessarie e la rinchiude in una villa di famiglia, in mezzo al
deserto.
È grazie all’intervento di Themina Durrani, matrigna di Bilal ed ex-moglie di Mustafa
Khar, che la giovane danzatrice riesce a fuggire all’estero, in Italia, dove riceve subito asilo
politico e il sostegno della onlus Smile again, che le presta assistenza.
Quando nel 2001 Fakhra arriva nel nostro Paese, il suo volto e la parte superiore del
corpo sono già completamente deturpati. Commenta la giornalista Elena Doni, in un articolo
comparso sul blog la 27esima ora del Corriere della Sera: «la cosa più urgente fu trovare un
chirurgo che la curasse. La prima persona contattata rinunciò dopo averla vista, la seconda fu
il professor Valerio Cervelli340, il quale decise che bisognava innanzitutto restituire a Fakhra
la possibilità di alzare la testa […] Una missione impossibile, secondo altri dottori (com’era
possibile anestetizzarla se non si poteva inserirle la cannula nella gola?), ma Cervelli ci riuscì
(con l’intubazione endoscopica)»341.
Nel 2005 Mondadori pubblica la sua autobiografia, scritta in collaborazione con Elena
Doni. Purtroppo, non riuscendo a superare il trauma, la giovane danzatrice muore suicida a
Roma il 17 marzo 2012, a soli trentatré anni, dopo essersi lanciata dal sesto piano di una
palazzina342.
340
Docente di chirurgia plastica all’ospedale Sant’Eugenio di Roma.
http://27esimaora.corriere.it/articolo/cosi-roma-ha-accolto-fakhra-giovane-pachistana-sfregiata-con-lacidoma-non-e-riuscita-a-salvarla/ (ultimo controllo 13/01/2014)
342
http://roma.repubblica.it/cronaca/2012/03/23/news/sfregiata_con_l_acido_per_gelosia_si_uccide_addio_alla_
donna_che_si_ribell_alla_barbarie-32064748/ (ultimo controllo 13/01/2014)
341
84
2.3.2. Struttura dell’opera
Il libro, su falsariga di Schiava di mio marito, si divide in tre sezioni (intitolate semplicemente
prima parte, intermezzo e seconda parte), ognuna delle quali è composta da alcuni capitoli che
recano un titolo inerente all’argomento trattato (ad esempio: Fakhra bambina¸ Sequestrata, e
così via).
In quasi ogni capitolo la narrazione dei fatti è spesso intervallata dagli interventi della
giornalista Elena Doni (evidenziati dall’uso del corsivo), che commenta la vicenda o riporta
statistiche ed informazioni integrative (non sempre, però, utili ai fini del romanzo o per
l’approfondimento del tema trattato343).
Infine, è importante sottolineare che la storia, narrata in prima persona, non è stata
scritta personalmente da Fakhra che era semi analfabeta, anche se stava cercando di imparare
a leggere e a scrivere la nostra lingua, ma da Elena Doni, la quale, nella prefazione del
volume, scrive: «questo libro nasce dalla dichiarazione di una giovane donna analfabeta:
“Voglio scrivere il racconto della mia vita” […] abbiamo cominciato così a ripercorrere la
vita di Fakhra: lei parlava, due o tre ore nel suo italiano approssimativo […] io registravo,
chiedevo, scrivevo»344.
2.3.3. La vicenda
Il romanzo prende avvio dal giorno in cui Bilal getta l’acido sul volto di Fakhra. Subito però
torna indietro nel tempo e riprende a narrare dalla prima infanzia di Fakhra (resa difficile dai
problemi economici e dai comportamenti autodistruttivi della madre), ripercorrendo le tappe
più importanti della sua vita: dalla decisione di diventare danzatrice, all’incontro con Bilal.
Fakhra si sofferma a ricordare con grande affetto in particolare la figura del ricco
Hemat, ma racconta anche le storie d’amore con Nadim e Badar (suo primo marito) e
l’idilliaco rapporto che si era creato tra lei e Bilal.
Raccontando di come la sua vita sia trasformata in un incubo a seguito del matrimonio,
e ancor più dopo l’acidificazione, la ragazza non risparmia di criticare il comportamento degli
uomini che, come Bilal, picchiano, deturpano o uccidono le donne.
Raggiunto l’episodio culmine, il libro si concentra sul dramma interiore di Fakhra, la
sua fuga dal Pakistan, le operazioni subite, l’aiuto ricevuto in Italia, l’incontro con Clarice
343
344
Ad esempio gli excursus su alcuni personaggi famosi.
YUONAS F., DONI E.; op. cit., p. 9
85
Felli, ma anche le difficoltà incontrate per riprendere il controllo della sua vita e della
cattiveria di chi non voleva permetterle di ricevere le cure o di chi ha tentato di toglierle la
custodia di Naumann, giudicandola una madre incapace.
2.3.4. Personaggi principali

Fakhra Younas: autrice del libro e voce narrante della vicenda.

Blilal Khar: marito di Fahkra e figlio di primo letto di Mustafa Khar.

Hemat: personaggio atipico e simile alla figura di Pigmalione. È un ricco uomo
pakistano, morto in un incidente d’auto poco dopo l’arrivo di Fakhra a Roma. Il
comportamento di Hemat, se giudicato unicamente sulla base dell’atto di
compravendita di una ragazzina così giovane, appare disdicevole e vicino alla
pedofilia, tuttavia nel libro egli è descritto come una figura molto positiva e Fahkra ne
parla sempre con profondo affetto. Quando ricorda il momento in cui le comunicarono
la sua morte, scrive: «ho pianto tanto e ho chiesto perdono a Dio per il dolore che gli
avevo causato»345. Come commenta Elena Doni: «Hemat è stato un uomo che, in una
società in cui una donna è considerata proprietà del padre o del marito (e quanto più
ancora di chi l’ha comprata!), è andato controcorrente: non solo creando una
famiglia parallela, fatta di preparazione di zuppe e di gite con le amiche bambine di
Fakhra, ma anche in seguito, dopo la separazione, assumendosi la responsabilità nei
confronti del figlio. Tanto più singolare questo comportamento, se si pensa che la
tradizione pakistana non garantisce diritti alle donne»346. Fakhra lo descrive come un
uomo che «amava far mangiare gli altri e farli star bene»347, come colui che le «ha
insegnato a mangiare educatamente, tenendo i gomiti stretti al corpo, e a parlare come
si fa in società, mai a voce troppo alta o ridendo sguaiatamente»348.

Nadim: il primo ragazzo con cui Fakhra ha una relazione stabile dopo aver chiuso con
Hemat. Viene descritto come un ragazzo fondamentalmente buono, che sopporta con
pazienza gli atteggiamenti spesso antipatici e infantili di Fakhra349 (atteggiamenti che,
345
Ivi,., p. 53
Ivi, p. 54
347
Ivi, p. 53
348
Ivi, p. 89
349
Fakhra ammette di vergognarsi per il suo comportamento scorretto nei confronti di Nadim.
346
86
come lei stessa afferma, non si sarebbe mai permessa di avere con Hemat e che Bilal
avrebbe di certo punito).

Badar: primo marito di Fahkra, appartenente ad una famiglia molto tradizionalista;
viene ricordato con grande affetto e descritto come una persona sempre sorridente e
dall’animo buono, nonostante le difficoltà della vita. Le nozze tra lui e la ragazza sono
improvvisate, dovute più che altro ad una scommessa tra lei e Nadim, e per questo
dureranno molto poco (circa un mese). Nel libro Fakhra esprime un sincero augurio di
felicità nei confronti di questo ragazzo.

Themina Durrani: autrice di Schiava di mio marito. Ha ampio spazio nel romanzo e
viene descritta con grande realismo. Ciò che emerge dal racconto, infatti, è ciò che
appare anche dall’autobiografia della scrittrice stessa: si tratta di una donna
intelligente, abile e combattiva, che non ha paura di mettere in gioco tutto ciò che ha
per ottenere giustizia. Fakhra dimostra di avere grande stima e rispetto per lei.
2.4. Analisi
2.4.1. Bilal
Bilal, figlio di Mustafa Khar, è un classico esempio di uomo violento. In realtà, c’è da dire
che lui non manifesta sintomi del suo atteggiamento prima del matrimonio con Fahkra (a
differenza del padre, di cui si è parlato in precedenza).
Quando i due si conoscono, Fakhra, uscita dalla storia con Hemat e dal matrimonio
lampo con Badar, ha solo voglia di rimanere da sola e di non impegnarsi con altri uomini, ma
appena vede Bilal, tutti i suoi buoni propositi svaniscono: è alto, bello, elegante, ricco e di
modi affabili. Tanto basta a farla innamorare di lui e, quindi, i due iniziano presto a
frequentarsi.
Fakhra ricorda che Bilal
mi faceva ridere e nello stesso tempo era molto tenero con me. Mi diceva: «Sei come un
uccellino, se ti tirassi forte un braccio potrei staccarlo». Io avevo vergogna […] lui così grande e
bello, mentre io ero piccola, magra e di pelle molto più scura della sua. Avevo paura che mi
prendesse in giro. Invece Bilal era delicato350.
350
YUONAS F., DONI E.; op. cit., p. 99
87
La ragazza non dubita mai, nemmeno per un instante dell’amore di Bilal, e raccontando
la sua storia ad Elena Doni, riafferma questa sua convinzione, dicendo «Io ho amato molto
Bibal e lui ha molto amato me. Quando disse al padre che voleva sposare me, una ballerina, il
padre non lo volle più vedere e non gli diede più soldi. Perché in Pakistan le ballerine si
prendono ma non si sposano»351. Il fatto che Bilal, figlio di una ricca famiglia feudataria,
abbia accettato di vivere da povero per stare con lei, in una società in cui «l’amore si misura
in carati» è per Fakhra una conferma che i suoi sentimenti erano sinceri.
Purtroppo, subito dopo il matrimonio il comportamento di Bilal inizia gradualmente a
cambiare. I fattori che scatenano la violenza del ragazzo, stando a quanto emerge dal
racconto, sono fondamentalmente due, ai quali ne va aggiunto uno che si può desumere
sapendo che Bilal è il figlio di Mustafa e avendo letto il libro Schiava di mio marito di
Themina Durrani.
Una prima causa è la gelosia morbosa nei confronti della moglie. Bilal, infatti, «era
terribilmente geloso: controllava tutti i miei movimenti, non si fidava di quello che gli
dicevo»352; era talmente «ammalato di gelosia» che «sospettava di tutto e di tutti»353: «era
geloso dei medici dell’ospedale […] del marito con i capelli grigi di una sua amica più
anziana di noi […] di una nipote lesbica di Safyia. E se qualche volta mi truccavo sospettava
che aspettassi qualcuno»354. Bilal arriva perfino a provare sentimenti di astio nei confronti del
figlio di Fahkra ed Hemat, Naumann, al punto che, in un primo momento, «non lo aveva
voluto nella nostra casa, poi lo accettò a malincuore quando io gli dissi che non potevo vivere
senza mio figlio»355.
A nulla valgono gli sforzi della giovane danzatrice per limitare la gelosia del marito e
per guadagnare la sua fiducia: «Inutilmente mi vestivo con grande modestia e tenevo sempre
gli occhi bassi. Avevo anche preso l’abitudine di coprirmi i capelli con il velo islamico. […]
non facevo più niente per apparire bella. Tutto questo però non bastava a tranquillizzarlo»356.
Fakhra fa risalire la causa di questa gelosia morbosa ad un evento passato della vita
Bilal:
351
Ivi, p. 19
Ivi, p. 106
353
Ivi, p. 117
354
Ivi, p. 114
355
Ivi, p. 20
356
Ivi, p. 118
352
88
quando Bilal era bambino […] era molto triste perché la madre lo aveva abbandonato per fuggire
con il fratello del suo papà […] Forse fu a causa di quell’abbandono che Bilal mi amava di un
amore malato357.
Non è da escludere che la ragazza abbia ragione. È possibile infatti che, data la giovane
età, per Bilal la fuga della madre sia stata un evento traumatico e che, di conseguenza, a
causa di questo trauma infantile egli non riesca a riporre la propria fiducia nei confronti di
una donna.
Un altro fattore alla base del comportamento violento di Bilal, è che egli, dopo il
matrimonio e in particolare dopo che il padre lo priva di tutti i suoi beni, lasciandolo senza
soldi, inizia sempre più spesso ad uscire con gli amici e a bere molto358. Fakhra dice che:
avevo ormai paura di lui.[…] era cominciato a cambiare il suo comportamento verso di me: la
sera usciva sempre più spesso da solo […] Tornava quasi sempre ubriaco e mi picchiava per la
minima sciocchezza359. […] Avevo il corpo pieno di lividi e l’anima triste360.
È importante notare che, anche se Fahkra riconduce la violenza del marito solo a questi
due fattori, in realtà è molto probabile che ve ne sia un terzo. Il comportamento aggressivo
che Bilal ha nei confronti della moglie, infatti, potrebbe anche essere stato influenzato
dall’ambiente famigliare e dal contesto culturale in cui egli è cresciuto: deve essere tenuto
sempre a mente che Bilal è figlio di Mustafa Khar e che per moltissimi anni è stato spettatore
(e forse anche vittima) di episodi di violenza domestica; potrebbe pertanto, come alcune volte
accade, aver interiorizzato quei comportamenti come “normali”.
Esattamente come il padre, e come molti altri uomini che commettono abusi, Bilal,
dopo la violenza, tra pianti, lacrime e mille giustificazioni, supplica la moglie di perdonarne i
gesti361. Racconta Fakhra che il marito prima la picchiava, poi, «come sarebbe successo
molte altre volte, si è messo a piangere e mi ha chiesto scusa»362, «mi baciava i piedi,
357
Ivi, p. 20
Ivi, p. 20, scrive: «Purtroppo Bilal beveva e la sera diventava violento»
359
Ivi, p. 107
360
Ivi, pp. 117-118, ad esempio ricorda che «Una sera giocavo con Nauman nella sua stanza in compagnia di
mio cugino Ranah: aspettavamo il ritorno di Bilal […] Ma il tempo passava e Bilal non tornava, così piano piano
ci siamo addormentati tutti e tre. Mi ha svegliato Bilal nel cuore della notte. “Vieni in camera” mi ha detto. E là,
senza aggiungere una parola, mi ha massacrato di botte».
361
Non si può del tutto escludere, a nostro avviso, l’ipotesi che anche questo comportamento sia stato in qualche
modo “acquisito” osservando il padre.
362
Ivi, p. 107
358
89
piangeva e mi scongiurava di non lasciarlo. Quante volte è successo, quante volte quante
volte abbiamo fatto la pace, quante lacrime, quante speranze, quante illusioni…»363.
Oltre alle botte, Fakhra è costretta anche a sopportare limitazioni e restrizioni a cui non
era abituata, perché, come le dice Bilal, «sei una donna di Napier Road, sei abituata a troppa
libertà»364. Il ragazzo ha infatti idee precise su cosa le è e non le è concesso di fare, in quanto
donna di un Khar. Non poteva, ad esempio, aiutare «nelle faccende la ragazzina che ogni
tanto veniva a pulirci la casa»365, non può permettersi di uscire da sola sul balcone del loro
appartamento, né, tanto meno, di uscire da sola per strada.
Anche se la «vita da prigioniera», che Bilal le impone, la «faceva annegare nella noia e
[la] irritava», Fakhra, inizialmente, la sopporta perché è innamorata di lui e perché, dice, essa
«non era scandalosa in un matrimonio pakistano. Nel mio paese una brava moglie deve
sottostare ai desideri del marito, aspettarlo in casa, non uscire mai, non scoprire le braccia,
meno che mai far vedere le gambe con un vestito all’occidentale, parlare solo se interrogata e
se qualche volta lui mi picchiava dovevo portare pazienza»366.
Quando, alla fine, tenta di riprendersi la sua vita e ricominciare daccapo, il marito
decide di punirla e si presenta nella casa della madre di Fakhra, dove la ragazza si è rifugiata,
«tutto vestito di nero», come un becchino, «e accompagnato da tre guardie del corpo […] si
era avvicinato e mi […] versò sulla faccia […] Quella che io credevo fosse acqua, perché sul
momento non mi fece male»367, ma che in realtà è acido muriatico.
Il gettare acido su una donna, si è detto, è una pratica assai diffusa in Pakistan, India e
Bangladesh, ed è generalmente legata all’onore. Anche in questo caso, è probabile che Bilal
voglia “proteggere il suo onore” di uomo e di marito. Si noti che, comunque, nel caso
specifico, secondo quanto riportato nel romanzo il ragazzo non vuole uccidere la moglie:
infatti, quando i suoi accompagnatori gli chiedono se “devono finirla”, lui risponde «no, basta
così».
Elena Doni scrive che, anche se «Fakhra è stata la pima donna pakistana che è riuscita
a far arrestare il suo “acidificatore”. Com’era prevedibile, Bilal è rimasto assai poco in
prigione»368. Di fatto, l’omicidio per l’onore e l’acidificazione, come si è accennato in
363
Ivi, p. 20, scrive: «Purtroppo Bilal beveva e la sera diventava violento»
Ivi, pp. 113-114
365
Ivi, pp. 113-114
366
Ivi, pp. 114-115
367
Ivi, p. 15
368
Ivi, p. 24
364
90
precedenza, non sono considerati dei crimini e, quindi, nonostante tutto l’impegno di
Themina Durrani, la condanna di Bilal è stata irrisoria.
Come molte altre volte in precedenza, anche in questa occasione, si noti, Bilal scoppia
in lacrime e si scusa con Fakhra per ciò che le ha fatto, e pretende di tornare a vivere con lei,
come se nulla fosse accaduto.
Bilal continuava a mandarmi fiori e lettere e telefonava spesso per avere mie notizie. Un giorno
decisi che gli avrei parlato. […] “Hello, come stai?” chiese lui. “E hai il coraggio di
chiedermelo?” risposi. “Sono pentito, mi dispiace, vorrei che tu tornassi da me.” “Ti ho mandato
una mia foto, poi decidi.” “Io ti ho amato, tu per me sei sempre la stessa. Che programmi hai?”
“Nella mia vita non ci sono più programmi.” “Vengo a prenderti.” “Non puoi, la polizia ti cerca.”
“Non m’importa.” […] prese l’aereo da Lahaore, dove allora abitava, arrivò a Karachi. […] mi
sono accorta che aveva bevuto, piangeva369.
Il problema con Bilal, però, è soprattutto un altro: egli, infatti, dopo aver commesso una
simile barbarie verso la moglie, rifiuta anche di permetterle di andare in un ospedale in cui le
sia possibile ricevere le cure necessarie e in cui possa essere sottoposta a degli interventi di
chirurgia plastica.
Per evitare che la moglie decida di farsi ricoverare, Bilal la rapisce370 e la rinchiude in
una delle case della famiglia Khar, sperduta in mezzo al deserto. Si noti che anche dopo
l’espatrio della moglie, avvenuto grazie a Themina Durrani, Bilal continua a perseguitare
Fakhra, inviandole messaggi e chiamate di scuse e suppliche, vane, nel tentativo convincerla
a tornare in Pakistan da lui.
I motivi che sottendono a tale comportamento non sono molto chiari, ma si può
avanzare l’ipotesi che Bilal da un lato non volesse mostrare al di fuori del Pakistan l’orrore
del suo crimine, e dall’altro, forse, che provasse un certo, reale, senso di colpa per quanto
fatto. Sicuramente, poi, si può facilmente immaginare che anche il suo amore malato e il suo
“senso di proprietà”371 verso la moglie abbiano influito.
369
Ivi, p. 24
Ivi, p. 145, Lui mi trovò, mi prese per i capelli, mi trascinò fino alla porta e mi portò in albergo. Invano Nisha
lo seguì con la sua automobile e lo supplicò
371
Con questa espressione si vuole intendere che è possibile che come Mustafa, anche Bilal ritenesse la moglie e
i figli come oggetti di sua proprietà.
370
91
2.4.2. Donne deturpate con l’acido o con il fuoco
Dopo il matrimonio con Bilal, Fakhra si ritrova così a vivere una vita fatta di proibizioni e di
maltrattamenti, che sopporta per amore, anche se, all’inizio, non si lascia sottomettere. Come
lei stessa afferma, infatti, «quando ci si innamora non si ragiona più con la testa: ma per
quanto innamorata non ero però totalmente arresa. La sera stessa del matrimonio dovevamo
andare a cena con un suo amico e io mi ero messa un vestito all’occidentale, con la gonna che
mi arrivava al ginocchio. “Ti si vedono le gambe!” esclamò lui, scandalizzato. “Bene, vuol
dire che resterò a casa.” E così fu. Anzi, tornai a casa mia»372.
Fakhra è una donna di Napier Road, dal carattere forte e abituata ad essere libera ed
indipendente, per questo, anche se è l’unica a potersi permettere di parlare in presenza di
Bilal senza troppe ripercussioni, alcune sue risposte e atteggiamenti terrorizzano Safiya, la
madre del ragazzo, che teme, a ragione, per la vita della ragazza.
Dopo circa un anno di abusi, Fakhra, stanca della vita che Bilal le impone, decide di
andarsene e di chiedere il divorzio. Si rifugia quindi a casa della madre, dove si rende conto
di essere incinta e, sapendo che per quello il tribunale non le avrebbe permesso di divorziare,
decide di abortire373. Questa decisione sarà la sua rovina: Bilal, infatti, si reca a casa sua e le
versa sul volto dell’acido:
Faceva un caldo terribile quella mattina di maggio a Karachi. Improvvisamente sentii un caldo
come non avevo mai provato. E non vedevo più, non riuscivo ad aprire gli occhi che mi si erano
tremendamente gonfiati. A un certo punto mi accorsi che mi erano caduti di dosso i vestiti e ora
non avevo più niente sulla pelle. […] Mi rendevo conto che era successo qualcosa di terribile ma
non sapevo che quello che aveva sciolto i miei vestiti e che ora mi stava mangiando il viso, il
petto, le braccia era l’acido […] Poi mi venne un gran freddo, tremavo, anche la lingua mi si era
gonfiata, non potevo più parlare, avevo la febbre altissima374.
Il vero dramma della ragazza inizia a seguito di questo evento. Dopo essere corsa fuori
in stato confusionale, Fakhra viene soccorsa e portata d’urgenza al Civital Hospital, dove
viene alloggiata in una camera sterile. In Pakistan, racconta l’autrice, le cure sono a
pagamento, e non avere soldi per poter comprare gli antibiotici è spesso uno dei motivi per
cui, anche se si viene operati da un medico bravo, si rischia sempre di morire.
372
YUONAS F., DONI E.; op. cit., p. 105
Ivi, p. 21 «Avevo vent’anni, potevo ancora ricominciare daccapo: ma non volevo il figlio di Bilal. Del resto il
giudice non mi avrebbe concesso il divorzio se avesse saputo che ero incinta. Chiesi consiglio per abortire a
Shedamalik, la suocera di mia sorella. Lei promise di aiutarmi e invece andò a fare la spia a Bilal».
374
Ivi, p. 15-16
373
92
Il dolore della ballerina è atroce e i suoi ricordi indefiniti e concentrati su di esso:
Non sapevo quanto tempo era passato, non avevo più il senso del tempo. So di essere stata tre
mesi nella stanza sterile, a me sembrò una settimana. Il dolore era terribile, passava solo quando
mi facevano in vena una puntura che chiamavano King. A volte però mi ingannavano, mi
facevano una finta puntura di King, io urlavo e li chiamavo bugiardi. Dopo un po’ di tempo che
ero nella camera sterile cominciai a sentire una puzza terribile. Era la mia carne che andava in
putrefazione. Lo capii un giorno che venne il dottore a dire che dovevo fare una doccia. Ma
perché – pensavo – una doccia? Sto così male, ho la febbre, non sarei capace di reggermi in piedi.
Quello del medico era un ordine, mi fece aiutare dalle infermiere: e sotto l’acqua io sentii i pezzi
della mia carne marcia che cadevano dal corpo. Solo allora capii fino in fondo quello che mi era
successo375.
A dispetto delle previsioni dei medici, Fahkra decide di lottare per vivere: a differenza
di tutti gli altri pazienti in condizioni simili alla sua (dovute all’acido o al fuoco), infatti,
permette ai medici di lavarle le ferite, nonostante il dolore, e chiede alla sorella di spruzzare
del profumo nella camera per coprire l’odore della carne in cancrena:
Ho cominciato a occuparmi di piccole cose: chiedevo a mia sorella Kiran di spruzzare un po’ di
profumo sulle lenzuola perché mi dava fastidio il mio stesso odore, la pregavo di mettere un po’ di
fiori vicino al letto, volevo sempre lavarmi376.
Alla fine viene dimessa dall’ospedale e torna quasi subito a vivere con Bilal «un po’
perché volevo rivedere Themina […] un po’ perché in fondo al cuore sognavo di fare del
male a Bilal, volevo vendicarmi». Questi sentimenti di odio e rivalsa che animano la giovane
e che la portano anche a desiderare di uccidere il marito, però, sfumano «una sera quando,
entrando in bagno, vidi che c’era una bottiglia di candeggina e la versai nel suo bicchiere. Ma
non ho potuto: ho buttato via la candeggina e ho lavato il bicchiere»377.
Quando Fakhra si trasferisce a Lahore dal marito, Themina Durrani378 la conduce
subito al cospetto di Mustafa e di tutta la famiglia Khar, con lo scopo di ottenere l’intervento
del ricco signore feudale a favore della giovane.
375
Ivi, pp. 16-17
Ivi, p. 18
377
Ivi, pp. 22-23
378
Si noti che Themina, nella post-fazione al romanzo, afferma che quando vede Fakhra per la prima volta dopo
l’acidificazione, si rende subito conto che al suo posto avrebbe potuto esserci lei stessa, perché Bilal, altro non ha
376
93
Bilal, allora, come si è accennato in precedenza, rapisce Fakhra e la rinchiude in una
delle tante proprietà dei Khar. Qui la ragazza è costretta a trascorre ben due anni quasi in
totale isolamento, senza la possibilità di alzare il viso e di aprire normalmente gli occhi a
causa delle cicatrici lasciatele dall’acido. Le uniche visite che può ricevere sono quelle dei
servi che lavorano alla tenuta, quelle di alcuni parenti (ma solo in presenza del marito o di un
servo) e quelle di Bilal, che pretende di avere con lei un rapporto normale tra marito e
moglie379:
Bilal ha voluto di nuovo fare sesso con me. Prima abbiamo fumato molto hashish e lui mi baciava
i piedi come una volta, ma non serviva a niente. Mi sembrava tutto falso. Non mi ero mai guardata
allo specchio, ma mi toccavo la faccia e sapevo com’ero. A letto mi misi un cuscino sulla testa.
Lui era sopra di me e faceva sesso, io sotto mi sentivo come morta. Mi amava, diceva380.
Quando, finalmente, Fakhra riesce, con l’aiuto di Durrani, a lasciare in Pakistan e ad
arrivare in Italia come rifugiata, viene presa in cura dal dottor Valerio Cervelli381, che le
restituisce la possibilità di alzare il viso e di aprire gli occhi normalmente per guardare il suo
bambino; Cervelli le restituisce anche la bocca e il naso che l’acido aveva bruciato. Oltre alle
cure fisiche, però, Fakhra necessita anche di sostegno psicologico continuo: affrontare la
realtà della propria condizione, com’è comprensibile, non è facile per le donne nella sua
situazione, specie se si trovano ad essere sole in un Paese straniero di cui non conoscono la
lingua.
Nel suo caso, in particolare, la situazione si complica ulteriormente quando la signora a
cui Naumann è stato dato in affido (il nome non è specificato), minaccia di toglierle per
sempre la custodia del figlio, perché reputa Fakhra incapace di occuparsi di lui.
Purtroppo, anche la se la ragazza riesce a dimostrare agli assistenti sociali di essere
un’ottima madre, non riuscirà mai a superare il trauma della deturpazione del suo viso, e alla
fine, come si è detto nella sezione dedicata alla sua biografia, dopo aver smesso le sedute
dallo psicologo, si toglierà la vita lanciandosi da una palazzina.
fatto se non dare concretezza su sua moglie alle minacce che Mustafa aveva tante volte pronunciato contro
Themina stessa.
379
La stessa Fakhra si sorprende, non solo perché lui è la causa della sua condizione, ma anche perché si chiede
come mai lui si ostinasse a non lasciarla e a voler fare l’amore con lei nonostante il suo nuovo aspetto.
380
YUONAS F., DONI E.; op. cit., p. 23
381
Come si è detto in precedenza, tutti i medici che l’hanno visitata prima di lui si sono rifiutati di occuparsi del
suo caso.
94
La vicenda di Fakhra è, per certi versi, molto simile a quella di Suad (pseudonimo),
autrice del libro Bruciata viva. I genitori di Suad, infatti, incaricano Hussein, suo cognato, di
ucciderla; il suo crimine è essere rimasta incinta al di fuori del matrimonio382, diventando una
charmuta (puttana) e disonorando la famiglia di origine. Suad è originaria della Cisgiordania,
un Paese in cui il delitto d’onore, chiamato Jarimat al Sharaf, non è considerato un delitto383.
Per uccidere la giovane i suoi parenti decidono di bruciarla con il fuoco:
È mio cognato Hussein. Sto zitta con la testa bassa per la vergogna […] A un tratto un liquido
freddo mi cola sulla testa. In un attimo il fuoco è su di me. Brucio. […] mi batto le mani sulla
testa […] In quell’odore di petrolio corro, corro, ma i pantaloni m’impediscono di andare in fretta.
Il terrore mi guida, d’istinto, lontano dal cortile, verso l’orto, perché non c’è altra via d’uscita.
[…] Devo essermi arrampicata sul muretto perché mi sono ritrovata nell’orto dei vicini o forse in
strada384.
Anche Suad, come Fakhra, viene soccorsa e portata d’urgenza all’ospedale, dove i
medici la tratteranno malissimo nell’attesa che muoia. Nel suo caso però, si noti, c’è una
precisa volontà di uccidere (cosa che, si è detto, non si riscontra in Bilal): i genitori, infatti, si
recano in ospedale a trovarla, ma con l’intento di concludere quanto iniziato da Hussein385.
A salvare per la seconda volta Suad, sono prima un medico dell’ospedale che impedisce
alla madre di avvelenarla e poi una volontaria di Terre des Homes, Jacqueline, che riesce a
382
L’unico crimine di Suad, oltre all’essere donna, è l’essere una donna ingenua: si innamora di un ragazzo più
vecchio di lei, Faiez, il quale, con la promessa di chiederla in sposa, riesce a convincerla di avere una storia
segreta con lui. I loro incontri segreti si protraggono per un po’, ma quando lei gli dice che pensa di essere
incinta, lui cambia casa, abbandonandola al suo destino.
383
SUAD, op. cit., p. 59. Vale la pena ricordare anche che in Cisgiordania, stando al racconto di Suad, oltre al
delitto d’onore, è in uso anche un’altra pratica brutale: quella di uccidere i neonati di sesso femminile. A p. 23,
scrive: «Mia madre […] Sta partorendo […] Sento le grida […] della creatura appena nata. Immediatamente mia
madre la prende e la soffoca dentro la pelle di pecora […] era una bambina e mia madre l’ha soffocata appena
nata […] Sento ancora mia sorella maggiore, Nura, dire a mia madre: “Se avrò delle figlie farò come te…”». E
poi, ancora, a p. 26, aggiunge: «Ogni nascita di una bambina equivaleva a un lutto. Era sempre colpa della madre
se partoriva solo femmine. […] Nel mio villaggio, se gli uomini dovevano scegliere tra una figlia e una mucca
sceglievano la mucca. Mio padre non si stancava mai di ripetere che non servivamo a niente. […] Noi, le figlie,
ne eravamo convinte. D’altra parte la mucca, la pecora, la capra erano trattate meglio di noi».
384
SUAD, op. cit., pp. 120-122
385
Ivi, pp. 126-128, scrive: ««Ascolta figlia mia, ascolta, se muori è meglio Bevi quello che c’è nel
bicchiere…sono io che te lo chiedo […] È meglio per te, per me e per tuo fratello.» Piangeva. E piangevo
anch’io. […] All’ospedale nessuno mi aveva dato da bere fino a quel momento. Lei mi avvicinava quel grande
bicchiere alla bocca e io avevo tanta sete che avrei voluto almeno immergervi le labbra. […] Il medico è arrivato
all’improvviso […] ha preso il bicchiere con un gesto brusco, l’ha rimesso dov’era e ha gridato con violenza
«No!» […]».
95
convincere i genitori a permetterle di portare via la figlia, dicendo loro che è per farla morire e
sollevarli da un peso.
Un’altra analogia tra le due storie è che anche Suad dovrà affrontare difficili
implicazioni psicologiche, in particolare all’inizio: per molto tempo, infatti, continuerà a
credere di aver meritato il trattamento inflittole dalla famiglia e penserà spesso che forse
sarebbe stato meglio morire. Nel libro commenta: «mi ci sarebbero voluti moltissimi anni per
tornare a essere un essere umano e accettarmi così com’ero […] e poi, nonostante avessi
vent’anni, ero come una bambina: non sapevo niente della vita»386. Anche molti anni dopo,
nonostante riesca a costruirsi una nuova vita con uomo che la ama387 e dal quale ha due
bambine, Suad è ancora perseguitata dal suo passato: teme il fuoco, anche quello dei fornelli,
e all’età di quarant’anni entra in depressione a causa delle cicatrici che la deturpano e le
impediscono di esporsi al sole (e quindi di andare al mare o in piscina). Così, un giorno, anche
Suad tenta il suicidio:
sono andata in bagno, ho preso un flacone di sonnifero che avevo comprato in farmacia senza
ricetta, perché non riuscivo a dormire. L’ho vuotato e ho contato le pastiglie: erano diciannove e
le ho inghiottite tutte. Dopo qualche minuto ho cominciato a sentirmi strana, mi girava tutto
intorno. Ho aperto la finestra, ho visto il tetto della scuola di Letitia e Nadia e mi sono messa a
piangere di nuovo. Sono uscita di casa, parlavo da sola e sentivo le mie parole come se arrivassero
dal fondo di un pozzo. Volevo buttarmi dalla terrazza, ero come in trance388.
Fortunatamente, però, lei si salva.
Come Fakhra, inoltre, anche Suad, al suo arrivo in Italia, ha un figlio, Mauran, ma data
la sua situazione e ritenendosi incapace di fare la madre, differentemente da Younas, decide
darlo in adozione alla famiglia italiana che li aveva accolti entrambi389, e solo moltissimi anni
dopo lo andrà ad incontrare, chiedendogli scusa.
386
Ivi, pp. 179
Suad nel libro si interroga spesso su come suo marito possa amarla nonostante il suo aspetto.
388
Ivi, p. 207
389
Ivi, p. 181, scrive: « Mauran aveva cinque anni quando ho firmato i documenti che consentivano alla famiglia
che ci aveva accolto di adottarlo. […] Io ero assolutamente incapace di garantirgli equilibrio, assistenza e una
frequenza scolastica regolare. Molto tempo dopo mi sono sentita in colpa per questa scelta».
387
96
3. La “giostra” dello stupro
Alle mie compagne di sventura perché
sappiano che si può venirne fuori. È lungo e
difficile, ma è possibile390.
Se nel capitolo precedente sono stati analizzati dei romanzi che raccontano storie di violenza
domestica, fisica e psicologica, in questo l’argomento principale è la violenza sessuale, in
particolare nella forma dello stupro.
Non deve stupire il titolo scelto (La “giostra” dello stupro) perché si riferisce a quella
che è stata definita «la pratica della “giostra”, durante la quale un ragazzo fa “girare” la sua
ragazza»391, ossia la “presta”, come un oggetto, ai suoi amici, affinché questi possano
“divertirsi” con lei, violentandola. Inoltre, si addice al capitolo perché, di fatto, a trarre
godimento dallo stupro è l’abusante, nelle cui mani la donna si riduce ad un puro oggetto, ad
un giocattolo (o ad una giostra, appunto), volto a far divertire qualcuno.
Prima di proseguire con l’analisi dei libri, è necessario far notare anzitutto che, sia per
quanto riguarda la letteratura autobiografica, sia per quanto concerne quella di invenzione, ci
si trova di fronte ad una netta controtendenza rispetto al corpus delle bibliografie critiche.
Infatti, mentre in quest’ultimo si possono trovare numerosi saggi a riguardo della violenza
sessuale, nel corpus dei romanzi (autobiografici e non), è molto difficile trovare libri che
affrontino l’argomento.
La letteratura autobiografica sugli stupri, in particolare, è molto povera, almeno per quel
che si è potuto rilevare durante il lavoro di ricerca del materiale. Mentre nei romanzi
d’invenzione esso non è quasi mai posto come tema principale: in genere viene affrontato
come una piccola parentesi all’interno della storia.
Inoltre, per quanto riguarda i romanzi di invenzione che trattano la violenza sessuale, va
fatto notare che non sempre gli autori riescono a rendere bene la brutalità di questo tipo di
abuso, né le implicazioni psicologiche che esso ha sulla vittima. Per questa ragione, anche in
questo capitolo, come nel precedente, si è scelto di dare la precedenza ai romanzi
autobiografici.
390
391
BELLIL S., Via dall’inferno, Roma, Fazi Editore, 2004, p. 5
Ivi, p. 7
97
In ogni caso, la disparità tra corpus narrativo e saggistico non deve sorprendere molto:
si può infatti facilmente immaginare quanto sia difficile per chi subisce delle violenze sessuali
raccontare la propria esperienza392. Allo stesso modo, si può supporre che possa essere
difficile per chi ha avuto la fortuna di non subire simili abusi, capire veramente cosa provino
le vittime. Dopotutto, la violenza sessuale, umilia la vittima anche in altri modi e le toglie la
sua dignità di persona, trasformandola in un oggetto.
La violenza domestica, da questo punto di vista, è, forse, più facilmente descrivibile, in
particolare da chi non ha mai subito maltrattamenti.
Il romanzo di Samira Bellil, Via dall’inferno, selezionato per l’analisi, è uno dei pochi
libri autobiografici sull’argomento (nonché l’unico che si sia riusciti a reperire), in cui, a
differenza dei romanzi di invenzione, la violenza sessuale (nella forma dello stupro)
rappresenta il punto chiave dell’intera vicenda narrata. Di conseguenza, sarà l’unico romanzo
analizzato nel particolare in questa sezione. Come nel precedente capitolo, comunque, si
terranno in considerazione alcune delle storie narrate in Questo non è amore per eventuali
confronti.
Prima di proseguire, infine, è necessario porre in evidenza anche la mancanza di
autobiografie che narrino l’esperienza degli stupri di guerra. Esistono, tuttavia alcuni romanzi
d’invenzione, basati su fatti storici, che, tra le altre cose, denunciano anche questa realtà (si
pensi, ad esempio, al libro Come fossi solo di Marco Magini)393.
1. Le citès francesi
Prima di procedere con l’analisi del romanzo scelto, sarà bene accennare brevemente al
contesto a cui esso principalmente (anche se non esclusivamente) si riferisce: quello dei
sobborghi (citès o beneuel) francesi, abitati in larga parte da emigrati. Infatti, uno degli scopi
392
Basti pensare al fatto che la stessa Samira rifiuta di raccontare di tutte le torture che ha subito durante lo
stupro.
393
In questo lavoro si è deciso di rimanere in ambito letterario e per questo motivo (ma anche per una questione
di spazio) non si è preso in considerazione il cinema, sebbene questo, contrariamente alla letteratura, si sia
occupato molto del problema degli stupri di guerra. Ciò nonostante, considerando la vasta filmografia, vale pena
ricordare qualche titolo. Ad esempio: il film documentario The Greatest Silence: Rape in the Congo diretto nel
2007 da Lisa F. Jackson; il cortometraggio Unwatchable diretto da Marc Hawker e basato sulla storia vera di una
donna congolese di nome Masika; il lungometraggio Accadde in Aprile, diretto nel 2005 da Raul Peck, che
analizza la situazione del Rwanda. Ricordiamo anche il film La Squale che però tratta il problema degli stupri di
gruppo nelle citès, proprio come il libro di Samira.
98
del libro è denunciare la particolare situazione che si è venuta a creare in questi ambienti a
partire dalla fine degli anni Ottanta, inizio anni Novanta.
Fadela Amara394, attivista di Sos Racisme, a tal riguardo scrive che la situazione delle
citès non è stata sempre drammatica come in quel periodo perché, grazie alla marce di
protesta contro il razzismo e per la parità dei sessi nei decenni precedenti le ragazze
(comprese quelle emigrate) erano riuscite ad emanciparsi.
Secondo Amara «il degrado è arrivato in modo impercettibile, senza che nessuno ci
facesse caso. […] In due-tre anni la situazione si è completamente deteriorata. Ciò
corrisponde all’entrata in scena dei “fratelli maggiori”»395, i quali, «dopo essersi arrogati
l’autorità in seno alla famiglia, […] l’hanno esercitata anche nelle citès. La loro missione era
chiara: proteggere la sorella […] preservarla vergine fino al matrimonio»396. Inizialmente
questa situazione era tollerata e così la maggior parte degli adulti ha «chiuso gli occhi dicendo
che era per il [loro] bene»397. Di conseguenza la libertà delle ragazze «è stata a poco a poco
erosa. Poi questa pressione si è accentuata per diventare una vera oppressione»398.
Questo cambiamento improvviso di direzione si inserisce all’interno di una complicata
situazione sociale. A partire dagli anni Novanta, infatti, in Francia inizia una crisi
dell’occupazione e i primi lavoratori a perdere il proprio posto sono proprio gli emigrati
residenti nelle citès399. I ragazzi, in particolare quelli senza lavoro, con il passare del tempo
radicalizzano sempre più i loro comportamenti. Scrive Amara che questi giovani, tenuti molto
in considerazione all’interno della famiglia, «vivono di fatto una vera schizofrenia: re in seno
al nucleo familiare, e inesistenti, negati, al di fuori».
Molti di essi, inoltre, trascorrendo sempre più tempo per strada, alla fine scelgono la
delinquenza e adottano comportamenti machisti per imporre la propria autorità all’interno del
quartiere. Così, alcuni di essi «hanno cominciato a diventare autoritari, poi a fare prova di
violenza verbale verso le ragazze, ad insultarle, con il pretesto di controllarle. […] Poi sono
passati ad uno stadio superiore […] si sono sentiti autorizzati a»400 infastidirle. Questo
394
AMARA F., Né puttane né sottomesse. In memoria di Sohane Benziane, NonSoloParole Editore, Pollena
Trocchia (Na), 2007, pp. 27-29
395
Ivi, pp. 29-30
396
Ivi, p. 31
397
Ibidem
398
Ibidem
399
Ivi, pp. 32-33
400
Ibidem
99
secondo Amara, sarebbe anche un modo per sfogare la rabbia e la frustrazione dell’abbandono
che vivono in seno alla società francese401.
In un simile contesto l’esibizione della femminilità, così come la rivendicazione della
propria indipendenza, sono motivi sufficienti a far esprimere giudizi negativi sulle ragazze,
che diventano in questo modo le vittime ideali di chiunque decida di commettere un abuso
sessuale. Non stupisce quindi che le giovani come Samira, che si truccano e camminano sole
per strada, vengano considerate delle “poco di buono” contro le quali tutto è lecito402.
Il fenomeno sociale delle bande e degli stupri di gruppo che si crea nel contesto dei
sobborghi francesi, ben dimostra cosa accade quando la violenza viene tollerata, banalizzata
o, peggio, istituzionalizzata. Come commenta Samira, infatti, la ragazze vengono considerate
merce di scambio, ma questo «è ormai costume consolidato. […] Gli stupri di gruppo sono
diventati azioni banali e gli aggressori sono sempre più giovani»403.
Nella prefazione a Via dall’Inferno, Josee Stoquart, curatrice del libro, afferma che
«questi adolescenti non hanno più alcun punto di riferimento […] Per loro la “giostra” è un
gioco e le ragazze degli oggetti»404.
Samira, poi, spiega che il fenomeno delle bande non si limita a distruggere la vita delle
ragazze vittime, ma colpisce direttamente anche le vite dei ragazzi, i quali «vivevano una
condizione impietosa, che spesso si concludeva con la prigione o con la morte. Quanto alle
ragazze […] erano preda delle bande e subivano la loro violenza nella vergogna e nel
silenzio»405.
La pratica più comune tra i ragazzi «era di “fare la festa alle ragazze” o di “farle girare”.
[…] era facile: un pugno, due schiaffi, un po’ di pressione e il gioco era fatto. Si prestavano
una ragazza come ci si presta un CD o un maglione. La facevano “girare” come una canna.
Facevano partecipare gli animali e venivano utilizzati oggetti di ogni genere per rendere la
faccenda più interessante»406.
Eppure, commentano Bellil e Amara, nelle citès nessuno si sorprende. Neppure le
ragazze vittime della violenza della bande reagiscono a ciò che viene fatto loro, sia che si
tratti di violenze fisiche e sessuali, sia che si tratti di violenze verbali407.
401
Ibidem
BELLIL S., op. cit., p. 8
403
Ivi, p. 40. Queste parole, contenute nel suo libro, risalgono al 2002.
404
Ivi, p. 8
405
Ivi, p. 40
406
Ibidem
407
Ivi, p. 41
402
100
2. L’autrice
Samira Bellil è stata una femminista francese, divenuta famosa dopo la pubblicazione della
sua autobiografia Via dall’inferno (titolo originale Dans l’enfer des tournantes, che significa
più correttamente “Nell’inferno degli stupri di gruppo”), nel 2002.
Samira nasce nel novembre del 1972 ad Algeri, ma la sua famiglia si sposta presto in
Francia, nella zona di Parigi. La ragazza a causa di alcuni problemi famigliari, viene data
quasi subito in affido ad una coppia belga e ritorna a vivere con i genitori biologici solo
cinque anni. Questo evento per lei è traumatico408.
Ancora più traumatica è la diversità delle condizioni di vita in cui si viene a trovare: la
figura opprimente del padre e la madre troppo sottomessa per reagire, si collocano agli
antipodi delle figure genitoriali della famiglia belga in cui ha vissuto gli anni della prima
infanzia409.
Pe fuggire dalla situazione che vive tra le mura domestiche, Samira inizia a trascorrere
molto tempo vagabondando per la strada, assieme ad altre ragazze. All’età di quattordici anni
viene violentata e picchiata selvaggiamente per un’intera notte da un gruppo di ragazzi che
credeva essere amici410. Successivamente, a sedici anni, subisce un altro stupro da parte di
alcuni sconosciuti411.
Samira entra così in un circolo vizioso di depressione, violenza verso gli altri e abuso di
alcool e droga leggera. Riesce a riscattarsi e a riprendere le redini della sua vita solo a seguito
di diversi anni in terapia con una psicologa.
È su suggerimento della dottoressa che segue il suo caso che Bellil decide di pubblicare
in un libro la sua esperienza, nella speranza anche di essere di sostegno e d’aiuto tutte le
ragazze che vivono situazioni analoghe.
Nel 2002 Samira partecipa alla marcia organizzata dal movimento Ni putes ni soumises
(Né puttane né sottomesse), che lei stessa ha contribuito a fondare, per affrontare
pubblicamente la questione della violenza contro le donne e degli stupri di gruppo nelle
periferie delle città francesi.
408
Ivi, p. 8
Ibidem
410
Ibidem
411
Ibidem
409
101
Due anni dopo, il 22 febbraio 2004, la ragazza è ospite di Paolo Bonolis alla
trasmissione Domenica in412.
Muore nel settembre dello stesso anno a causa di un cancro allo stomaco413.
3. Il romanzo
Come si è detto, il romanzo di Samira Bellil nasce e si sviluppa nel drammatico contesto di
violenza efferata, silenzio ed omertà, in cui vivono moltissime ragazze, francesi ed
extracomunitarie, residenti nelle periferie di alcune città della Francia. Violenze che non
rappresentano solo una parte della vita di Samira, ma che riguardano il trascorso di
moltissime altre giovani.
Il 4 ottobre del 2002, ad esempio, Sohane Benziane, a soli diciotto anni viene bruciata
viva dal suo fidanzato in uno scantinato di Vitry-sur-Seine, un quartiere della periferia
parigina414. Il suo unico crimine è stato quello di essere una bella ragazza che non voleva
sottomettersi alle leggi che regolano la vita delle ragazze delle citès.
Dalla volontà di denunciare questa situazione di degrado sociale e di attirare
l’attenzione dei media sulle condizioni delle ragazze dei sobborghi francesi, più di trentamila
persone hanno partecipato ad una marcia, di cui Samira è stata la madrina, che ha toccato
diverse città francesi, organizzata dal movimento Ni putes ni soumises.
Dalla stessa volontà di denunciare nasce anche il libro di Bellil, che in un’intervista
riportata sul sito del Corriere della sera spiega: «ho scritto questo libro per interrompere e
impedire che la spirale di violenza vissuta sia rivolta agli altri. Avevo voglia di imparare a
vivere nella dolcezza e non nel sangue. […] È importante che gli uomini violenti possano
vedere che ci sono altri che sanno vivere con noi normalmente, ammettendo la nostra
uguaglianza di diritti. Organizziamo dibattiti sull’integrazione […] e infine aiutiamo quelle
donne che denunciano gli orrori subiti»415.
La storia di Samira, comunque, non riguarda solo le ragazze delle citès francesi: essa
supera i confini geografici e spaziali, coinvolgendo tutte le donne che subiscono abusi e che
cercano di ribellarsi e denunciare, così come quelle che subiscono in silenzio, per paura e
412
http://archiviostorico.corriere.it/2004/marzo/10/Fuori_dalla_violenza_delle_citta_co_10_040310039.shtm
(ultima consultazione 17/01/2013)
413
http://www.theguardian.com/news/2004/sep/13/guardianobituaries.france cit.
414
AMARA F., op. cit., pp. 7-8
415
http://archiviostorico.corriere.it/2004/marzo/10/Fuori_dalla_violenza_delle_citta_co_10_040310039.shtml
cit.
102
vergogna. Essa è la storia di tutte quelle ragazze che sono state vittime di stupro, che vengono
giudicate colpevoli dell’accaduto e liquidate con un: “se l’è voluta”.
3.1. Trama
Dopo essersi brevemente lasciata andare al ricordo della felice infanzia trascorsa in Belgio,
Samira Bellil racconta la storia della sua vita, soffermandosi in particolare sulla ferocia del
primo abuso sessuale subito e sulle drammatiche conseguenze psicologiche, sociali e
relazionali che la violenza porta con sè.
Lo stupro, destinato a ripetersi altre volte (una dopo un mese, l’altra quando la ragazza
ha sedici anni), lascia nell’anima di Samira una ferita che diventerà sempre più profonda a
causa di giudizi e pregiudizi di tutte quelle persone che giustificano i carnefici e
colpevolizzano le vittime. Si tratta di una ferita che si rimarginerà con fatica e solo a distanza
di molti anni.
Il dramma della ragazza non riguarda quindi solo l’atto dello stupro, ma, come emerge
dalla storia, si estende ad un intero periodo di vita, che va dalla prima adolescenza all’età
adulta.
3.2. Personaggi

K.: è lo stupratore, il boss di quartiere che “fa la festa” alle ragazze come
Samira. Nel romanzo viene descritto quasi come un mostro: è il più grosso di
tutti, tira pugni micidiali che lo mettono in una posizione di comando. Se anche
l’autrice avesse esagerato, volutamente o meno, alcuni suoi tratti, di certo è
riuscita a rendere chiaramente l’idea della totale mancanza di empatia di cui
sono affetti i ragazzi dei sobborghi e che li rende incapaci di comprendere il
dolore che infliggono alle loro vittime.

Matthiew: compagno di classe di Samira al liceo; è a conoscenza del fatto che la
ragazza è stata violentata, ma a differenza della maggior parte delle persone in
un primo momento non la colpevolizza. Da un giorno all’altro, a seguito
dell’intervento del padre, il ragazzo cambia completamente atteggiamento nei
confronti dell’autrice.
103

Yanes: ha diciotto anni quando incontra Samira, che è di qualche anno più
grande di lui e già fidanzata con Liam. Grazie a questo ragazzo, con il quale ha
una breve storia, l’autrice riesce a riscoprire l’importanza di sentirsi amati e di
amare.

Fanny: descritta come un’ancora di salvezza, è la psicologa che aiuterà Samira.

La mamma di Samira: interessante è il modo in cui la ragazza rappresenta la
madre. Dalla storia appare come una donna debole e sottomessa al marito,
incapace di esprimere il suo amore per le figlie, anche a causa dell’educazione
ricevuta. Questo contrasta con le parole dell’autrice, che la descrive come una
persona dal cuore grande, buona, amorevole e generosa.
4. Analisi
4.1. Il contesto familiare
Samira non vive in un bel ambiente familiare: il padre poco dopo l’arrivo in Francia viene
incarcerato e la madre, ritenendo di non avere le capacità e i mezzi per occuparsi da sola della
piccola Samira, decide di darla in affido.
La ragazza viene mandata in Belgio, dove rimane per ben cinque anni. Durante il
periodo trascorso nella famiglia di affidamento, Samira ha modo di conoscere l’amore e
l’affetto dei genitori adottivi e si abitua ai loro modi affabili, per questo, quando torna a vivere
in Francia con i suoi genitori biologici e subisce l’oppressione della mentalità ristretta della
madre e del padre, nonché i maltrattamenti fisici di quest’ultimo, vivrà l’esperienza del
ritorno in modo decisamente traumatico.
«La mia famiglia adottiva», racconta la ragazza, «era fatta di genitori attenti, affettuosi e
pieni d’amore. Papà Jean […] Era calmo e riflessivo, mai un urlo mai un gesto di nervosismo.
Se facevo qualche sciocchezza mi aiutava a capire dove avevo sbagliato, incoraggiava la mia
intelligenza e ascoltava con interesse ciò che avevo da dire. […] Mamma Josette era una vera
madre […] sapeva consolarmi quando ero triste, mi dedicava tutto il tempo di cui avevo
bisogno»416. Quindi, si tratta di un mondo molto di verso da quello fatto di «calci in faccia che
ho ricevuto in seguito»417. L’unico modo che la ragazza ha per difendersi dalle violenze del
padre, ma non da quelle dello zio, è stare con la sorella minore «perché, per quanto possa
416
417
BELLIL S., op. cit., p. 44
Ibidem
104
sembrare strano, quando la mia sorellina più piccola è vicino a me, mio padre non osa
toccarmi. L’ha fatto una sola volta ma lei ha avuto una crisi nervosa e da allora non si è più
azzardato» 418.
Questa diversità di modi, Samira la interpreta come una diversità culturale e come un
residuo del contesto familiare in cui entrambi i suoi genitori biologici sono nati e cresciuti, un
ambiente fatto di violenza continua:
I miei genitori sono degli immigrati ma, anche se ampiamente occidentalizzati, hanno conservato
tracce della loro educazione. Si sono comportati proprio come è stato fatto con loro: bisognava far
capire a furia di schiaffi , pugni e calci nel sedere perché le cose entrassero bene in testa! 419
Questo però, è un discorso che riguarda in particolare il padre, perché la madre, ricorda
la ragazza, anche se è «cresciuta nella violenza, senza una briciola d’amore […] ha un cuore
caldo come il sole». Purtroppo, però, rimane per molto tempo incapace di opporsi al marito e
al fratello, impedendo loro di maltrattare la figlia. Solo molti anni più tardi, questa donna
alzerà la testa e agirà in modo tale da tutelare le altre due sorelle, cacciando il marito di casa:
Mia madre ha deciso di cambiare vita. Dopo quarant’anni di vita di merda, stanca delle sofferenze
e delle frustrazioni personali, sfinata dalla tirannia di mio padre e dai lavori insulsi, si è finalmente
risvegliata420.
La madre di Samira, alla fine riesce anche ad ottenere il divorzio dal marito. La ragazza
commenta così: «l’atmosfera a casa non è più la stessa. Quell’aria pesante, soffocante, che vi
regnava ha lasciato posto al sole che mia madre nascondeva nel cuore. Il mio problema è
diventato così un problema familiare e ne parliamo apertamente»421. Non solo: infatti, alcuni
anni dopo la violenza, quando Samira sarà perseguitata da una ragazza che si trovava in
comunità con lei, la madre prenderà le sue difese:
Sono sconvolta. Non l’ho mai sentita parlare di me in quel modo, usare le parole “stupro”,
“sofferenza”. È la prima volta che mi difende. Sono talmente sbigottita di sentire quello che pensa
di me, e talmente colpita per quello che sta facendo, che ho voglia di piangere. Tutt’a un tratto
non ho neanche più voglia di picchiare quelle stronze. «Sono più di due mesi che Monique
418
Ivi, p. 32
Ivi, p. 43
420
Ivi, p. 168
421
Ivi, p. 191
419
105
telefona a casa nostra per dire a Sam che il suo aggressore è uscito di prigione, che bisogna che
faccia attenzione. E vi risparmio il resto… Gioca con i suoi nervi e con la sua sofferenza!
Francamente non auguro a vostra figlia ciò che è successo alla mia!». Cazzo, mi ha fregato, mia
madre! Sono completamente sconvolta!422
Tornando al contesto familiare in cui la ragazza è cresciuta, va detto che ella, per
fuggire da quel clima di indifferenza e soprusi, inizia molto giovane a trascorrere lunghi
periodi fuori di casa, per la strada e a nulla valgono le proibizioni e le punizioni (anche
corporali) impostale dai genitori. Né servirà farle frequentare una rigida scuola cattolica, dalla
quale, per altro, la ragazza viene presto espulsa a causa del suo continuo contravvenire alle
regole.
In realtà Samira scappa di casa e trascorre molto tempo a per la strada anche perché
vuole essere libera, come lei stessa afferma, ma questo contrasta con la mentalità dei genitori
e, in generale, del suo ambiente culturale:
Mi sentivo dilaniata tra gli obblighi arbitrari del mio ambiente e i miei sogni di libertà. Volevo
essere libera, non volevo vivere sottomessa, né rinchiusa in casa, come quelle che vedevo intorno
a me. Volevo la stessa libertà di un maschio: respirare, gustare la vita, cosa c’è di più naturale?423
È proprio a causa dell’opprimente ambiente familiare in cui si trova a vivere, violento e
privo di manifestazioni d’affetto, che Samira si rifugerà nell’illusione dell’amore di un
ragazzo, che sarà la sua rovina. È per cercare l’affetto che a casa non riceve che, come lei
stessa afferma, si rifugia tra le braccia per Jaïd e scambia il suo vizio per amore424, ma per
Jaïd Samira è poco più che un oggetto di divertimento e non esiterà a lasciarla ai suoi amici,
appena si sarà stancato di lei.
4.2. Le violenze sessuali
A proposito di violenza sessuale e di stupri si è già detto quanto basta nel primo capitolo di
questo lavoro, a cui si rimanda per eventuali approfondimenti. Tuttavia, è necessario, ai fini
del discorso e dell’analisi del romanzo che seguirà, ripetere brevemente la casistica dello
422
Ivi, pp. 144-145
Ivi, p. 20
424
Ivi, p. 19, scrive: «Ai miei occhi contava solo Jaid. Cercavo disperatamente tra le sue braccia l’amore che non
avevo a casa mia»
423
106
stupro. Si è detto in precedenza, infatti, che sono individuabili tre diverse categorie di stupro:
quello commesso da un singolo individuo, quello commesso da un gruppo di individui, e
quello definito “di massa”, commesso, cioè, da un gruppo di individui con finalità strategiche
e militari.
Il romanzo di Samira si occupa principalmente della realtà degli stupri di gruppo.
Nella già citata intervista al Corriere della Sera, Samira spiega che tournantes è il
termine francese per indicare «gli stupri di gruppo, la violenza collettiva dove vengono anche
usati animali»425. Essi «sono parte integrante della brutale ritualità giovanile, sui quali il
silenzio è d’obbligo, pena l’ostracismo della comunità o ritorsioni crudeli»426.
L’espressione tournantes si riferisce in modo particolare alle violenze sessuali effettuate
da ragazzi, a volte minorenni, residenti nei quartieri periferici delle città francesi, a danno di
ragazze appena adolescenti o loro coetanee. Si pensi che solo nel 1998, come si legge nella
prefazione del libro di Samira, «la polizia ha arrestato 994 minori accusati di stupro di ragazze
minorenni. […] Non si conoscono le statistiche […] ma si sa che pochissime osano sporgere
denuncia»427, perché la vergogna e la paura di ripercussioni agiscono quasi sempre da
deterrente. Saranno proprio la vergogna e la paura di ritorsioni che impediranno a Samira di
denunciare K. e i suoi amici.
Si noti che la ragazza non vive in una delle citè, ma in una piccola casa a schiera in una
zona tranquilla, e frequenta un istituto privato prestigioso (anche se poi viene espulsa). Non
appartenere a quel particolare ambiente, tuttavia, non serve a salvarla dall’inferno delle
periferie, dove si reca spesso con le amiche.
Come si è detto in precedenza, Samira trascorre molto tempo fuori di casa per evitare i
maltrattamenti del padre, per questo motivo finisce per incontrare Jaïd (il primo ragazzo di cui
si innamora) e la sua banda.
Quando il ragazzo inizia a corteggiarla davanti a tutti i suoi amici nonostante sia
fidanzato, a lei sembra di ricevere affetto sincero e confonde attenzioni prettamente sessuali
con l’amore, cadendo così nella trappola tesale dai ragazzi:
Sono caduta in pieno […] nella tela che aveva tessuto intorno a me. Mi sono lasciata incantare
dalle sue parole e dalla sua bella faccia. A tredici anni, si crede al colpo di fulmine, si crede
425
http://archiviostorico.corriere.it/2004/marzo/10/Fuori_dalla_violenza_delle_citta_co_10_040310039.shtml
cit.
426
Ibidem
427
BELLIL S., op. cit., p. 8
107
all’amore. […] Ai miei occhi contava solo Jaïd. Cercavo disperatamente tra le sue braccia l’amore
che non avevo a casa mia428.
La mancanza di tenerezza non la insospettisce, forse anche a causa della giovane età e
della necessità di ricevere l’affetto che i genitori non le danno. Scrive: «Ah, non sono certo
esigente! Nessun gesto affettuoso, nessuna tenerezza! [Jaïd] mi trattava come un cane e io mi
sentivo al colmo della felicità. […] Mi rattrista, oggi, il pensiero di aver avuto così poca
lucidità. […] Che squallore, che schifo. E io, povera idiota, che mi credevo amata»429.
Seguendo quella che è una pratica comune all’interno di quel particolare contesto
sociale, Jaïd, appena si stanca della compagnia di Samira, la “presta” ai suoi amici, affinché
possano “divertirsi” con lei, che, avendo già avuto rapporti sessuali, è considerabile una
ragazza facile, una poco di buono.
Così, un giorno, dopo essere andata a mostrare le scarpe nuove al “suo fidanzato” e ai
membri della banda, e dopo essersi ritirata con Jaïd in uno scantinato, quando esce gli amici
del ragazzo sembrano altre persone: il loro atteggiamento cambia radicalmente e iniziano a
picchiarla selvaggiamente:
Mi prendo una sberla senza capire perché. […] un calcio nella schiena mi ha scaraventato per
terra. Non capisco niente di quello mi sta succedendo. Dieci minuti fa stavamo scherzando
insieme, ora mi ritrovo di fronte a delle belve430.
L’attacco dei ragazzi, viene quasi subito sventato dall’intervento di K., che a Samira
sembra provvidenziale: non capisce che il suo incubo è solo agli inizi. Alle urla di K., infatti,
i membri del gruppo smettono subito di picchiarla, ma quando lei, piena di gratitudine, si alza
per ringraziare il giovane, questo le «dà un pugno violentissimo. Mi solleva per i capelli, mi
trascina, poi mi fa capire di smetterla di gridare e di seguirlo. […] Più grido, più mi picchia.
[…] lo supplico di lasciarmi stare»431. Samira tenta di fuggire, ma K. glielo impedisce e per
punirla la picchia «con tutte le sue forze», facendole arrivare «dei pugni in faccia che mi
massacrano letteralmente»432, tanto sono potenti.
Si noti che l’uso della violenza fisica, delle botte, per indurre la paura nella donna e
convincerla ad ubbidire senza opporre troppa resistenza (a prescindere dallo scopo
428
Ivi, p. 19
Ivi, p. 22
430
Ivi, pp. 22-23
431
Ivi, p. 23
432
Ivi, p. 24
429
108
dell’uomo) è un metodo che, stando a quanto emerge dalle autobiografie, è molto frequente.
Infatti, anche la seconda volta che abuserà di lei, K. prima la picchierà, mollandole due
ceffoni che la fanno cadere a terra433 (non avrà bisogno di usare molta violenza solo perché la
ragazza, memore della precedente esperienza, ha già sufficiente paura di lui). Questo
comportamento non riguarda solo K., infatti anche i due uomini che abusano di Samira
quando si trova in vacanza in Algeria le riservano la stessa violenza:
mi tempestano di colpi, colpi di una violenza inaudita […] Urlo, grido aiuto, cerco di fuggire.
Corro, cado nella sabbia […] per farmi smettere di gridare, mi buttano in bocca della sabbia […]
A quel punto uno tira un coltello dalla giacca: mi mostra una grande lama affilata. [...] Allora
ricomincia l’orrore, per la terza volta in vita mia, divento l’oggetto della loro crudeltà sessuale, lo
strumento del loro sadismo, della loro vigliaccheria, della violenza più abbietta. Mentre si sfogano
su dime, parlo a Dio […] lo supplico di farmi rimanere viva434.
È per questa ragione che in tutti e tre i casi Samira fa tutto quello che i suoi aguzzini le
«dicono di fare, come un automa. […] come una schiava, una merda, un niente nelle loro
mani»435.
Nella stessa situazione si sono trovate anche due delle donne protagoniste di Questo
non è amore: Antonella (pseudonimo), il cui marito diventava violento solo quando lei
rifiutava di ubbidirgli sessualmente e di soddisfare le sue voglie erotiche436, e Elena
(pseudonimo), che scrive:
Sono passati dieci anni da quando il mio ex marito è entrato in carcere. Ma è come se fosse ieri. È
ancora lì che mi guarda dalla sua cella e sghignazza. «Sei solo una vecchia frigida.» Mi ha
picchiata, schiavizzata, violentata, umiliata, annientata437.
Nel caso di Samira le botte hanno l’effetto sperato e la ragazza, terrorizzata a morte,
decide allora di obbedire al suo aggressore senza opporre altra resistenza. La paura ha un
effetto paralizzante per il corpo e per la mente della giovane:
433
Ivi,., p. 37, scrive: «Mi ricordo la forza dei suoi colpi, delle sberle che è capace di mollare. Mi dà due schiaffi
che mi scaraventano giù a terra».
434
Ivi, p. 91
435
Ivi, p. 26
436
AA.VV., Questo non è amore…. cit., pp. 31-32
437
Ibidem
109
È terribile, la paura. Ti fa perdere ogni capacità, ti spezza le gambe e il respiro. È come una
paralisi di tutto il tuo essere: il corpo e la mente sono annichiliti438.
K. conduce con la forza la ragazza a casa sua. Qui, prima la obbliga a guardare un film
porno e ad imitare tutto ciò che vede fare dall’attrice439, e dopo, anche se la ragazza spera di
essere finalmente libera di andare via, la conduce in un’altra stanza per permettere anche ai
suoi amici di abusare di lei440:
Sto crepando di paura, penso che mi ucciderà. Sento dei rumori. […] un ragazzo entra con K. […]
Solo K. parla. «Devi fare come ti diciamo! Non fare la stronza, capito? Devi solo essere gentile!».
Così si ricomincia. K. mi costringe a fare delle cose al suo amico. Non ne posso più di tutte quelle
schifezze. Mi sconvolgono, mi rivoltano lo stomaco e il cuore. […] Hanno approfittato di me tutta
la notte, abbandonandosi agli istinti più bassi. Ho persino subito, da parte di K., delle torture
fisiche di cui non parlerò, l’umiliazione ha dei limiti441.
Già durante il primo stupro da parte di K., Samira decide che l’unico modo che ha per
soffrire meno, mentre esegue senza fiatare gli ordini del suo aguzzino, è estraniarsi dalla
realtà e rifugiarsi nel profondo della propria mente, perché quello le sembra l’unico luogo
sicuro e inaccessibile:
Mentre eseguo i suoi ordini come un automa, mi rifugio con tutte le mie forze nella testa. […]
Capisco subito che è l’unico posto che mi resta. Il solo dove posso salvarmi. Se lui ha il mio corpo
non avrà però la mia testa. La mia testa è solo mia442.
E ancora:
A poco a poco, mi chiudo in un buco nero, un enorme vuoto. Più niente mi riguarda. È come se la
mia mente si staccasse dal corpo443.
438
BELLIL S., op. cit., p. 24
Ivi, p. 25 scrive: «Mi dice di avvicinarmi. Va verso il videoregistratore, inserisce una cassetta. È un film
porno. «Adesso guardi e poi fai le stesse cose!». Eseguo tutto ciò che mi dice di fare. Ho voglia di vomitare, ma
mi trattengo. Ho paura di prendere altre botte. Sono “gentile” per fare il più in fretta possibile e andarmene via».
440
Ivi, p. 26, scrive: «Finalmente la smette. Non saprei dire quanto tempo è durato. Spero di potermene andare,
invece lui mi porta in una stanza in fondo al corridoio. […] e mi chiude dentro».
441
Ivi, pp. 26-27
442
Ivi, p. 25
443
Ivi, p. 27
439
110
Questo meccanismo di difesa non viene adottato solo da Samira ma anche da altre
donne stuprate. È il caso ad esempio di Elena (Questo non è amore), ripetutamente violentata
dal marito, che afferma: «Mi ha stuprata così tante volte che non riesco a ricordarmi quando è
iniziato. Tutto si confonde. C’erano momenti in cui chiudevo gli occhi, per non sentire troppo
dolore mi sforzavo di immaginare di essere altrove aspettando che lui finesse»444.
Si noti, comunque, che nonostante le aspettative che queste donne possono aver avuto,
l’estraniarsi dalla realtà non le ha aiutate ad affrontare e ad evitare tutti i problemi e le
complicazioni psicologiche successive. Infatti, non ha impedito a Samira di crogiolarsi nel
dolore e nella vergona, iniziando un meccanismo autodistruttivo, così come non ha permesso
ad Elena di andare veramente avanti e di imparare ad amare ed amarsi. Anche se hanno
voluto credere che la loro mente fosse una roccaforte inespugnabile, gli sviluppi successivi
dimostrano che i loro stupratori sono riusciti a “invadere” anche quella.
Dopo la violenza Samira torna a casa, piena di lividi e ferite (fisiche, sì, ma anche, e
soprattutto, psicologiche). La prima cosa che decide di fare è lavarsi per eliminare dal suo
corpo la “presenza” dei suoi stupratori; trascorre più di un’ora in bagno, sotto la doccia, dove
si insapona «tre volte, dieci volte, soprattutto in basso, là dove mi sembra che l’odore
rimanga»445.
Il pulire con tanta dovizia e così a lungo un corpo che ella sente sporco e contaminato,
sembra quasi un atto di purificazione446 con cui esorcizzare i ricordi negativi legati alla
violenza ed eliminare il “marchio” che i suoi abusanti hanno lasciato su di lei.
Questa idea trova in parte conferma nelle parole di Elena:
Ci sono cicatrici che mi hanno marchiata a fuoco come una bestia. […] Ho provato anche a fare
una seduta [dalla psicologa]. Arrivata a casa sono dovuta stare sotto la doccia per un’ora. Mi
sentivo di nuovo sporca. […] A volte mi metto nuda davanti allo specchio. Quel corpo è marcio,
contaminato447. Come si può trovarlo bello?448
Elena, a distanza di dieci anni dalla fine del suo incubo, non riesce ancora ad amarsi e a
stare bene con sé stessa, e a nulla valgono le parole e i gesti dei figli che la portano dal
444
AA.VV., Questo non è amore…. cit., pp. 31-32
BELLIL S., op. cit., p. 31
446
L’acqua, di fatto, è considerata un elemento purificatore in molte culture e tradizioni, più o meno esoteriche.
447
Anche Samira ritiene di essere stata contaminata: «Mi sento sporca. Mi sento contaminata» ,BELLIL S., op.
cit., p. 37
448
AA.VV., Questo non è amore…. cit., p. 35
445
111
parrucchiere e le comprano abiti nuovi. Lei si sente «bene per un breve attimo»449, poi toglie
tutto, trucco e abiti, perché il suo unico desiderio è quello di scomparire nel nulla.
Può essere interessante, a questo punto, porre in evidenza anche il comportamento degli
stupratori, in particolare dei ragazzi delle citès, così come descritto dalle autobiografia di
Bellil. K., la mattina dopo lo stupro di gruppo, infatti, tratta Samira come se nulla fosse
accaduto: le lucida le scarpe e le offre anche la colazione. Prima di lasciarla andare, però, le
intima di non sporgere denuncia, pena la morte.
Per concludere, si può osservare che questi soggetti sono incapaci di comprendere il
danno, in particolare psicologico, che provocano nelle loro vittime. Essi credono di avere il
diritto di fare ciò che fanno e sembrano anche essere convinti che, in fondo, alla donna non
dispiaccia essere violentata ripetutamente450. Ovviamente, le cose sono ben diverse, come
dimostra il fatto che, quando dopo il secondo stupro K. chiede a Samira se le è piaciuto, lei
pensa:
Bastardo, mi chiedi se mi è piaciuto! Mi fai venire voglia di vomitare! Vorrei sputarti in faccia e
cavarti gli occhi! Ecco come vorrei risponderti, figlio di puttana!451.
Utile, per capire cosa possa provare una donna durante lo stupro (oltre a paura,
umiliazione, vergogna, rabbia), può essere anche la testimonianza di Giovanna (Questo non è
amore), violentata per anni dal marito, che, evidentemente, riteneva il sesso un dovere
coniugale della moglie:
Ogni volta che mi ha penetrato e io non volevo è stato come migliaia di spilli dentro la pelle.
Migliaia di bastoni che mi laceravano la vagina. E quella volta che mi ha girato e si preso quel
rapporto anale che gli avevo negato per anni… L’ho detto anche al poliziotto […] e il poliziotto
mi ascoltava in silenzio guardando per terra452
449
Ivi, p. 36
Ricordiamo che questo è uno dei tanti luoghi comuni sullo stupro.
451
BELLIL S., op. cit., p. 37
452
AA.VV., Questo non è amore…. cit., pp. 95-96
450
112
4.3. Le conseguenze psicologiche dello stupro
Nel paragrafo 2.3.1. del primo capitolo di questo lavoro, sono state trattate brevemente le
conseguenze fisiche e psicologiche della violenza sessuale. Confrontando quanto rilevato in
quel paragrafo con quanto narrato nel romanzo di Bellil, si può notare che Samira presenta
molti dei disturbi psicologici descritti, e anche qualcosa in più.
È importante, qui, ricordare nuovamente che i romanzi di invenzione dedicati allo
stupro, o in cui uno stupro è presente anche se non in quanto elemento centrale, non riescono
a rendere con sufficiente realismo il problema delle conseguenze psicologiche, che a volte
viene completamente ignorato453.
Nel primo capitolo si è detto che la violenza sessuale ha spesso conseguenze sulla
sessualità della donna, causandole anorgasmia, assenza di desiderio, omosessualità di ripiego,
ma anche promiscuità sessuale, e altri disturbi simili.
Nel caso di Samira, la violenza subita genera un comportamento tendenzialmente
lascivo. Ella ritiene di aver iniziato la sua vita sessuale «nella vergogna, nel non detto e nella
degradazione […imparando] a fare l’amore nella sporcizia, nella merda e nella violenza»454,
per questo motivo, inizia presto ad uscire con molti ragazzi, che sono solo avventure di una
notte, e non si preoccupa del suo comportamento. Ritiene che il suo corpo sia già stato
“contaminato” e non le interessa di “sporcarlo” ancora di più. Inoltre, il fatto di essere lei ad
adescare e a sedurre questi ragazzi, sembra quasi rappresentare un modo per aiutare sé stessa
a sentirsi meno “vittima”. Il comportamento di Samira, in questo caso, è uno dei meno diffusi.
In genere, infatti, le conseguenze sulla sfera sessuale delle donne violentate sono più
frequentemente di natura opposta, provocando una sorta di rifiuto nei confronti del sesso455.
Altra conseguenza psicologica ben espressa nel romanzo è la distruzione della stima di
sé stesse. Samira, infatti, anche a causa del fatto che le persone che la circondano la incolpano
per quello che le accaduto, smette di amarsi, proprio come Elena456 (Questo non è amore). Si
sente sporca e colpevole457.
453
Un esempio può essere il romanzo 1Q84 di Haruki Murakami, in cui la ragazza violentata decide di “lasciar
correre” perché non ci si può fare niente, o il romanzo Amal, in cui la protagonista sembra non risentire a livello
psicologico dello stupro. O, ancora, uno dei racconti di Dacia Maraini, contenuti in L’amore rubato.
454
BELLIL S., op. cit., p. 86
455
Come nel caso di Elena (Questo non è amore), che non riesce a vivere serenamente l’intimità con il nuovo
compagno a causa dei ricordi traumatici.
456
AA.VV., Questo non è amore…. cit., p. 35, scrive: «Non sono riuscita ad amare me stessa per anni».
457
BELLIL S., op. cit., p. 51, scrive: «Me la sono cercata. Sicuramente è ciò che si dice di me in giro, ma è anche
quello che penso io».
113
Il senso di colpa e di inadeguatezza, per quanto illogico sia, ha il drammatico effetto di
condurre Samira in un circolo vizioso di auto-distruzione, di abuso di alcool e di droga
leggera per anestetizzare la propria mente dal dolore. La ragazza sente disperatamente il
bisogno di ritrovare l’integrità e la dignità che le sono state sottratte, ma da sola non ci riesce:
Sono accecata dal bisogno di ritrovare la mia dignità. […] Ho bisogno di dire che la vittima sono
io e non i miei aggressori458.
Giustizia deve essere fatta. K. e i suoi amici devono essere puniti. Vorrei che mi venisse resa la
mia dignità perduta459.
Oltre alla perdita di amore per sé stessa, Samira ha perso anche la fiducia negli altri e
manifesta disturbi di tipo interpersonale: ha, infatti, sempre più difficoltà nella gestione della
rabbia, con conseguente uso di violenza gratuita verso ragazzi e ragazze. I motivi che la
spingono ad essere violenta sono il dolore che prova e l’incapacità di esternare i suoi
sentimenti. «Picchio perché non ho le parole. La sofferenza me le soffoca in gola», scrive,
«picchio perché non ci vedo più. La sofferenza mi acceca»460.
La violenza non è però l’unico modo che Samira usa per sfogare la rabbia e il dolore:
molto presto, infatti, inizia a soffrire di crisi epilettiche, dovute alla sua situazione psicologica
disastrosa; nessuno però sembra intuire che la malattia (e anche il comportamento violento e
antisociale) della ragazza ha un’origine psicosomatica:
Non c’è più niente di umano in me, né risate, né lacrime, né dolcezza, e loro non se ne accorgono.
Si fermano a quello che vedono: una bestia selvaggia che urla […] insulta e sbraita, che si
contorce dal dolore in crisi epilettiche micidiali461.
Solo dopo diversi anni, quando incontrerà Fanny, la donna che diventerà la sua
psicologa e la sua salvezza, Samira si sentirà veramente compresa e, a poco a poco, le crisi
epilettiche, i comportamenti violenti e i vizi autodistruttivi cesseranno462:
458
Ivi, p. 118
Ivi, p. 110
460
Ibidem
461
Ivi, p. 114
462
Va tenuto presente che, purtroppo, l’aiuto di uno psicologo non sempre è di aiuto a queste donne, o che esse,
magari, quando si trovano a rivivere sensazioni di impotenza e terrore, si scoraggiano e preferiscono non tornare
più, non farsi aiutare. È ad esempio il caso di Elena che in AA.VV., Questo non è amore…. cit., p. 35, spiega:
«devo andare dalla psicologa. Io però non voglio rivivere tutto da capo, non ce la faccio a riaprire le ferite. Ho
459
114
Sento che la psicologa mi ascolta veramente e nei suoi grandi occhi verdi leggo una neutralità che
mi incoraggia a liberarmi. Poi, mi piazza davanti a una parete bianca della stanza. Questo muro,
mi dice, rappresenta la vita che ho difronte. […] Fanny ha subito capito che il mio corpo aveva
bisogno di parlare per primo. […] Questo corpo sconquassato, scoppiato, a cui era urgente dare
sollievo. Fin dalle prime sedute il mio corpo ha risposto. Dapprima si è svuotato completamente
con vomiti e coliche intense. In seguito, ha cominciato ha risvegliarsi la parte bassa della schiena,
attraverso crampi che partivano dalla colonna vertebrale. Fanny mi ha spiegato che ogni parte
della schiena rappresenta una parte della vita. La parte bassa è l’infanzia, il centro l’adolescenza e
la parte alta la vita di tutti i giorni.
4.4. Una mentalità che condanna la donna
Un altro punto che l’autrice pone in evidenza all’interno del romanzo è la mentalità delle
persone che la circondano, mentalità che rende la donna colpevole delle violenze subite.
Quando si reca al commissariato per denunciare K. e i suoi amici, infatti, Samira si
trova di fronte ad un muro: tutti quelli con cui parla la guardano con condiscendenza e la
incolpano, più o meno velatamente, per quanto le è accaduto463. Gli agenti di polizia le fanno
capire che secondo loro “se l’è cercata” perché trascorreva molto tempo in giro per la strada,
invece di rimanere chiusa in casa, ed insinuano che se non è riuscita a scappare e non ha
sporto subito denuncia, è perché era quasi certamente consenziente464. Le frasi con cui
commentano la sua situazione («Loro sono riuscite a scappare e tu no! […] Come mai non ti
sei difesa abbastanza? Te la sei voluta, no?»465) lasciano l’amaro nella bocca del lettore che
subito si rende conto di quanto sarà difficile per la ragazza ricevere giustizia.
Anche l’avvocato che le è stato assegnato d’ufficio, pur essendo una donna, giudica e
colpevolizza la ragazza, senza prima ascoltarla. Può sembrare strano che una donna
attribuisca la responsabilità del crimine alla vittima, ma forse, se si pensa al particolare
contesto delle citès, in cui «nessuno si meraviglia più di niente»466 perché la violenza è
provato anche a fare una seduta. Arrivata a casa […] Mi sentivo di nuovo sporca. Impotente. Non voglio che i
miei figli mi vedano ancora una volta in pezzi».
463
BELLIL S., op. cit., p. 56, commenta: «Psicologi, gli sbirri! Sono colpevole di essere scappata di casa.
Colpevole di essere stata violentata, e per concludere, colpevole di non averlo detto».
464
Ivi, p. 33, scrive: «Per tutti sono una ragazza facile. Se non ho detto niente è perché ero consenziente. […]
Una ragazza che va in giro tutto il giorno è una puttana, dunque non si lamenti se le capitano dei guai».
465
Ivi, p. 57
466
Ivi, p. 41
115
«ormai costume consolidato»467, la cosa non sorprende più così tanto468. E, forse, è sempre
per questo stesso motivo che quando la ragazza viene aggredita da K. in treno, nessuno la
aiuta: «anche le ragazze, che sono il bersaglio per eccellenza, non reagiscono più alle
violenze, comprese quelle verbali, di cui sono oggetto»469.
La stessa mentalità che incolpa la donna delle violenze subite, Samira la ritrova anche
in Algeria. Infatti, dopo essere stata minacciata di morte e violentata da alcuni estranei per
una notte intera, quando si reca alla polizia per sporgere denuncia l’agente le chiede era
vergine prima dello stupro. Quando lei risponde che non lo era, il poliziotto la «guarda con
aria lurida e morbosa. “Ah, perché non l’hai detto?”, mi risponde. In quel preciso istante,
capisco che non alzerà un dito»470. Quasi che il fatto di non essere vergini autorizzi l’abuso o
riduca in qualche modo la gravità della violenza sessuale.
Come si è detto nel primo capitolo di questo lavoro, sullo stupro sono presenti molti
luoghi comuni, dei quali alcune persone non sono ancora riuscite a liberarsi: ritenere che lo
l’abuso di una donna non vergine sia meno grave è uno di questi.
Vale la pena, a questo punto, ricordare che questo tipo di mentalità non è comunque
diffuso solo in alcune zone della Francia o dell’Algeria: lo ritroviamo spesso anche in Italia.
Contro di esso inveisce Clementina Ianniello, in Questo non è amore, quando ricorda il
processo all’assassino di sua figlia, Veronica Abbate471:
Un bastardo ammazza la mia Veronica e io […] devo stare a guardare lo spettacolo ignobile di un
sistema tutto proteso a proteggerlo, a scontargli la pena, a chiedere perizie, controperizie, a
ricercare attenuanti per lui. […] Chiedo solo […] uno sforzo di immaginazione. Sei la madre di
una ragazza assassinata […] Senti la voce di un avvocato che chiede se Veronica portava le
minigonne. Minigonne, capito? E allora? E se anche fosse, che cosa si vuole insinuare? La solita
storia della provocazione, ovvio. Perché? Se sei bella e porti la minigonna magari è più
giustificato morire? Il teorema è sempre quello […] tu sei bella e porti la minigonna quindi un po’
te la sei cercata perché magari lui è stato indotto dalla minigonna a essere il bastardo che è
stato472.
467
Ivi, p. 40
Ibidem, scrive: «Le ragazze erano merce, e lo sono ancora. Tutto ciò non stupisce nessuno, è ormai costume
consolidato. La violenza di quanto succede nelle cantine e nei locali di pattumiere, o altrove, è aumentata ancora
rispetto ai miei tempi. Gli stupri di gruppo sono diventati azioni banali e gli aggressori sono sempre più
giovani».
469
Ivi, p. 41
470
Ivi, p. 93
471
Uccisa nel 2006 dall’ex-fidanzato, con un colpo di pistola alla nuca.
472
AA.VV., Questo non è amore…. cit., p. 69
468
116
Anche Giovanna (pseudonimo), nello stesso volume riporta testimonianza di questo
malfunzionamento della giustizia italiana:
Se in Gran Bretagna mi sentivo creduta, in Italia mi sentivo colpevole. I centri antiviolenza spesso
non funzionano. Dimostrare gli abusi è difficilissimo. I giudici sono quasi sempre orientati verso
la riconciliazione familiare. Nel mio caso esprimevano un giudizio morale più che applicare la
legge. Mi giudicavano una donna di sinistra, intellettuale e borghese, che aveva solo un po’ di
fisse473.
È anche a causa di questo tipo di pregiudizi e del malfunzionamento della giustizia e
degli organi preposti, che le donne vittime di maltrattamenti domestici o violenze sessuali
decidono, nella maggioranza dei casi, di non denunciare.
È quello che fa Samira, che si tiene tutto dentro, senza rivelare nulla, perché è
consapevole del fatto che nessuno avrebbe preso le sue difese (dai genitori e gli amici, alla
polizia e gli avvocati). Basti pensare al fatto che poco dopo aver saputo che la figlia era stata
violentata, invece di difenderla e aiutarla, il padre la tratta come una poco di buono e, alla
fine, le dice: «Prendi la tua roba e sparisci! Mi fai schifo, mi disgusti! Sparisci alla svelta e
non mettere mai più piede qui dentro!»474.
Samira lascia chiaramente intendere quanto siano difficili da affrontare da un punto di
vista psicologico questi giudizi sessisti, e quanti danni essi possano arrecare. Afferma:
Lascio che queste piccole frasi di merda si insinuino nella mia mente, che distruggano la poca
stima che ho di me e aumentino il senso di colpa che già mi porto dentro475.
E ancora:
Per me è stata una tortura psicologica essere trattata come meno di niente, come una puttana, uno
sputo, un’autentica merda476.
Oltre a causare una generale perdita di fiducia (in sé stesse, ma anche nelle autorità e, in
generale, nel proprio prossimo) e un forte senso di amarezza e di inadeguatezza, in genere
473
Ivi, p. 57
BELLIL S., op. cit., p. 71
475
Ivi, p. 57
476
Ivi, p. 41
474
117
questo tipo di pregiudizi condiziona in modo negativo l’immagine che queste donne hanno di
sé stesse e le porta a credere di essere veramente le responsabili della violenza che hanno
subito477.
Si noti che parallelo a questo processo di colpevolizzazione delle vittime si trova quello
volto a giustificare gli aggressori, al punto che, afferma l’autrice, «gli stupratori si
considerano delle vittime, loro sono i “martiri” da compatire, quelli che sono sotto chiave,
perché sono stati denunciati. Eppure, se gli chiedi cosa farebbero se qualcuno gli violentasse
la sorella, rispondono senza esitare: “Lo farei fuori!”. Ma non è mostruosa questa logica?»478.
Purtroppo, come dice Samira: «chi può lottare contro la loro mentalità? La mentalità è come
un vento nella testa, non puoi darle un pugno sul muso!»479.
Alla luce di tutto ciò, non deve sorprendere che Clementina Ianniello ritenga che questa
situazione sia mostruosa, che questa «umanità [è] misera»480, perché non si può comprendere,
né tantomeno accettare, come afferma anche Samira, che «agli stupratori e ai pedofili diano
meno anni che ai rapinatori di banca», quasi fosse «più grave assalire le banche che gli esseri
umani»481
477
Ivi, p. 51, scrive: «Sono andata a letto con Jaïd. E poi rubo e scappo di casa. Non ascolto né i miei genitori né
i professori… non devo lamentarmi allora se mi hanno violentato. Me la sono cercata. Sicuramente è ciò che si
dice di me in giro, ma è anche quello che penso io».
478
Ivi, p. 42
479
Ivi, p. 127
480
AA.VV., Questo non è amore…. cit., p. 69
481
BELLIL S., op. cit., p. 132
118
4. Donne che odiano gli uomini
È meglio immagazzinare la rabbia dentro di sé
e lasciarla crescere. Un giorno aprirà gli
argini e il fuoco si abbatterà sul mondo. Quel
giorno sarà spietata e inclemente482.
Dopo aver dedicato attenzione alle autobiografie, in questo capitolo si è deciso di lasciare
spazio ai romanzi di invenzione. È interessante, infatti, prendere in considerazione anche altri
filoni della letteratura contemporanea che pongono sotto i riflettori la questione di genere.
In questo capitolo, in particolare, si è deciso di analizzare alcuni romanzi che
propongono una figura femminile eccezionale, che difficilmente trova riscontro nella realtà: la
vendicatrice. Sono stati scelti i libri della trilogia Millenium di Stieg Larsson e la saga Le
vendicatrici di Massimo Carlotto e Marco Videtta, mentre si è deciso di escludere ma solo per
questioni di spazio, 1Q84483 di Haruki Murakami e la trilogia di Jerker Eriksson e Håkan
Axlander Sundquist484, dei quali si è comunque tenuto conto durante l’analisi.
Potrà essere interessante, prima di procedere, porre in evidenza due caratteristiche
accomunano le storie appartenenti a questa corrente.
Anzitutto va rilevato che gli autori dei romanzi citati, nei quali ci sono donne che
assumono il ruolo di vendicatrici, sono tutti uomini. Ovviamente, sorge spontaneo chiedersi il
motivo di ciò. Fermo restando che le motivazioni individuali che spingono il singolo scrittore
ad inserire nei suoi racconti personaggi di questo calibro variano sicuramente da uno all’altro,
si può comunque ipotizzare che, nel complesso, si tratti di un modo per esorcizzare il
fenomeno della violenza di genere e, forse, anche la paura che realmente un giorno le donne
decidano di ritorcere sugli uomini gli abusi subiti. Ma, come conferma lo stesso Carlotto in
un’intervista485, si tratta anche di una chiara presa di posizione: questi scrittori vogliono in
qualche modo dire alle donne di alzare la testa e reagire, di smettere di subire, così come
482
ERIKSSON J., SUNDQUIST H. A., Una donna non dimentica mai, Milano, Corbaccio, 2012, p. 69
MURAKAMI H., 1Q84 Libri 1 e 2. Aprile-settembre, Torino, Einaudi, 2011; 1Q84 Libro 3 Ottobre-dicembre,
Torino, Einaudi, 2013
484
ERIKSSON J., SUNDQUIST H. A., La stanza del male, Milano, Corbaccio, 2011; Una donna …, cit.; Le regole
del buio, Milano, Corbaccio, 2013. Si tenga presente che il primo di questi volumi tratta principalmente di
pedofilia e che Madaleine, la vendicatrice di questa saga, è proprio una donna che ha subito abusi durante
l’infanzia.
485
https://www.youtube.com/watch?v=lp0uiRdFw7k (ultimo controllo 25/02/2014)
483
119
vogliono rendere gli uomini più consapevoli della “situazione maschile” attuale e del fatto che
«oggi il fallimento di questo modello [patriarcale] è talmente evidente che sono saltati i
pilastri e i lacci che lo reggevano»486.
Inoltre, il fatto che questi autori siano uomini permette di avanzare l’ipotesi che le
reazioni violente che caratterizzano l’agire delle vendicatrici, facciano parte, in realtà, della
mentalità maschile, che ripaga in modo speculare al torto subito.
In secondo luogo, potrà essere interessante notare che alcuni di questi autori (anche se
non tutti) come Stieg Larsson e Massimo Carlotto hanno trascorsi particolari e si sono visti in
prima persona coinvolti in questioni di violenza di genere487.
Non si può escludere che questa violenza “al contrario” sia parte del successo di questi
romanzi. Infatti, anche se sarebbe giusto deplorare le azioni di queste donne (molte delle quali
commettono omicidi e torture), una parte del lettore finirà sempre con il parteggiare per loro,
a prescindere dai mezzi usati, perché anche queste donne sono vittime di una società
sbagliata, che pone la donna in una posizione di inferiorità e che troppo spesso giustifica i
farabutti. Queste donne, dopo aver a lungo subito ingiustizie senza che le istituzioni le
aiutassero, hanno deciso di farsi giustizia da sé.
Certo le storie di questi romanzi sono pura finzione, ma che accadrebbe se le donne
iniziassero realmente a vendicarsi? Forse, nelle intenzioni di questi autori c’è da una parte la
volontà di spingere i lettori a porsi questa domanda e a riflettere sulla risposta, dall’altra
quella di invitare le donne a reagire e gli uomini a considerare maggiormente il problema
della violenza di genere.
1. Donne che odiano gli uomini che odiano le donne
1.1. Biografia dell’autore
Stieg Larsson, scrittore e giornalista svedese, è conosciuto principalmente per i romanzi della
trilogia Millenium (pubblicati tutti dopo la sua morte) e per la sua lotta contro il razzismo e
contro le frange estremiste di destra.
Larsson nasce a Skellefteå il 15 agosto 1954. Già verso la fine degli anni settanta inizia
a lavorare come grafico e a collaborare con Scotland Yard su casi riguardanti gli estremisti.
Nel 1983 inizia a lavorare come grafico presso l’agenzia Tidningarnas Telegrambyrå e
486
http://www.glialtrionline.it/2013/06/18/massimo-carlotto-le-donne-devono-riaprire-il-conflitto
controllo 25/02/2014)
487
Si rimanda rispettivamente ai paragrafi 1.4.1. e 2.1.1 del presente capitolo
(ultimo
120
diventa attivista della Kommunistiska Arbetareförbundet (Lega Comunista dei Lavoratori),
che lascia qualche anno più tardi, nel 1987. Due anni più tardi, nel 1989, il giornalista sposa
l’architetto Eva Gabrielsson.
Nel 1995, a seguito dell’omicidio di alcune persone ad opera di un gruppo si estremisti
di destra, Larsson lascia la Tidningarnas Telegrambyrå e fonda la rivista Expo (rivista a uscite
trimestrali), nella quale segue una linea decisamente anti-razzista ed anti-fascista.
La campagna dello scrittore contro razzismo ed estremismi di destra non si ferma qui:
nel 1991, infatti, scrive con a Anna-Lena Lodenius il saggio Extremhögern; mentre, una
decina d’anni più tardi, scrive con Mikael Ekman il testo Sverigedemokraterna: den
nationella rörelsen.
Larsson svolge conferenze su questi temi in tutto il mondo e invitato da Scotland Yard,
con cui inizierà a collaborare consulente del Ministero della Giustizia svedese, inviato per
l’OSCE. In più occasioni riceve minacce di morte.
Muore nel novembre del 2004 a Stoccolma a causa di un attacco cardiaco provocato,
forse, dal suo poco salutare stile di vita. Il testamento redatto nel 1977, con cui egli disponeva
la sua eredità a favore della sede di Umeå della sezione svedese della IV internazionale, è
stato ritenuto non valido, per cui i suoi beni ed i proventi della vendita dei libri sono spettati al
fratello e al padre, mentre alla moglie non è stato riconosciuto alcun diritto di eredità.
1.2. Opere
Larsson è stato autore di diversi saggi riguardanti la democrazia svedese e i movimenti di
estrema destra, ma è famoso soprattutto per i romanzi della trilogia Millennium, pubblicati
tutti postumi:

Uomini che odiano le donne;

La ragazza che giocava con il fuoco;

La regina dei castelli di carta.
Uomini che odiano le donne e La regina dei castelli di carta, hanno vinto il premio
Glasnyckeln per i gialli scandinavi, rispettivamente nel 2006 e nel 2008. Nel 2009, invece,
Uomini che odiano le donne vince i premi Macavity e Barry.
In realtà, nel progetto originale di Larsson, la serie Millenium non era una trilogia:
doveva infatti comporsi ben dieci romanzi, ma prima della morte improvvisa il giornalista è
121
riuscito a concludere solo i tre che sono stati pubblicati, e a stilare le bozze del quarto e di
parte del quinto volume.
1.3. Millennium
La trilogia Millennium di Stieg Larsson narra di diversi di crimini che riguardano in larga
parte la violenza contro le donne, e l’abuso di potere da parte degli enti governativi.
Considerando anche l’impegno sul piano politico e su quello sociale dell’autore, i romanzi
appartenenti alla serie si configurano come una vera e propria denuncia, una spietata analisi di
una società degradata, corrotta e violenta.
La forza di questi romanzi, la cui lettura è spesso appesantita da informazioni ridondanti
e inutili ai fini della trama, risiede principalmente nelle figure femminili che Larsson ha
creato, quasi tutte forti e indipendenti, che rappresentano, inoltre, il nucleo principale della
trilogia: Lisbeth Salander, Miriam Wu, Erika Berger, Annika Giannini, Monica Figuerola,
Sonia Mödig, Susanne Linder, Harriet Vanger. Ognuna, a proprio modo, si impegna per far
trionfare la giustizia e a difendere le vittime innocenti di violenza efferata, nonostante le
istituzioni malfunzionanti e le leggi spesso non rispettate.
I romanzi di Larsson, per i temi affrontati, sono estremamente attuali e obbligano il
lettore a riflettere, spesso amaramente, sulla violenza di genere. Perché la violenza sulle
donne, come si è visto nel primo capitolo del presente lavoro, ha molte sfaccettature diverse e
non è limitata solo alla violenza fisica, sessuale o psicologica, ma si estende anche a quella
culturale, fino ad arrivare a vere e proprie forme di schiavitù. È quindi contro un modello
sociale che vede nella donna un essere di subordine, che Larsson, tramite Lisbeth Salander si
scaglia.
1.3.1. Personaggi principali della trilogia
I personaggi che intervengono nel corso dei tre romanzi sono molti, ricordiamo qui i
principali:

Lisbeth Salander: giovane haker che, nonostante sia stata dichiarata incapace dal
tribunale e affidata ad un tutore, lavora per l’agenzia investigativa privata Milton
Security, di Dragan Armanskij. Ha una sorella gemella, Camilla, la quale però non
compare nella serie. Lisbeth assume anche altre identità, tra cui Irene Nasher e Wasp.
122
Si presume possa essere affetta dalla sindrome di Aspergen che ha effetti simili
all’autismo.

Mikael Blomkvist: giornalista di quarantacinque anni, direttore della rivista
Millennium. Nelle sue inchieste Mikael denuncia la corruzione di grossi gruppi
economici, di politici, di imprenditori e di giornalisti compiacenti. Ha una relazione
con la collega Erika Berger.

Dragan Armanskij: è il proprietario della Milton Security, ha «cinquantasei anni ed era
nato in Croazia. […] Il suo aspetto ricordava vagamente lo stereotipo del piccolo boss
locale in qualche film gangster americano»488.

Holger Palmgren: primo tutore di Lisbeth. Dopo essere stato colpito da un ictus
rimarrà in coma per diversi mesi. Sebbene Lisbeth lo creda morto, egli si riprenderà e
riuscirà ad essere presente al processo della ragazza, accusata di omicidio plurimo.

Nils Bjurman: avvocato che assume il ruolo di tutore di Lisbeth dopo l’incidente di
Palmgren. Ha «cinquanta [anni] o poco più. Corporatura atletica; tennis ogni martedì e
venerdì. Biondo. Capelli radi. Fossetta al mento»489. Si tratta di un uomo sadico che,
attraverso l’abuso di potere e il ricatto, riuscirà a violentare la ragazza e a
sodomizzarla. Viene assassinato da Ronald Nierdmann.

Harriet e Martin Vanger: nipoti del vecchio magnante dell’industria svedese Henrik
Vanger. Harriet è scomparsa senza lasciare traccia, mentre Martin ha seguito le orme
del padre, diventando un omicida seriale di donne.

Alexander Zalachenko: padre di Lisbeth ed ex spia russa che ha ottenuto la protezione
di un ramo dei servizi segreti svedesi in cambio di informazioni.

Dag Svensson e Mia Bergman: giornalista free-lance e giovane laureanda in scienze
sociali, i quali, a causa della loro indagine sul traffico di prostitute dall’Est Europa,
saranno uccisi da Ronald Niedermann, su ordine di Zalachenko.

Peter Teleborian: medico psichiatra dalle perverse tendenze sessuali, che ha aiutato i
servizi segreti svedesi a far dichiarare inabile e mentalmente instabile Lisbeth,
rinchiudendola poi in manicomio.
488
489
LARSSON S., Uomini che odiano le donne, Venezia, Marsilio Editori, 2007, p. 43
Ivi, p. 201
123
1.3.2. Trama di Uomini che odiano le donne
Mikael Blomkvist, giornalista a capo della rivista Millenium, viene condannato a scontare una
pena detentiva di alcuni mesi dopo aver perso la causa per diffamazione a mezzo stampa a
danno del finanziere Hans-Erik Wennerström.
Nonostante la situazione, però, un vecchio magnate dell’industria svedese, Henrik
Vanger, gli propone di occuparsi della scomparsa della nipote Harriet, avvenuta quarant’anni
prima, nella speranza di trovare l’assassino. Il giornalista è convinto di non poter reperire
nessun’altra informazione utile, ma Henrik riesce a persuaderlo e a farlo trasferire ad
Hedestad.
Durante il suo soggiorno nella cittadina Mikael ha modo di conoscere alcuni dei membri
della famiglia Vanger e di fare inquietanti scoperte sul loro passato. Ha però bisogno
dell’aiuto di un collaboratore esperto per proseguire la sua indagine e scavare ancora più in
profondità. Henrik si rivolge allora a Dragan Armansky, direttore della Milton Security, e
ingaggia Lisbeth Salander, giovane ragazza posta sotto la vigilanza di un tutore dal tribunale
minorile e violentata brutalmente dall’avvocato Nils Bjurman (di, comunque, si è vendicata:
non è una donna che perdona).
Mikael e Lisbeth indagano insieme sulla scomparsa di Harriet e si accorgono che è in
qualche modo collegata ad una serie efferati omicidi di donne avvenuti in Svezia in quegli
anni, che sembrano non avere nulla a che fare l’uno con l’altro, ma che in realtà sono stati
eseguiti tutti dalla mano dello stesso uomo.
La realtà che emerge dalle loro ricerche è delle più inquietanti: gli assassini sono infatti
due, Gottfried Vanger, padre di Harriet, e Martin, fratello della ragazza. Scoprono che
Gottfried sodomizzava i figli e voleva che essi seguissero le sue orme. Mentre Harriet riuscì a
ribellarsi e a ucciderlo, il fratello gli subentrò nelle violenze sessuali commesse verso la
ragazza e negli omicidi. La madre, allora, che era a conoscenza della situazione, mandò
Martin a studiare a Uppsala e quando questi tornò Harriet fuggì in Australia con l’aiuto della
cugina.
124
1.3.3. Trama di La ragazza che giocava col fuoco
Dopo la chiusura “dell’affare Wennerström”, Mikael Blomkvist ha assunto nuovamente il
ruolo di direttore della rivista Millennium, ma non ha più nessun contatto con Lisbeth
Salander. La ragazza infatti si è dileguata senza lasciare traccia.
Estendendo l’ambito di ricerca di Millennium, Mikael accetta di ingaggiare il free lance
Dag Svennson e di dare alle stampe la sua scottante inchiesta sul trafficking di prostitute, che
il giornalista sta svolgendo in collaborazione con la sua compagna, Mia Bergman. Dag e Mia,
però, si sono spinti troppo oltre e vengono uccisi a sangue freddo. Anche l’avvocato Nils
Bjurman viene trovato morto nel suo appartamento. I due omicidi sembrano essere collegati
da un nome: Lisbeth Salander. Scatta così una ricerca su scala nazionale alla presunta
assassina, definita dai media come una psicopatica violenta.
Controllando di nascosto il computer di Mikael, Lisbeth scopre che Dag e Mia stavano
indagando su un certo Zala, così si mette in contatto con il giornalista per avvisarlo della
pericolosità dell’individuo e inizia la sua personale caccia all’uomo. Zalachenko è infatti il
padre di Lisbeth, colui che a suon di pugni ha quasi ucciso la moglie, rendendola inabile a
vita. Per questo la ragazza esige vendetta.
Lisbeth però non sa che il padre è ora assistito da Ronald Niedermann, autore del
triplice omicidio, energumeno insensibile al dolore che è riuscito a mettere k.o. anche il
famoso pugile Mario Roberto. Recandosi a casa di Zalachenko, quindi, rischia la morte: il
padre le spara tre colpi di pistola e Ronald la seppellisce, ma Lisbeth si rialza e pianta
un’accetta in testa a Zala.
1.3.4. Trama di La regina dei castelli di carta
Lisbeth Salander e Alexander Zalachenko sono sopravvissuti e sono stati ricoverati nello
stesso ospedale. Questo, però, preoccupa i protettori del padre della ragazza.
La polizia e i media, attraverso le indagini, infatti, potrebbero arrivare a scoprire il
passato segreto di Lisbeth, un passato fatto di abusi di ogni genere e di violenza. La Sezione
Speciale di Analisi (reparto deviato della Säpo, i servizi segreti svedesi) negli anni Settanta ha
infatti privato la ragazza, appena dodicenne, della sua libertà fornendo false perizie
psichiatriche, per insabbiare le violenze commesse da Zalachenko, agente segreto disertore
dell’Unione Sovietica che ha chiesto protezione in cambio di informazioni.
I membri della Sezione si mettono allora in moto: organizzano l’omicidio di
125
Zalachenko; depistano gli agenti di polizia e ingannano il procuratore responsabile;
preparano, con la complicità del dottor Peter Teleborian, una nuova falsa perizia psichiatrica
su Lisbeth.
Questa volta, però, Lisbeth non è sola: ci sono Mikael, Palmgren, Armanskij e gli
hacker della comunità informatica ad aiutarla. Non solo. Infatti, sospettando che ci sia
qualcosa di estremamente sbagliato in tutta la vicenda, due agenti della Säpo, Monika
Figuerola e il suo capo, agiranno a fianco di Blomkwist per riuscire a smascherare gli agenti
corrotti e riabilitare il nome di Lisbeth.
Appena la ragazza non necessita più delle cure ospedaliere deve affrontare il processo.
Il suo avvocato difensore è Annika Giannini, sorella di Mikael, specializzata in casi di
violenza contro le donne. E, sebbene le accuse siano di omicidio plurimo, quello di Lisbeth è
esattamente un caso di violenza di genere490.
Nel corso del processo, grazie alle informazioni ottenute con la pirateria informatica e
grazie all’aiuto degli agenti della Säpo, Annika e Palmgren riescono a dimostrare la falsità
delle perizie del dottor Teleborian (che viene arrestato per pedofilia), le violenze sessuali a cui
Bjurman ha sottoposto Lisbeth, e tutti gli altri abusi da lei subiti.
1.4. Analisi
1.4.1. Uomini che odiano le donne
Per analizzare i romanzi di Larsson, è necessario per prima cosa cercare di capire quali siano
gli “uomini che odiano le donne” contro i quali combatte Lisbeth Salander (ma, in realtà,
anche molte altre figure femminili della serie), e che tipo di violenza commettano.
Si noti che Larsson affronta una casistica molto varia, che va dal pluriomicida, come
Gottfried Vanger, al più ordinario, ma non meno fastidioso e pericoloso, uomo misogino e
prevenuto. È ad ognuno di questi soggetti che Lisbeth ha dichiarato guerra perché essi odiano
le donne e fanno quindi parte «del lungo elenco di uomini come Magge Lundin, Martin
Vanger e Alexander Zalachenko e dozzine di altri farabutti che secondo lei non avevano
nessuna scusa per trovarsi fra i vivi. Se avesse potuto radunarli tutti su un’isola deserta e
sganciarci sopra una bomba atomica, l’avrebbe fatto»491.
490
«Tu sei un avvocato e hai una competenza riconosciuta nelle questioni riguardanti i diritti delle donne. Sei
esattamente l’avvocato di cui ha bisogno». LARSSON S., La regina dei castelli di carta, Venezia, Marsilio
Editori, 2009, p. 123
491
Ivi, p. 850
126
La fitta presenza di uomini del genere nei romanzi dello scrittore trova purtroppo
riscontro nella realtà. Alessandro Bellassai, docente di storia contemporanea dell’università
di Bologna e fondatore dell’Associazione Maschile Plurale492, ad esempio, in un’intervista
sostiene che la maggior parte degli uomini non riesce ad adattarsi a questa nuova fase storica
in cui la libertà della donna è un «dato acquisito, in via di principio o di fatto»493. Egli
afferma:
Ecco, gli uomini come fanno i conti con questa libertà delle donne? Maluccio, secondo me.
Alcuni meglio, alcuni peggio, ma insomma, in generale […] cercano di rispondere a esigenze
maschili, sotterranee, magari inespresse, silenziose e forse inconfessabili, di rassicurazione. E pare
che l’uomo si senta rassicurato solo se riconosciuto superiore494.
Di fatto, anche se solo una parte degli uomini ancora commette violenze, sono ancora
troppi quelli che non riescono a superare i vecchi cliché di genere495. Come sostiene
Bellassai, infatti, nonostante le conquiste fatte dai movimenti femministi, «non c’è ancora
una vera uguaglianza, una vera parità, perché quelle ragioni che spingevano gli uomini a
difendere la gerarchia, il dominio, il piedistallo del potere nei confronti delle donne, sono
ancora tutte lì»496. Per questo motivo, ad esempio, «alla fine, restano le donne a fare tutto
[…] il maschio, al limite, si offre di “aiutare”: anche questo è sintomatico, cioè, quello è il
tuo ruolo in quanto donna, dopodiché io “ti aiuto”»497. Oltre a ciò, secondo lo storico,
sintomatico di questo problema sociale è anche e soprattutto l’utilizzo del corpo della donna
come strumento pubblicitario:
questo non è altro, probabilmente, che una maniera obliqua e indiretta per ricacciare le donne
indietro. Non a caso, il fenomeno ha avuto inizio negli anni Ottanta, cioè al termine di un
decennio in cui le donne avevano ottenuto delle conquiste epocali. È come se, non potendo più
dire: “Torna a lavare i piatti”, potessi però dire: “il tuo valore come persona coincide soltanto con
la desiderabilità del tuo corpo”. E naturalmente, questa desiderabilità chi la stabilisce? Chi è
l’arbitro? Lo sguardo maschile! Quindi, ancora una volta, la posizione dominante cacciata dalla
492
È autore di diversi saggi, come La mascolinità contemporanea (2004) e L’invenzione della virilità (2011)
http://www.unibo.it/SitoWebDocente/default.htm?UPN=sandro.bellassai@unibo.it&TabControl1=TabCV
,
(ultimo controllo 26/02/2013)
493
http://unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=2354 (ultimo controllo 26/02/2013)
494
Ibidem
495
Di fatto, nella vita quotidiana capita spesso di sentire discorsi poco felici su questi argomenti.
496
http://unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=2354 cit.
497
Ibidem
127
poorta rientra daalla finestra. Un tale sisteema simbolico
o viene sosteenuto non sollamente da una
u
picccola minoraanza di uomin
ni; rappresennta piuttosto la logica delll’ordine sociiale, dell’ordiine
cuulturale in cui viviamo498.
a. Violeenza sessualle
Una priima tipologgia di violen
nza contro le donne ampiamente
a
rappresenttata nei rom
manzi di
Larssonn è quella seessuale, in alcune
a
dellee sue diversse forme. In
n ordine di comparsa, il
i primo
esempioo è dato dallle molestie e dallo stuppro che l’av
vvocato Nilss Bjurman ccompie su Lisbeth.
L
Bjjurman è unn vero e pro
oprio sadicoo che trae piacere
p
nel vedere
v
la do
donna sottom
messa al
suo voleere, in partiicolare nellee relazioni ssessuali, e nel
n causare dolore
d
fisicoo agli altri. Lisbeth
avverte nei suoi coonfronti unaa repulsionee istintiva e immediataa perché si rende conto
o che in
lui c’è qualcosa di sbagliato499: se eggli «fosse stato in un
na lista di insetti miinacciati
d’estinzzione, non avrebbe
a
esitaato granchéé a schiacciaarlo sotto il tacco»500.
L’avvocato, che si era per molto ttempo “acccontentato” di sfogare le sue perversioni
sessualii sulla mogglie e sulle prostitute (cosa che non gli peermette di pprovare veramente
l’eccitazzione derivaante dal con
ntrollo perchhé le donnee sono conseenzienti), quuando vede Lisbeth
per la pprima volta, credendolaa indifesa, ddecide di usare la posiizione di tut
utore per abu
usare di
lei liberramente501, sentendosi
s
così
c realmeente gratificaato.
Inn un primo momento
m
lee molestie soono solo veerbali: con domande
d
inddiscrete e personali
Bjurmann cerca di mettere
m
Lissbeth in unaa situazionee di disagio
o e di valutaare se e fin
no a che
punto ppuò spingeersi con lei.
l
Successsivamente compie ill primo vvero abuso fisico,
obbliganndola a un rapporto
r
oraale:
ominciò a maassaggiarle la nuca e fece scivolare unaa mano sopra la
L’’avvocato Bjuurman […] co
sppalla sinistra e attraverso il petto. La ferrmò sul seno destro e […] le strizzò il sseno. […] Qu
uel
prrimo abuso seessuale – che in termini giiuridici si deffiniva come molestia
m
sessuuale e abuso di
auutorità […] duurò solo quallche secondo. Ma fu sufficiente perché un limite foosse superato in
maaniera irrevoccabile. Per Liisbeth Salandeer era la dimostrazione di forza militare
re di una trup
ppa
498
Ibidem
m
«Bjrum
man […] le avveva chiesto della
d
sua vita ssessuale […] Lisbeth
L
Salander aveva com
mpreso all’istaante che la
sua vita stava per subbire una svollta drammaticca. Lasciò lo studio dell’aavvocato Bjur
urman con un
n senso di
disgusto»». LARSSON S., Uomini…, cit., pp. 245-2446
500
Ivi, p. 205
501
«Lui aaveva il controollo sulla sua vita
v – poteva ddisporre di leii. Era qualcosaa di irresistibiile. […] Era in
ndifesa
[…] totallmente inermee. L’occasionee fa l’uomo laddro». LARSSON S., La ragazzza…, cit., pp.. 48-49
499
128
ostile – segnale che […] lei era in balia della sua discrezione, e disarmata. […] Lui le prese la
mano e se la premette contro l’inguine. […] “Se tu sarai gentile con me, io sarò gentile con te”
[…] le mise l’altra mano attorno alla nuca e l’attirò in ginocchio davanti a sé. “Questa cosa l’hai
già fatta, vero?” disse mentre apriva la patta. […] Lisbeth Salander girò il viso di lato e cercò di
alzarsi in piedi, ma lui la teneva saldamente. […] “Se invece fai storie posso rinchiuderti in
manicomio per il resto della tua vita. Ti piacerebbe?” […] Lei scosse la testa. Lui aspettò finche
lei non abbassò lo sguardo in un gesto che interpretò di sottomissione. Poi l’attirò più vicino. […]
Lui mantenne tutto il tempo la presa sulla sua nuca attirandola a sé con violenza. Lei ebbe
continui conati di vomito nei dieci minuti che durò; quando finalmente lui raggiunse l’orgasmo la
tenne così stretta che quasi soffocava. […] “Non credo sia una buona idea se racconti a qualcun
altro dei nostri giochi. Rifletti - chi mai ti crederebbe? Ci sono documenti che dicono che tu non
sei responsabile delle tue azioni. […] Sarebbe la tua parola contro la mia. Quale delle due credi
che avrebbe più peso?” […] Fece un sorriso arrogante502.
La quasi totale mancanza di reazione di Lisbeth alla violenza verbale e a questa primo
abuso sessuale, rende l’avvocato sicuro di poterla stuprare, sfogando tutti i suoi più violenti
istinti e arrivando quasi a provocarne la morte:
Bjurman […] la colpì con un ceffone. Lisbeth spalancò gli occhi, ma prima che avesse il tempo di
reagire lui l’afferrò per le spalle e la gettò a bocconi sul letto […] e le si sedette sopra a
cavalcioni. [… Lisbeth] lo sentì aprire un cassetto […] poi vide la manetta chiudersi intorno al suo
polso. Lui le sollevò le braccia, fece girare la catena intorno a uno dei montanti della testata e poi
le bloccò anche l’altra mano. Gli occorsero pochi secondi per sfilarle stivaletti e jeans. Infine le
tolse gli slip e li tenne in mano. […] Lisbeth Salander aprì la bocca per urlare. Lui la afferrò per i
capelli e le cacciò in bocca gli slip appallottolati. Lo sentì passare qualcosa intorno alle caviglie,
divaricarle le gambe e legarla stretta, in modo che non avesse alcuna possibilità di movimento.
[…] passarono diversi minuti. […] Poi avvertì un dolore lancinante quando lui le spinse con
violenza qualcosa nel retto503.
Si noti che in entrambi i casi, come già accennato nel terzo capitolo del presente lavoro,
Larsson non riesce a rendere in modo realistico le gravi conseguenze psicologiche che di
norma seguono lìabuso sessuale. Lisbeth, infatti, lesioni fisiche a parte, non sembra risentirne
in alcun modo504.
Oltre alle molestie e allo stupro, Larsson affronta la delicata questione della schiavitù
502
LARSSON S., Uomini…, cit., pp. 267-271
Ivi., pp. 301-302
504
La stessa cosa si può dire dei romanzi di Carlotto (Ksenia e Sara infatti, entrambe violentate, non sembrano
risentirne psicologicamente), ma anche di 1Q84 di Murakami (su veda il caso di Tamaki, l’amica di Aomame), o
di altri romanzi, non appartenenti al filone delle vendicatrici, come Amal.
503
129
sessuale: il giornalista Dag Svensson e la sua compagna Mia Bergman, nel secondo volume
della serie, si trovano, infatti, ad indagare su un ampio giro di traffiking che vede coinvolti
non solo mafiosi e bande di quartiere, ma anche famosi giornalisti, industriali, poliziotti e
uomini politici.
Due tra i vari esempi sono Gunnar Björck, ex membro della Säpo ormai in pensione, e
Per-Åke Sandström. Questi due uomini, pur non ricorrendo alla violenza nei loro rapporti
sessuali, si avvalgono del giro di prostituzione di ragazzine minorenni e favoriscono così la
schiavitù sessuale505. Inoltre, quando vengono scoperti uno da Dag Svensson e l’altro da
Lisbeth, invece di fare un esame di coscienza e incolpare sé stessi dell’accaduto, se la
prendono – mentalmente – con le ragazze vittime della tratta:
Come diavolo aveva fatto a finire in quel casino? Lui non era un delinquente. Tutto quello che
aveva fatto era stato di pagare qualche puttana. Era scapolo. Quella dannata sedicenne non faceva
nemmeno finta che lui le piacesse. L’aveva guardato con disgusto. Troia maledetta. Se solo non
fosse stata così giovane […] la situazione non sarebbe stata così rovinosa506.
A gestire la tratta di schiavi e a introdurre illegalmente in Svezia donne provenienti dai
Paesi dell’Est Europa, con lo scopo di sfruttarle, sono i fratelli Harry e Ato Ranta. Quando le
ragazze che costringono a lavorare sulla strada si rifiutano di ubbidire o si ribellano in altri
modi507, essi non esitano ad infliggere loro violente punizioni corporali e sessuali, così come
non esitano a obbligarle ad usare droghe pesanti, in modo da renderle dipendenti:
Per-Åke […] Non riusciva a capacitarsi di essere stato così stupido da lasciarsi attirare
nell’appartamento di Norsborg dove Atho aveva legato Ines Hammujärvi imbottita di stupefacenti
al letto e lo aveva sfidato a dimostrare chi ce l’aveva più resistente. Avevano fatto a turno e lui
aveva vinto la gara completando nel corso della sera e della notte un numero maggiore di
prestazioni sessuali di vario genere. A un certo punto Ines si era rianimata e aveva cominciato a
protestare. Atho aveva dovuto dedicare una mezz’ora a riempirla nuovamente di botte e di
alcol508.
505
«Gunnar Björck […] aveva commesso un reato e non dubitava che, se si fosse risaputo, lo avrebbero
licenziato. I giornali lo avrebbero fatto a pezzi. Un agente dei servizi segreti che sfrutta prostitute minorenni… se
almeno quelle troiette non fossero state così giovani». LARSSON S., La ragazza…, cit., p. 511
506
Ivi, p. 640
507
«“Atho disse che lei aveva bisogno di essere punita. […] legò Ines al letto […] Harry e Atho […] volevano
che fosse… che fosse addestrata». Ivi, pp. 547-548
508
Ivi, pp. 557-558
130
Sii noti che questo
q
tipo di
d comportaamento coin
ncide esattaamente con quanto rilev
vato nel
primo ccapitolo di questo
q
lavorro a propositto del fenom
meno reale della schiavvitù sessualee:
Glli sfruttatori, per
p manteneree con le loro vvittime un rapp
porto di asserv
vimento, si avvvalgono spessso
di violenza fisicca, sessuale e psicologica, ccoercizione, uso
u forzato di sostanze stupeefacenti o alcol,
lim
mitazione dellle libertà perso
onali. Della viiolenza, essi si
s avvalgono anche
a
per punnire le donne per
p
i loro scarsi rendimenti o per eliminare ognni speranza dii fuga.
Come viene rilevato da
d Dag, coomunque, il mercato sessuale ««è un unico
o lungo
oltraggiio ai diritti umani,
u
le raagazze coinnvolte occup
pano una po
osizione cossì bassa nellla scala
sociale da risultaree prive di in
nteresse giurridico. […] Il novantan
nove virgolaa nove per cento di
tutti i reeati relativi al mercato del sesso nnon viene mai
m denunciato […] Laa mia conclu
usione è
che queesto losco afffare non po
otrebbe anddare vanti un
n solo giorn
no se non foosse che la giustizia
g
molto seemplicemennte non lo vuole
v
fermarre»509.
b. Violeenza domesttica
Anche la violenzaa domesticca, sia nellla sua form
ma fisica, sia in queella psicolo
ogica, è
ampiam
mente rappreesentata nellla trilogia M
Millenium. L’esempio più importtante è sicuramente
quello ddi Alexandeer Zalachenk
ko, padre dii Lisbeth ed
d ex spia russsa.
Zaalachenko è un uomo
o che bevee e malmeena spesso la moglie,, costringendola a
rivolgerrsi molte voolte all’ospeedale. Anchhe se durantte il periodo
o trascorso nnei i servizii segreti
russi haa ricevuto un
u addestramento voltoo a svilupp
parne il lato
o aggressivoo, egli malltratta le
donne pperché trae piacere
p
nel farlo: «nel ssuo comporrtamento c’eerano elemeenti di sadissmo e di
terrorism
mo psicologgico»510.
Eggli «potevaa stare lontano anche per lunghi periodi, ma
m poi d’im
mprovviso era
e lì di
nuovo [[…] e finivva sempre per
p maltratttare Agnetaa Salander in vari moodi. Era ben
n più di
511
semplicce violenza fisica»
f
.
Come spessoo accade anche nella reealtà512, un giorno Zalaachenko piccchia la mo
oglie più
509
Ivi, p. 112
Ivi, ppp. 564-655
511
Ibidem
m
512
Si pennsi al caso dii Elena (Quessto non è amoore) il cui maarito le sbattee la testa sul sifone con un
n violenza
inaudita, quasi uccidenndola.
510
131
del solito, così forte da causarle danni fisici molto grave513 e causandone quasi alla morte. Si
tratta di «dei danni cerebrali [… le provoca] la prima di una lunga serie di piccole emorragie
cerebrali. Non sarebbe guarita mai più»514. A seguito di questo ultimo atto di violenza,
Agneta rimane disabile a vita.
Oltre al caso familiare di Lisbeth, troviamo anche altri esempi di violenza domestica.
Si pensi ad esempio ai coniugi Richard e Geraldine Forbes, che la giovane hacker
incontra in un hotel durante il suo viaggio all’estero. Il marito, che ad occhi esterni e poco
attenti può sembrare un brav’uomo515, maltratta la moglie, fisicamente e psicologicamente, e
«Lisbeth aveva dovuto ascoltare il dramma soffocato che si svolgeva nella stanza accanto alla
sua. Aveva sentito pianti, voci basse e sconvolte e in qualche occasione rumore di
schiaffi»516.
A differenza degli abusi di Zalachenko, che non risparmia pugni e calci alla moglie,
quelli di Forbes «non erano maltrattamenti pesanti […] era piuttosto un litigio continuo,
insistente»517, dove la violenza fisica trova un posto più limitato (solo schiaffi), rispetto a
quella psicologica, che appare molto più pesante:
La notte prima […] Per più di un’ora l’uomo era andato avanti e indietro per la stanza
ammettendo di essere un mascalzone. […] la donna aveva risposto che non lo pensava […] Lui
aveva insistito sempre più pesantemente […] Alla fine lei aveva risposto come voleva lui […] Lui
aveva subito preso a pretesto la sua forzata ammissione per attaccare lei […] L’aveva chiamata
sgualdrina, una parola contro la quale Lisbeth avrebbe preso senza esitazione pesanti misure se
fosse stata indirizzata a lei518.
Nonostante all’apparenza Richard Forbes possa sembrare meno violento di Zalachenko,
arriva a tentare di uccidere la moglie per guadagnare il denaro che ella possiede (in questo
caso, infatti, non è la donna a dipendere economicamente dall’uomo, ma il contrario519).
Geraldine si salva solo grazie all’intervento di Lisbeth, che aveva intuito le intenzioni del
513
Spesso, infatti, le botte ricevute provocano lesioni agli organi molli, ai timpani, fratture o altri problemi
permanenti.
514
LARSSON S., La ragazza…, cit., p. 659
515
«“Lui è una persona squisita. Sta trattando con il ministero dell’Istruzione per costruire una nuova scuola
superiore a Saint George’s.” “È un uomo squisito che picchia la moglie” disse Lisbeth Ivi, p. 39
516
Ivi, p. 16
517
Ivi, p. 17
518
Ibidem
519
Non perché la moglie eserciti violenza economica sul marito, ma semplicemente perché proviene da una
famiglia più ricca.
132
marito della donna:
Richard e Geraldine Forbes. Si trovavano più o meno nello stesso punto in cui la sera precedente
aveva osservato lui camminare avanti e indietro. Quando sfavillò il lampo successivo, vide che
Richard Forbes sembrava trascinare la moglie, che opponeva resistenza. […] Ha intenzione di
ucciderla. Quanta milioni nel piatto. La tempesta è la sua copertura. Adesso ha la sua occasione.
Lisbeth […] aveva quasi raggiunto i Forbes quando il lampo successivo illuminò la spiaggia e lei
poté vedere Geraldine in ginocchio sulla battigia. Richard Forbes era chino su di lei con il braccio
alzato pronto a colpire con qualcosa che pareva un tubo di ferro stretto nella sua mano. Vide il
braccio dell’uomo descrivere un arco e abbattersi sulla testa della moglie. Lei smise di agitarsi.
Richard Forbes non ebbe il tempo di accorgersi di Lisbeth Salander. Lei gli ruppe la gamba della
sedia sulla nuca e lui cadde a bocconi. Lisbeth si chinò e afferrò Geraldine […] aveva una
profonda ferita sul cranio. […] a metà percorso, Lisbeth […] sentì una mano che le afferrava la
spalla. Mollò la presa su Geraldine […] e tirò un calcio tra le gambe a Richard Forbes520.
Richard, dopo il calcio di Lisbeth viene risucchiato dal ciclone e la moglie, che per lo
schock ha dimenticato l’accaduto, il giorno dopo ne piange la morte perché, come spesso
capita tra le donne che subiscono maltrattamenti, ne era profondamente innamorata (questo è
uno dei molti motivi che in genere impediscono alla moglie di lasciare il marito).
La violenza domestica, inoltre, è ampiamente diffusa anche tra i membri della famiglia
Vanger, le cui donne, sebbene possano rivelarsi «dei veri ossi duri»521, subiscono per anni in
silenzio abusi di vario genere. Si pensi a Cecilia Vanger, ad esempio, nipote di Henrik e figlia
di Harald, la quale dopo aver permesso a lungo al marito di picchiarla per ogni sciocchezza,
arrivando a proteggerlo nella speranza di un cambiamento, decide di lasciarlo e accetta
l’aiuto del vecchio Henrik per mettere fine alla loro storia. Come nel caso di Geraldine
Forbes, anche la violenza fisica subita da Cecilia è misurata:
Cecilia […] conobbe un uomo di nome Jerry Kralsson, che purtroppo lavorava per il Gruppo
Vanger. Si sposarono. Io [Henrik] credevo che il matrimonio fosse felice […] ma dopo un paio
d’anni cominciai a capire che qualcosa non andava per il verso giusto. Lui la maltrattava. Era la
solita storia – lui la picchiava e lei lo difendeva lealmente. Alla fine la picchiò una volta di troppo.
Lei riportò gravi lesioni e finì all’ospedale. Io le parlai e le offrii il mio aiuto. Si trasferì qui
sull’isola, e da allora si è sempre rifiutata di rivedere il marito. Io feci in modo che lui fosse
licenziato. […] Le esplosioni di collera erano sempre inspiegabili e i soprusi raramente così
pesanti da comportare delle lesioni fisiche. Lui evitava di colpirla con il pugno chiuso. E lei si era
520
521
LARSSON S., La ragazza…, cit., pp. 80-81
LARSSON S., Uomini…, cit., p. 237
133
addattata. Fino al
a giorno in cui
c d’improvvviso aveva reagito e lui av
veva perso coompletamentee il
coontrollo. Era andata
a
a finiree che le avevaa tirato avventtatamente un paio
p di forbicii che le si erano
coonficcate in unna scapola. Lu
ui, pieno di rim
morso e in preeda al panico,, l’aveva portaata all’ospedaale,
doove aveva blaaterato una storia
s
senza ssenso […] ch
he tutto il peersonale dell’ ospedale aveeva
sm
mascherato neell’attimo stesso in cui le pparole gli uscivano di boccca. Lei si era vergognata per
p
luii522.
A
Altro esempiio di violen
nza domesticca, infine, è quello dell finanziere Wennerström, che
viene però solo meenzionato dall’autore.
d
Egli, infattti, quando scopre
s
di avver lasciato
o incinta
c aveva una
u storia, lla obbliga per
p vie trav
verse ad abbortire, sebb
bene lei
una raggazza con cui
volesse tenere il baambino523.
c. Femm
minicidio
Larssonn, nei suoi romanzi, si occupa anche del caso più estremo dii violenza genere,
rappreseentato dall’’omicidio, che
c si esem
mplifica in particolaree attraversoo le figure dei due
pluriom
micidi serialli, Gottfried
d e Martin Vanger, ma
m anche neelle azioni di altri perrsonaggi
minori.
Il tipo di fem
mminicidio rappresentaato dai Van
nger, però, è un caso pparticolare: si tratta
he uccidono per il piaceere di farlo.
infatti ddi personagggi affetti da disturbi psiicologici ch
M
Martin, ad esempio, sembra
s
un uomo quaalunque, di carattere cordiale, ospitale,
o
simpaticco e un poo’ ingenuo, ma, come nel caso di
d Lisbeth, l’apparenzaa inganna. Martin,
infatti, nnasconde unn terribile e oscuro seggreto: nello scantinato della sua ccasa tiene seegregate
delle doonne che torrtura e poi uccide. Le sue vittimee predilette sono «donnne anonime, spesso
ragazze straniere arrivate daa poco che non avevano amici e contatti […] prostiitute ed
emarginnate sociali con alle spaalle abusi dii stupefacen
nti o altri problemi»524.
Eggli trae piaccere dal rapimento, chee è quasi un
na sorta di caccia,
c
il giooco del gattto con il
topo, e ddalla torturaa psicologicca525:
522
Ivi, p. 292-309
«“La mise incinta nel 1997 […
…] l'avvocato ddi lui incaricò qualcuno di
d convincerlaa ad abortire [...] allora
l'inviato eesercità la suaa capacità di persuasione
p
ten
enendola sott'aacqua in una vasca
v
da bagnno” [...] “Che ne
n fu della
ragazza?”” “Abortì. Weennerström fu accontentato .” Lisbeth Sallander non dissse nulla per ddieci minuti. Di colpo i
suoi occhhi erano diventati neri». Ivi, pp. 629-630
524
Ivi, p. 542
525
«La m
morte viene solo alla fine deel soggiorno ddelle mie vittim
me qua dentro
o […] Loro crredono che mostrandosi
condiscenndenti potrannno sopravviveere. Si adeguanno alle mie regole. Cominciano a fidarsi di me e svilup
ppano con
523
134
l’eccitazione sta nel pianificare il rapimento. Non deve essere un’azione impulsiva – quel genere
di rapitori finisce sempre per essere preso. È una vera e propria scienza fatta di mille dettagli
quella che devo applicare. Devo identificare una preda e tracciare una mappa della sua vita. Chi è?
Da dove viene? Come posso arrivare a lei? Come devo agire per trovarmi in qualche modo solo
con la mia preda, senza che il mio nome compaia o salti fuori in futuro in qualche indagine di
polizia?526
E vede nell’omicidio un mero effetto collaterale, necessario a non lasciare tracce del
crimine commesso.
Martin trae piacere anche dal documentare le sue azioni, infatti Lisbeth quando torna
nella cantina dell’uomo per esaminarla, oltre agli strumenti di tortura, vi trova «un’estesa
raccolta di riviste di pornografia violenta e una quantità di fotografie polaroid incollate in
diversi album»527 e «una sorta di libro giornale doveva aveva […] descritto le loro sofferenze.
Aveva documentato le sue uccisioni con filmati e fotografie»528.
Quando Mikael, vicino alla verità, si reca a casa di Martin per indagare egli confessa
con orgoglio il suo operato:
In questo momento non ho nessun’ospite. Ma forse può farti piacere sapere che mentre tu e
Henrik stavate a parlare di corbellerie durante l’inverno e la primavera, quaggiù c’era una ragazza.
Si chiamava Irina e veniva dalla Bielorussia. Mentre tu eri di sopra a cenare con me, lei stava
dentro quella gabbia. Era stata una serata piacevole, non è vero? 529
E poi chiosa: «non credo che tu possa capire il senso di onnipotenza divina che ti dà
l’avere il controllo assoluto della vita e della morte di un’altra persona»530.
Il trascorso di Martin può aiutare a comprendere le sue azioni: suo padre Gottfried
(anch’egli vittima di un padre violento), infatti, abusava regolarmente di lui e della sorella
me una sorta di complicità, sperando fino all’ultimo che questa complicità significhi qualcosa. La delusione
arriva quando d’improvviso scoprono di essere state imbrogliate». Ivi, pp. 525-526
526
Ivi, p. 526
527
Ivi, p. 541
528
Ivi, p. 542
529
Ivi, p. 523
530
Ivi, p. 524. È probabile che il senso di onnipotenza, comunque, lo provino anche tutti quegli uomini che
commettono violenza su una donna o su una persona più debole di loro.
135
Harriet, e pretendeva che i figli seguissero le sue orme diventando degli assassini di donne531,
proprio come lui532. Lisbeth, però, ritiene che: «Martin aveva esattamente le stesse possibilità
di tutti gli altri di reagire. Ha fatto la sua scelta. Lui uccideva e stuprava perché gli
piaceva»533, e non perché gli è stato insegnato a farlo.
Larsson, nel dialogo tra Lisbeth e Mikael propone due diversi punti di vista. Per la
ragazza non ci sono giustificazioni che reggano, Martin era perfettamente in grado di capire
che ciò che stava facendo era sbagliato, ma ne traeva piacere:
Aha, allora tu dai per scontato che Martin non avesse una volontà propria e che gli esseri umani
diventano ciò che sono stati educati a diventare. […] Gottfried non è certo l’unico a essere stato
malmenato da piccolo. Questo non dà carta bianca per andare in giro ad ammazzare donne. Quella
scelta l’ha fatta da solo. E lo stesso vale per Martin. […] Trovo […] patetico che i farabutti
abbiano sempre qualcun altro da incolpare534.
Il giornalista, invece, è meno inflessibile e valuta le possibili implicazioni psicologiche
degli abusi infantili, come l’insorgenza di una psicopatologia:
Martin era un ragazzo sottomesso e plagiato dal padre, proprio come Gottfried era stato
sottomesso al proprio padre, il nazista […] credo che l’educazione giochi un ruolo importante. Il
padre di Gottfried lo percosse duramente per anni. E sono cose che lasciano il segno535.
In effetti, come si è visto nel primo capitolo di questo lavoro, i soggetti che crescono in
contesti di violenza posso, sì, introiettare modelli relazionali sbagliati e riproporli nella vita
adulta, ma questa non è la regola né un fatto di per sé determinante: esistono infatti anche
molti casi contrari, ovvero in cui queste persone (uomini o donne che siano) sviluppano una
forte avversione per la violenza. In ogni caso, è affatto semplice riuscire a determinare quale
sia il grado di responsabilità del singolo individuo.
531
«Credo che Gottfried fantasticasse che i suoi figli potessero condividere la sua a dir poco pervertita visione
del mondo. Quando gli domandai di Harriet, sua sorella, Martin disse: Cercammo di parlare con lei. Ma lei era
solo una normale troia. Aveva intenzione di raccontarlo a Henrik». Ivi, p. 553
532
Gottfried è responsabile di molti brutali omicidi ispirati alla Bibbia, come quello di Rebecka Jacobsson
aggredita, violentata e uccisa infilandole la testa nelle braci semispente di un camino; o quello di Rakel Lunde,
morta lapidata e trovata nuda e legata a uno stendibiancheria con la bocca chiusa dal nastro adesivo; o, ancora
quello di Sara Witt sottoposta a violenze sessuali, strangolata e poi bruciata.
533
LARSSON S., Uomini…, cit., p. 237
534
Ivi, pp. 551-552
535
Ibidem
136
A
Altro esempio di – ten
ntato – om
micidio è il caso dei coniugi
c
Forrbes, già riicordato
trattanddo la violenzza domestica.
d. Stereotipi di gennere
Oltre a mettere in luce
l
diversee forme di aabusi sulle donne, i romanzi di Laarsson evid
denziano
anche uun altro prooblema, che almeno in parte crea terreno fertile per la vviolenza di genere,
ovvero quello di unna mentalitàà fortementee misogina ed idee estrremamente maschilistee circa il
ruolo soociale della donna.
V
Vi sono, inffatti, molti personaggi attraverso le cui azio
oni e parolle si esemp
plifica il
problem
ma. Essi sonno, ad esem
mpio, il filo--nazista Harrald Vangerr, fratello ddel vecchio Henrik,
che riem
mpie di insuulti la figlia Cecilia per essersi innaamorata di un
u ebreo536:
Haarald […] aveeva cominciato
o ad attaccaree la figlia con insulti infamaanti e pesanti commenti sulla
suua condotta e le sue abitudini sessuali, gettandole in
n faccia che era naturale che una simile
puuttana non fossse capace di tenersi un uoomo. Birger non
n aveva nep
ppure notato cche ogni paro
ola
l’aaveva colpita come altrettaante frustate. E
Era scoppiato
o improvvisam
mente a rideree e aveva messso
unn braccio intoorno alle spallle del padre e sdrammatizzzato a suo mo
odo […] Ceci
cilia […] voleeva
am
mmazzarli enttrambi. Invecee aveva lasciaato cadere l’arrma a terra daavanti ai suoii piedi, voltato
oi
taccchi e fatto rittorno al posto dove avevanno parcheggiatto la macchinaa. Era tornata a casa da solaa e
li aveva lasciatii a piedi537.
O l’agente dii polizia Haans Faste, il quale al paari di Billing
g538 della triilogia di Eriiksson e
Sundquuist, ritiene che
c le donne starebberoo meglio a casa con i figli
f
e, quind
ndi, con «il suo
s stile
da maccho»539 dim
mostra di «n
non [esseree] la person
na più adattta a interroogare una giovane
donna»5540 bella, foorte541, intelligente e, sooprattutto, lesbica
l
dich
hiarata542 coome Miriam
m Wu. È
536
Qui sii trova anche una
u forte com
mponente razziista e antisem
mita. Si noti ch
he Larsson, coome indicato nella
n
parte
dedicata aalla sua biograafia, si è battu
uto per molto ttempo contro i gruppi filo-n
nazisti dell’esttrema destra svedese.
s
537
LARSSSON S., Uominni…, cit., p. 31
10
538
«“Saluutami Jeanettee Kihlberg e dille
d
che per m
me va bene see vuole stare un
u po’ a casa a prendersi cura di suo
figlio […
…] Ho sentito che Åke l’haa lasciata.” […
…] Hurtig com
mincia a esserre stufo delle insinuazioni si Billing.
“Vuoi che le dica di prrendersi qualcche giorno di fferie perché seei convinto ch
he le donne noon debbano peensare alla
carriera m
ma stare a cassa a prendersi cura del mariito e dei figli??” “Cazzo, Jen
ns, finiscila. PPensavo che parlassimo
p
la stessa lingua e…” “Solo
“
perché siamo due uoomini […] no
on significa che
c la pensiam
mo allo stesso
o modo”».
ERIKSSON
N J., SUNDQUIST, Una donna…, cit., p. 25
5
539
LARSSSON S., Uominni…, cit., p. 43
31
540
Ivi, p. 435
137
a causa del suo comportamento scorretto e maschilista nei confronti dell’asiatica che la sua
collega Sonja Mödig è costretta ad apostrofarlo dicendo: «Hasse, tu hai una visione delle
donne davvero medievale»543.
Si noti che l’omosessualità sembra essere qualcosa che turba i personaggi misogini,
forse per il fatto che non riescono a considerare completamente femminili queste donne e
quindi ci entrano in competizione.
È interessante notare anche che spesso l’omosessualità, per i personaggi maschilisti di
Larsson, va di pari passo con carattere forte e femminismo (i temi femministi, peraltro,
sembrano essere molto sentiti nei Paesi del Nord Europa, come dimostrerebbero alcuni
personaggi della trilogia, quali Erika Berger e Mikael Bolomkvist, ma anche i personaggi di
Erkisson e Sundkquist, come Jeanette Kihlberg). Tristemente, capita spesso anche nella realtà
di sentire discorsi in cui gli uomini associano le cose e danno delle lesbiche alle femministe e
viceversa544, considerando i due termini come degli insulti intercambiabili, quando invece non
lo sono.
Infatti, capita che alcune donne, per qualche loro abitudine, per le loro idee femministe
o anche per il semplice fatto di aver preso le difese di una donna omosessuale si sentano
chiamare “lesbiche”, in modo spregiativo. Così, ad esempio, quando l’agente di polizia Sonia
Modig rimprovera il collega Hans Faste per il suo comportamento scorretto nei confronti di
Miriam Wu, questi risponde545:
“Perché cazzo ti comporti così, Modig?”
“Tu stai sabotando il mio interrogatorio.”
“Ti piace così tanto che la vuoi interrogare tutta da sola?”
Prima che riuscisse a controllarsi, la mano di Sonja scattò e stampò un ceffone sulla faccia di
Hans Faste546.
541
Non solo caratterialmente, ma anche fisicamente (Miriam pratica la boxe). Infatti, quando viene aggredita da
Ronald Niedermann si difende prontamente: «Paolo Roberto restò a bocca aperta quando vide la gamba destra di
Miriam Wu sollevarsi descrivendo un rapido arco. […] Il calcio colpì in pieno la testa del gigante biondo […]
Miriam Wu girò puntellandosi con l’anca. Quando il gigante biondo si voltò verso di lei, fece partire il calcio. Lo
colpì alla testa. Vide il segno lasciato dal suo tacco. Era un calcio che avrebbe dovuto fargli male». LARSSON S.,
La ragazza …, cit., pp. 562-563
542
Ci sono molti personaggi femminili di donne forti che, in questo tipo di romanzi, sono omossessuali: si
prenda ad esempio, oltre Miriam Wu, Victoria Bergman e Jenette Kihlberg, della trilogia di Eriksson e
Sundquist, che iniziano una relazione omossessuale; oppure, ancora, a Luz e Ksenia de Le vendicatrici.
543
LARSSON S., La ragazza…, cit., p. 402
544
A volte aggiungendo commenti poco felici sul fatto che dovrebbero trovare un uomo che “le ripassi”.
545
LARSSON S., La ragazza …, cit., p. 431
546
Ivi, p. 431
138
Gli stereotipi di genere continuano con le donne mascoline, che presentano, cioè, alcune
caratteristiche (fisiche e/o comportamentali) che si ritengono, di norma, essere proprie degli
uomini. Esse vengono denigrate dai personaggi maschilisti e misogini per i loro muscoli, o
per il fatto di praticare sport come il calcio.
Si pensi all’agente segreto Monica Figuerola, ad esempio, che si allena ogni giorno e ha
praticato a lungo body building ed per questo stata soprannominata “Signor Figuerola” da
alcuni colleghi. Monica
si allenava fanaticamente in palestra cinque sere la settimana. […] Correva, sollevava pesi,
giocava a tennis, faceva karate e per dieci anni aveva fatto body building. […] tale era
l’allenamento generale che, considerando i suoi muscoli, i colleghi maligni la chiamavano Signor
Figuerola. Quando indossava camicette sbracciate o abiti estivi, nessuno poteva fare a meno di
notare bicipiti e scapole547.
Oppure, si pensi all’agente di polizia Jenette Kilberg, della trilogia di Eriksson e
Sundquist, anch’essa molto mascolina e per questa ragione denigrata dai colleghi maschi (qui
viene spontaneo chiedersi se gli autori non si siano ispirati proprio a ciò che Larsson ha
scritto di Monica Figuerola):
A volte i suoi superiori e gli altri colleghi dicono che Jeanette è un po’ mascolina e la chiamano
«Janne» o con qualche altro nomignolo dispregiativo. Una volta [Hurtig] ha sentito Schwarz darle
della lesbica. Dietro le spalle, naturalmente, ma davanti a tutti i colleghi nella sala caffè. Perché,
secondo lui, le donne che giocano a calcio sono per forza omossessuali548.
Per quanto riguarda Monica Figuerola, comunque, si noti che l’agente è perfettamente
cosciente che questi aspetti della suo essere sono ritenuti poco femminili e infastidiscono gli
uomini, per questo alle numerose domande che Blomkvist pone sul suo fisico risponde
dicendo: «forse sei solo irritato dal fatto che una donna abbia i muscoli e trovi che sia poco
femminile e poco attraente»549, perché, come ha avuto modo di constatare personalmente,
547
LARSSON S., La regina dei castelli di carta, Venezia, Marsilio Editori, 2009, p. 352
ERIKSSON J., SUNDQUIST H. A., Una donna…, cit., p. 61
549
LARSSON S., La regina …, cit., p. 504
548
139
«pareccchi uomini sono interessati, ma ppoi cominciano a sfidaarmi e cercaano di trovare altri
modi peer dominarm
mi. Ancor piiù quando sscoprono ch
he sono uno sbirro»550.
1.4.2. D
Donne che reeagiscono o che si venddicano
Nei rom
manzi di Larrsson, contro gli uominni che eserciitano violen
nza di generre, o che son
no anche
solo forrtemente maaschilisti, in
ntervengonoo alcune do
onne che, co
on le loro pparole e con
n le loro
azioni, rreagiscono e in alcuni casi
c si venddicano, anch
he duramentte dei torti ssubiti.
Q
Queste donnne, quando non sono state diretttamente vittime della violenza maschile,
m
rla e per qu
uesto la co
ombattono ((si veda il caso di
hanno vvisto amichhe o conoscenti subirl
Susannee Linder), oppure, sem
mplicementte, si sono accorte deella necessiità di interv
venire a
favore ddella condizzione femmiinile (come Erika Berg
ger e Annikaa Giannini)..
D
Di seguito ripportiamo i due
d esempii più importtanti: Lisbetth Salanderr, che si inserisce in
un grupppo di persoonaggi letterrari che preesentano carratteristichee particolarii (le vendicatrici), e
Harriet Vanger (chhe pur non appartenenndo al grupp
po delle veendicatrici, si ribella con forza
alle viollenze subitee).
a. Lisbeeth Salanderr, la vendicaatrice
La chiaave principaale del succcesso dei roomanzi di Larsson è sicuramente
s
e Lisbeth Salander,
S
«una raagazza pallida, di una magrezza aanoressica, con i capelli cortissim
mi» tinti di un nero
corvino, «il piercinng a naso e sopraccigglia»551 e nu
umerosi tatu
uaggi, tra ccui una visttosa una
vespa ddi due centim
metri sul co
ollo, una serrpentina «in
ntorno al biccipite sinisttro [… e] un
n grande
tatuaggiio raffigurannte un drago
o sulla schi ena»552.
Liisbeth è cossì minuta e strana553 aagli occhi dei
d più da sembrare inddifesa, «un invito a
qualchee malintenziionato a faarne la vittiima perfettaa»554, ma l’apparenza inganna555. Infatti,
550
Ivi, p. 536. È interessante notare che anche Naakano Ayumi in 1Q84 rileva che per le ddonne poliziottto trovare
un uomo è più difficilee che per le alltre, perché l’uuomo tende ad
d entrare in co
ompetizione: ««se sei una do
onna e fai
l’agente di polizia, diiventa molto difficile averre un ragazzo
o […] quando
o sembra chee le cose com
mincino a
funzionarre, appena scooprono che son
no una poliziootta si tirano subito
s
indietro
o. Come i grannchi sulla rivaa del mare
quando sccappano». p. 177
551
LARSSSON S., Uominni…, cit., pp. 49-50
4
552
Ivi, p. 50
553
Alla M
Milton Securityy dove lavoraa la chiamano «la ragazza co
on due cellulee celebrali». Ivvi, p. 53
554
Ivi, p. 72
140
anche se nella vita ha subito continui abusi, anche se è stata picchiata, stuprata e dichiarata
incapace di intendere e di volere, questa ragazza rifiuta tassativamente di assumere il ruolo di
vittima, diventando invece una vendicatrice che ripaga con la stessa moneta i torti subiti556 e
che aiuta, a suo modo, le donne che come lei subiscono ingiustizie. La personale battaglia di
Lisbeth è tutta rivolta contro quegli “uomini che odiano le donne” e contro una società
fondamentalmente misogina.
Questa ragazza ha avuto un passato molto difficile a causa del padre, l’ex spia russa
Alexander Zalachenko, che l’ha posta nella condizione di imparare velocemente come
difendersi da sola (a differenza della sorella Camilla che reagisce facendo finta di nulla). Per
questo Lisbeth Salander è incline all’uso della violenza e alla vendetta: da piccola ha imparato
che le istituzioni non funzionano e che la maggior parte di medici e poliziotti non ascoltano e
danno poco credito alle vittime. Così, non ha paura di fare a botte con ragazzi molto più
grossi di lei, di accoltellare il padre rendendolo zoppo a vita o di picchiare sconosciuti alla
metropolitana:
del tuto sobria, aveva tirato un calcio in testa a un passeggero all’interno della stazione
metropolitana di Gamla Stan. L’incidente le aveva causato un arresto per lesioni. Lisbeth aveva
giustificato il suo gesto dicendo che l’uomo l’aveva palpata, e siccome il suo aspetto la faceva
sembrare più una bambina di dodici anni che una ragazza di diciotto aveva ritenuto che il
molestatore avesse inclinazioni pedofile. La sua dichiarazione era stata confermata da
testimoni557.
Lisbeth è un’eroina. Anzi, è quasi una super-eroina (come Wonder Woman, ma meno
sexy e provocante) con tanto di abilità straordinarie, che non disdegna di usare per ritorcere la
malvagità di certi uomini contro loro stessi. Questa ragazza un po’ freak, infatti, è l’hacker più
abile dell’intera Svezia, ed è proprio questo il suo super potere. Quando si trova nel
555
«Bjurman […] aveva aggredito la sua assistita. Credeva che fosse una ragazza disturbata e indifesa, ma
Lisbeth Salander non era indifesa. Era la ragazza che a dodici anni aveva affrontato un assassino di professione
del Gru e l’aveva reso handicappato a vita. Lisbeth Salander era la donna che odiava gli uomini che odiano le
donne». LARSSON S., La ragazza…, cit., p. 695
556
«Sebbene fosse informata dell’esistenza e delle funzioni del servizio di assistenza per donne maltrattate, non
le passò mai per la testa di rivolgersi a un’istituzione del genere. Ai suoi occhi, esisteva per la vittime, e lei non
si era mai considerata tale. Di conseguenza, l’alternativa che rimaneva era fare come aveva sempre fatto –
prendersi carico personalmente della faccenda e risolvere i suoi problemi da sola. […] E questo non era affatto di
buon augurio, per l’avvocato Nils Bjurman». LARSSON S., Uomini…, cit., p. 288
557
Ivi, p. 197
141
cyberspazio Lisbeth diventa Wasp558 e attraverso la rete e con l’aiuto di un altro hacker suo
amico, che si potrebbe considerare il suo braccio destro, come Robin per Batman, la ragazza
scopre i più oscuri segreti della vita delle persone e ruba denaro dai conti correnti degli
uomini che reputa meschini (quasi fosse una sorta di Robin Hood559). Poi sparisce senza
lasciare traccia e si ripresenta per regolare il debito.
È questo ciò che fa, ad esempio, quando necessita di dimostrare la falsità delle
dichiarazioni del dottor Peter Teleborian, lo psichiatra che l’ha avuta in cura all’età di dodici
anni:
ciò che veramente suscitò l’interesse di Lisbeth furono quarantasette cartelle che contenevano
ottomilasettecentocinquantasei immagini pedopornografiche hard. […] Molte anche sado. […]
Lisbeth si mordicchiò il labbro inferiore. […] Maledisse sé stessa. Avrebbe dovuto occuparsi di
Teleborian molti anni prima560.
Oppure, ancora, quando decide di aiutare altre persone, come la giovane e sconosciuta
vicina di stanza all’hotel, Geraldine Forbes, continuamente picchiata dal marito Richard561, o
come Erika Berger, perseguitata da un maniaco sconosciuto562.
Questo suo modo di agire, però, la pone al di fuori dei limiti della legalità. Di fatto,
Lisbeth agisce per vie illecite, perché illecita, nel sistema statale, è la stessa volontà di farsi
giustizia da soli563. Lisbeth non ha paura di fare del male o di uccidere qualcuno, se ciò
558
Assume un’identità segreta, come fa anche Jiya, la super eroina della serie di animazione per bambini Burkqa
Avenger, ideata dal pakistano Aaron Haroon Rashid e prodotta da Unicorn Production. La serie narra le
avventure di una giovane insegnate delle elementari che, prendendo l’identità di Burkqa Avenger vendica i torti
subiti dalle donne e dai bambini. La ragazza utilizza uno degli emblemi della sottomissione femminile nel
mondo islamico per riscattare la condizione delle donne, e per combattere si avvale di una tecnica (il Takht
Kabaddi) insegnatale dal padre adottivo che non prevede l’uso di armi, ma di libri e penne. Cfr.
http://www.burkaavenger.com/about (ultimo controllo 04/04/2014)
559
Con la differenza che Lisbeth non ruba per donare ai poveri, ma solo per fare un torto a certi uomini. Un
esempio è Wennerström, i cui soldi finiscono “misteriosamente” nel conto della ragazza.
560
LARSSON S., La regina …, cit., p. 461
561
Lisbeth scopre diverse cose sul marito attraverso la pirateria informatica e alla fine capisce, «d’improvviso
tutti i pezzi del puzzle andarono al loro posto. La dipendenza economica. Le accuse di irregolarità contabili ad
Austin. L’inquieto vagabondare di lui […] Ha intenzione di ucciderla». LARSSON S., La ragazza …, cit., p. 80
562
«È lui. [Peter Fredriksson …] Mezz’ora fa è entrato da casa nel suo computer al lavoro. Ne ho approfittato
per entrare nel suo computer di casa. Ha delle foto di Erika Berger sull’hard disk». LARSSON S., La regina …,
cit., p. 602
563
A meno che non si tratti di uomini che uccidono una donna per “onore”: come si è visto nel primo e nel
secondo capitolo del presente lavoro, infatti, in alcuni Stati è valido il delitto d’onore, se a compierlo è un uomo
a danno di una donna. Ancora una volta ricordiamo che in Italia, fino a pochi decenni fa, l’onore costituiva
un’attenuante nei processi per omicidio.
142
dovesse rendersi necessario564. Il suo atteggiamento verso il mondo, spiega Palmgren a
Blomkvist, «è che, se qualcuno la minaccia con una pistola, lei se ne procura una più
grande»565.
Reagire e vendicarsi alzando la posta è ciò che fa dopo essere stata sessualmente
abusata da Nils Bjurman la prima volta. «Se Lisbeth Salander fosse stata un comune cittadino,
con ogni probabilità avrebbe telefonato alla polizia denunciando la violenza […] anche se
l’avvocato Bjurman avesse cercato di giustificarsi con un lei ci stava o mi ha sedotto o è stata
lei a volerlo fare e altre scusanti che gli stupratori usano addurre di solito»566, gli sarebbe
comunque stata tolta la custodia della ragazza, ma dato che Lisbeth non è una comune
cittadina «il pensiero di andare al quartier generale degli elmetti a visiera a denunciare Nils
Bjurman per abuso sessuale non esisteva nella sua mentalità»567. Lisbeth, che «non
dimenticava mai un torto ed era per natura tutt’altro che disposta al perdono»568, decide come
sempre di farsi giustizia da sola569 e trascorre «una settimana a pianificare con mentalità da
burocrate la dipartita dell’avvocato […] c’era un’unica condizione da rispettare. L’avvocato
Bjurman doveva morire in modo tale che lei non potesse mai essere collegata al delitto. […]
Scartò subito le armi da fuoco. […] Valutò di usare un coltello, […] qualche genere di bomba
[…] il veleno [… ma ] la morte di Bjurman non le avrebbe dato automaticamente il controllo
sulla propria vita […] ciò di cui aveva bisogno era un modo di controllare il suo
amministratore»570.
Così Lisbeth permette a Bjurman di abusare ancora di lei571 e riprende la scena con una
telecamera nascosta nello zaino. Poi si presenta a casa sua, lo tramortisce con il teaser, gli
564
Lisbeth, ad esempio, mentre sta interrogando uno stupratore alla ricerca delle informazioni necessarie a
scovare Zalachenko, gli dice chiaro e tondo (sfruttando anche l’immagine che i media hanno dato di lei): «La
mia opinione è che dovresti essere ucciso subito. Che tu sopravviva o no questa notte mi è del tutto indifferente.
Capisci? […] A questo punto non ti sarà sfuggito che io sono una pazza cha adora far fuori la gente. In modo
particolare gli uomini». LARSSON S., La ragazza…, cit., p. 542
565
Ivi, p. 656
566
LARSSON S., Uomini…, cit., p. 273
567
Ivi, p. 276
568
Ivi, p. 277
569
Lisbeth non è nuova a questo tipo di comportamento, anzi. «Quando frequentava la sesta classe, Lisbeth
Salander si era scontrata con un ragazzo considerevolmente più grande e più forte. […] Prima si era divertito a
sbatterla a terra diverse volte con semplici spinte, poi l’aveva presa a ceffoni […] alla fine il ragazzo le aveva
mollato un bel pugno che le aveva spaccato il labbro. [… Lisbeth] era rimasta a casa due giorni. La mattina del
terzo giorno aveva aspettato il suo tormentatore armata di mazza da brännboll con cui l’aveva colpito sopra
l’orecchio». Ivi, pp. 278-279
570
Ivi, pp. 293-296
571
Purtroppo per lei, però, l’abuso questa volta è molto più grave e Bjurman la sodomizza per una notte intera.
143
tatua sulla pancia la scritta “io sono un sadico porco, un verme e uno stupratore”
573
minaccia di diffondere il video dello stupro
572
e lo
se lui si fosse rifiutato di scrivere dei rapporti
positivi su di lei a cadenza annuale, senza incontrarla più574.
Si noti che nella stessa identica situazione di illegalità e di capacità di ricorre alla
violenza senza rimorsi si trovano molte altre figure di donne vendicatrici della letteratura
contemporanea. Si pensi ad esempio ad Aomame, protagonista del romanzo 1Q84 di Haruki
Murakami, che diventa un’assassina a sangue freddo per vendicare le donne che subiscono
maltrattamenti575; o a Madaleine Berger della trilogia di Jerker Eriksson e Håkan Axlander
Sundquist, che si vendica uccidendo tutti coloro che l’hanno fatta soffrire; oppure, infine, a
Sara e Melody della saga Le vendicatrici di Massimo Carlotto e Marco Videtta, di cui si
parlerà più avanti nel corso di questo capitolo.
Tutte queste donne non sono psicopatiche576, semplicemente rifiutano di affidarsi ad
istituzioni malfunzionanti e di seguire le regole di società a stampo maschilista, che tutto
fanno per proteggere i criminali e mortificare le vittime. Esse seguono solo i loro propri
572
Lisbeth «aveva utilizzato il rosso e il blu per tatuare il messaggio, che era scritto in maiuscolo su cinque righe
che gli coprivano tutto l’addome, dai capezzoli fin giù, appena sopra i genitali». LARSSON S., Uomini…, cit., p.
317
573
«“Questo film mostra come tu violenti una minorata mentale venticinquenne della quale sei stato nominato
tutore. […] Qualsiasi persona che vedrà questo nastro scoprirà che non solo sei un verme, ma anche un sadico
folle. […] La mia supposizione è che sei tu e non io a rischiare di essere istituzionalizzato. Sei d’accordo?”
Rimase in attesa. Lui non reagiva, ma lei poteva vedere che stava tremando. Afferrò la frusta e gli sferzò in pieno
i genitali». Ivi, p. 313
574
«Ora ti spiego cosa succederà. La prossima settimana, non appena sarai riuscito a espellere quel tappo di
gomma ipertrofico dal culo, darai istruzioni alla mia banca che io – e soltanto io – abbia accesso al mio conto.
[…] non prenderai mai più contatto con me. In futuro ci incontreremo soltanto se e quando sarò io a volerlo. […]
Una volta all’anno consegnerai la tua relazione sul mio status all’ufficio tutorio. Riferirai che conduco
un’esistenza assolutamente normale, che ho un lavoro fisso, che bado a me stessa e che ritieni che non ci sia
nulla di anormale nel mio comportamento. […] Racconterai diffusamente quanto io sia positiva e quanto mi
sappia ben gestire. Mi invierai copia del rapporto tramite posta. […] Fra qualche anno […] presenterai richiesta
al tribunale perché la mia dichiarazione di incapacità giuridica sia annullata […] Se fallirai io renderò pubblico
questo video […] Lo stesso dicasi se prenderai contatto con me. […] D’ora in avanti avrò il controllo della tua
vita. […] Ti terrò sotto controllo. Se mai dovessi trovarti di nuovo in compagnia […] di una donna […] Se io
dovessi morire […] copie del video verranno inviate per posta a tutti i giornali. […] Ancora una cosa […] se mai
dovessi sfiorarmi di nuovo, ti ammazzo. […] Ricordati che io sono pazza». Ivi, pp. 314-316
575
«Il “lavoro” che da qualche tempo si era trovata a svolgere era, senza ombra di dubbio, fuori legge. Aveva
ucciso alcuni uomini usando un rompighiaccio fabbricato in casa. Non erano cose che si potevano confessare a
un medico, anche se le vittime erano esseri spregevoli dalla mente infinitamente distorta di cui nessuno avrebbe
potuto deplorare l’uccisione». MURAKAMI H., 1Q84 Libri 1 e …, cit., p. 137
576
Eccezion fatta per Madaleine che, su richiesta dei genitori adottivi, da piccola fu sottoposta a capsulotomia
(simile a una lobotomia) per ridurre i suoi eccessi di violenza (causati dal patrigno pedofilo). L’effetto ottenuto
fu però contrario e Madaleine è diventata la psicopatica perfetta, incapace di provare rimorso e di reprimere le
sue emozioni violente: «si ricorda di come a Copenaghen avevano messo a tacere le voci nella sua testa. Ma da
allora non prova più nulla. Nulla». ERIKSSON J., SUNDQUIST H. A., Le regole…, cit., p. 125
144
principi morali. A tal proposito un altro personaggio di Larsson, Susanne Linder577, che a sua
volta si può considerare una vendicatrice, confessa ad Erika Berger:
Quando avevo diciassette anni una mia amica fu rapinata e stuprata da tre uomini in una
macchina. Sono entrata nella polizia perché avevo l’idea romantica che esistesse proprio per
impedire crimini come quello. Non sono riuscita a impedire un fico secco. Come agente arrivavo
sul posto sempre dopo che il crimine era stato commesso. Non ne potevo più del gergo
presuntuoso della squadra. E ho imparato in fretta che su certi fatti non si indaga578.
Si noti che il desiderio di Susan è aiutare gli altri, come molte altre vendicatrici. Esse,
infatti, non agiscono solo per sé stesse, ma anche e soprattutto per le vittime. Non a caso
Aomame vendica la violenza sessuale subita dall’amica Tamaki distruggendo l’appartamento
dello stupratore, e le altre donne uccidendo i loro aggressori; mentre Lisbeth rimprovera ad
Harriet di non aver eliminato il fratello Martin, permettendogli così di compiere altri omicidi,
ed escogita un abile stratagemma per far morire Ronald Niedermann.
Un’altra caratteristica che accomuna le altre vendicatrici a Lisbeth Salander risiede nel
modus operandi: sono quasi tutte metodiche; nelle loro azioni c’è premeditazione e non
lasciano nulla al caso, non c’è impulso, solo freddo calcolo. Così, ad esempio, Aomame con
l’aiuto della Vecchia Signora pianifica sempre in anticipo come agire per eliminare le sue
vittime579; Madaleine segue il suo piano con attenzione580, e Lisbeth passa giorni interi ad
organizzare la morte di Bjurman, analizzando i pro e i contro, così come passa mesi a
577
Anch’essa, peraltro, incline all’uso della violenza: «Fredriksson […] si voltò e cominciò a correre. Susanne
sollevò il manganello telescopico e gli assestò un colpo devastante sul ginocchio sinistro. Lui cadde a terra con
un grido soffocato. […] “Okay, semplifichiamo le cose. Se opporrà la benché minima resistenza riceverà lo
stesso trattamento al ginocchio destro. Se continuerà le spezzerò le braccia” […] Sapeva che tecnicamente aveva
commesso un reato dietro l’altro quella sera, compreso […] sequestro di persona. Ma non le importava. […]
Peter Fredriksson. Aveva frequentato la stessa classe di Erika, ma in un’altra sezione […] “Sarà Erika Berger a
decidere se denunciarla per molestie, minacce e turbativa della quiete domestica o chiudere la cosa in via
amichevole. […] Ma […] io continuerò a tenerla d’occhio. […] Se si farà vedere nei pressi della casa di Erika
Berger o le manderà mail o in altro modo le darà fastidio, io tornerò a trovarla. E la ridurrò così male che perfino
sua madre stenterà a riconoscerla”» LARSSON S., La regina …, cit., pp. 615-620
578
Ivi, pp. 539-540
579
«Adesso si trattava solo di mettere in pratica ciò che era già stato deciso. Affrontare la cosa di petto, con
convinzione assoluta, e con spietatezza». MURAKAMI H., 1Q84 Libri 1 …, cit., p. 45
580
«Tutto è andato secondo i piani. Presto la polizia arriverà alla casa a Fagerstrand. Vicino al grande mazzo di
tulipani gialli sul tavolo della cucina troveranno anche alcune Polaroid disposte con cura in grado di comprovare
gli omicidi. Karl Lundström in un letto dell’ospedale Karolinska. Per-Ola Silfverberg, macellato come un porco
nel suo lussuoso appartamento. Fedrika Grünewald nella sua tenda sotto la chiesa di Sankt Johannes, accecata
dal flash della macchina fotografica, il volto grasso e unto in una smorfia ubriaca. E Regina Ceder sul pavimento
della cucina con una ferita d’arma da fuoco rosso scuro alla gola». ERIKSSON J., SUNDQUIST H. A., Le regole…,
cit., p. 45
145
programmare la morte del padre. Le vendicatrici della letteratura, in sostanza, hanno tutte un
alto grado di disciplina e autocontrollo e sanno quando parlare e quando tacere, quando agire
e quando rimanere nell’ombra.
Proseguendo l’analisi del personaggio di Lisbeth, si può notare come, oltre che con il
computer, sia abile anche con i travestimenti: all’occorrenza, può scegliere di essere Irene
Nesser, femminile, sensuale, attraente581; oppure può decidere, su suggerimento del suo
avvocato, di esasperare fino al parossismo la sua tendenza punk582, assecondando l’immagine
distorta che i media danno di lei (ovvero quella di una satanista lesbica e psicopatica). Questa
abilità di muoversi tra un’identità e l’altra si traduce con il fatto che Lisbeth indossa
costantemente una maschera per proteggersi dal mondo esterno, che si tratti di Irene, della
satanista punk o della ragazza ritardata583. Lisbeth, di fatto, non vuole essere conosciuta e non
permette alle persone di entrare nella sua vita perché non vuole rimanere ferita più di quanto
non lo sia già stata in passato.
Lisbeth è, inoltre, una creatura la cui identità è perennemente sospesa a metà: è una
donna di venticinque anni, ma sembra una ragazzina di quattordici; maledice il suo essere
donna584, ma si lamenta del suo corpo poco femminile e si sottopone ad un intervento di
chirurgia plastica per aumentare il seno; non si pone il problema della sua sessualità
chiedendosi «se fosse etero- o omo- o bisessuale» e sceglie partner sia tra gli uomini sia tra le
donne. Anche altre vendicatrici presentano caratteristiche simili; Aomame, ad esempio, oltre
ad un certo grado di ambiguità sessuale585, possiede un viso estremamente particolare, che
però non si fissa nella memoria delle persone586; il suo volto, inoltre, è molto bello, ma lei può
assumere un’espressione tale da farlo sembrare mostruoso, quasi a voler simboleggiare i due
lati della sua personalità: l’Aomame dolce e premurosa e l’assassina spietata.
581
Ha lunghi capelli biondi, indossa tacchi vertiginosi e abiti sexy. La mancanza di un seno prosperoso, Lisbeth
la ovvia usando reggiseni molto imbottiti.
582
Al processo, ad esempio, «aveva accentuato il suo stile fino a un’esagerazione quasi parodistica». LARSSON
S., La regina …, cit., p. 710
583
«E non t’immagini quanto mentalmente minorata io possa essere all’occorrenza». LARSSON S., Uomini…, cit.,
p. 313
584
«Lisbeth aveva maledetto il proprio sesso […] se fosse stata un ragazzo, nessuno avrebbe osato bloccarla».
LARSSON S., La ragazza …, cit., p. 469
585
«Otsuka Tamaki […] era stata la sua amica più intima […] Una volta avevano avuto anche una specie di
esperienza lesbica […] si erano toccate a vicenda varie parti del corpo. Non erano davvero lesbiche».
MURAKAMI H., 1Q84 Libri 1 …, cit., p. 39
586
«La maggior parte delle persone non riusciva a ricordare i lineamenti di Aomame. Bastava che allontanassero
lo sguardo da lei per un attimo, e già non avrebbero saputo descriverne le fattezze. Insomma, nonostante un viso
così particolare, le sue caratteristiche non si fissavano nella memoria. In questo senso, assomigliava a un insetto
abile a mimetizzarsi». Ivi, p. 10
146
Prima di concludere l’analisi sul personaggio di Lisbeth Salander, vale la pena
ricordare un ultimo fatto, che potrebbe rivelarsi importante per capire le origini di questo
personaggio.
In un’intervista andata in onda su Raidue, durante la puntata del 19 gennaio 2013 di
Inside the world, Kurdo Baksi, ex collega di Larsson, ha dichiarato che Lisbeth, oltre a
contenere molti aspetti della personalità dello scrittore (come il diffidare delle istituzioni e
l’odiare di essere posto sotto i riflettori), è legato ad un episodio della sua vita. Secondo
quanto dichiarato da Baksi, infatti, all’età di quattordici anni Larsson partecipò ad un
campeggio estivo dove assistette ad uno stupro di gruppo, senza trovare il coraggio di
intervenire per salvare la ragazza dal branco. Il giorno dopo lo scrittore chiese perdono alla
compagna e questa gli rispose che non avrebbe mai perdonato né loro, né lui. Larsson si portò
dentro per tutta la vita un enorme senso di colpa per non aver trovato la forza di aiutarla.
Ovviamente, non si può sapere quanto ci sia di vero e quanto di inventato nelle
dichiarazioni rilasciate da Kurdo Baksi, ma si è ritenuto di doverle ricordare perché
permettono di ipotizzare l’esistenza di una correlazione tra la nascita del personaggio di
Lisbeth e il senso di colpa dell’autore (che deve essere in qualche modo esorcizzato, in
questo caso attraverso l’idea di una donna che si vendica senza paura o rimorso).
In effetti Lisbeth, si è visto, è una donna che ha subito sulla propria pelle diversi tipi di
abusi e violenze, ma rifiuta di sentirsi una vittima e non perdona i suoi aguzzini, proprio
come la ragazza che Larsson non avrebbe aiutato. È anche una donna che si ribella alle
logiche di un sistema maschilista e vendica sé stessa e tutte quelle che come lei subiscono
ingiustizie; una donna che odia gli uomini che odiano le donne.
Lisbeth non ammette attenuanti di alcun tipo alla violenza misogina (anche indiretta)
perché «non esistono innocenti, esistono solo gradi diversi di responsabilità […] tutti hanno
la possibilità di scegliere, e nessuno può scaricarsi di dosso le proprie responsabilità […]
trovo […] patetico che i farabutti abbiano sempre qualcun altro da incolpare »587. Questa
affermazione, alla luce delle dichiarazioni sopra riportate, potrebbe coincidere con un’idea
della ragazza violentata dagli amici di Larsson, ma anche, più probabilmente, con il punto di
vista dell’autore stesso588.
587
LARSSON S., Uomini…, cit., p. 556
Consapevole, forse, di non potersi scaricare di dosso il non indifferente grado di responsabilità avuto nella
vicenda dello stupro di gruppo perché, avendo la possibilità di scegliere, scelse di non fare niente.
588
147
Laa frase, maa anche Lissbeth stessaa, con il su
uo modo di pensare e agire, pottrebbero
rappreseentare in quuesto senso
o, una pres a di posizione precisaa in merito al problem
ma della
violenzaa sulle donnne, ma anch
he un modo per invitaree gli uominii a rifletteree con più atttenzione
prima aagire (o nonn agire) e le donne ad aalzare la tessta e reagiree, in un moddo o nell’alltro, alle
violenzee.
b. Harriiet Vanger
Oltre a Lisbeth, si è detto, c’èè un altro peersonaggio femminile, importantee ai fini dellla trama
mo volume, la cui viccenda meritta di esseree brevemen
nte ricordatta: Harriet Vanger.
del prim
Infatti, sebbene noon possa essere consiiderata unaa vera prop
pria vendicaatrice (man
ncano le
caratteriistiche princcipali individuate per lle donne chee rientrano nella categooria), anchee Harriet
sceglie di vendicarrsi degli abu
usi – sessuaali – subiti dai suoi ag
guzzini, il ppadre Gottfr
fried e il
fratello Martin.
nza sulla raagazza (ma anche sul figlio)
f
e
Inn realtà è sooprattutto ill padre ad uusare violen
inizia quuando i duee fratelli son
no molto gioovani:
Avvevo quattorddici anni la prrima volta chee [Gottfried] mi violentò. […] Costringgeva sia me che
c
M
Martin a fare deelle cose con lui. E mi teneeva ferma meentre Martin si… soddisfaceeva su di me. E
quuando mio paddre morì, Marttin era lì pront
nto a subentrarrgli589.
he se lei faceeva «di tuttoo per evitarre che…
Eggli violenta la figlia peer circa un aanno e anch
ma lui era mio padre e non potevo
p
impprovvisamen
nte rifiutarm
mi di avere a che fare con lui
ò sorridevo e recitavo la mia partte e fingevoo che tutto andasse
senza sppiegare perrché. Perciò
bene»590.
D
Dopo l’enneesimo stupro, però, m
mentre Gottffried, ubriaaco, la inseegue per uccciderla,
Harriet lo spinge daal pontile per farlo annnegare:
A
completaamente fuori di senno. Eraavamo sul sopppalco. Mi miise
Veerso mezzanootte esplose. Andò
unna T-shirt attorno al collo e tirò con tuttee le sue forze. Mi si annebbiò la vista. Noon ho il minim
mo
duubbio che cerccasse veramen
nte di ucciderrmi […] ma era
e talmente ubriaco
u
che inn qualche mod
do
riuuscii a liberarrmi […] e co
orsi senza pennsare sul ponttile. Lui mi inseguì barcolllando […] Ero
E
589
590
LARSSSON S., Uominni…, p. 575
Ivi, p. 574
148
abbastanza forte da riuscire a spingere in acqua un uomo ubriaco. Usai un remo per tenerlo sotto
la superficie finchè smise di agitarsi591.
Morto il padre, Martin gli subentra, così la madre, perfettamente consapevole della
situazione,592 allontana il figlio da casa, mandandolo a studiare a Uppsala. Tempo dopo,
quando egli torna ad Hedestat, Harriet decide di scappare di casa per non ricadere nell’incubo
degli anni precedenti593, e con l’aiuto della cugina, Anita, si nasconde in Australia.
2. Le vendicatrici italiane
2.1. Gli autori
2.1.1. Massimo Carlotto
Massimo Carlotto nasce a Padova il 22 luglio del 1956. Nel 1969, a soli tredici anni, si
avvicina ai movimenti della sinistra extraparlamentare e, successivamente, entra a far parte
del movimento Lotta Continua.
Il 20 gennaio del 1976, a Padova, Massimo Carlotto, stando alle sue dichiarazioni, sente
delle urla provenire dal condominio in cui abita sua sorella, raggiunge allora l’edificio e trova
una ragazza di venticinque anni, Margherita Magello, in fin di vita perché colpita con
cinquantanove coltellate. Carlotto crede di poterla aiutare, così tocca il cadavere, ma la donna
muore davanti ai suoi occhi e lui, colto dal panico, fugge. Riferisce però l’accaduto ai suoi
superiori di Lotta Continua e al padre, e alla fine si convince ad andare in caserma per
sporgere denuncia ai Carabinieri e per portare la sua testimonianza.
Inizia così una lunga e complessa storia giudiziaria, durante la quale Massimo Carlotto
viene arrestato, con l’accusa di omicidio, e processato. Nel maggio del ’78 si svolge il
processo di primo grado, davanti la Corte d’Assise di Padova che assolve lo scrittore dalle
accuse per insufficienza di prove. Nel dicembre dell’anno seguente, però, la Corte d’Appello
di Venezia lo condanna a scontare una pena detentiva di diciotto anni; la pena viene
confermata dalla Corte di Cassazione il 19 novembre 1982.
591
Ivi, p. 576
«Mamma ovviamente sapeva quello che lui faceva ma non se ne curava. […] Mi padre avrebbe potuto
violentarmi in soggiorno sotto i suoi occhi senza che lei ci facesse caso. Era incapace di riconoscere che c’era
qualcosa che non andava, nella mia o nella sua vita». Ivi, p. 574
593
«Mi pareva di essere finita in un incubo. Avevo ucciso mio padre e capivo che non mi sarei mai liberata di
mio fratello. Avevo pensato di togliermi la vita. Scelsi di fuggire». Ivi, p. 574
592
149
Carlotto allorra lascia l’Ittalia e iniziaa una lungaa latitanza che lo vede vviaggiare in
n diverse
parti deel mondo trra cui la Francia e il M
Messico, do
ove frequen
nta l’universsità. Dopo circa tre
anni, neel 1985, lo scrittore
s
rien
ntra in Italiaa e si costitu
uisce alle au
utorità.
Il suo caso,, che divid
de l’opinioone pubblicca, porta alla
a
nascitaa di un “C
Comitato
Internazzionale Giuustizia per Massimo
M
Caarlotto” il cui
c scopo principale
p
è raccoglieree quante
più firm
me possibilii per ottenere una revvisione del processo. Tra i tantii, aderiscon
no anche
Norbertto Bobbio e Jorge Amaado, il qualee nell’86, atttraverso il quotidiano
q
ffrancese Lee Monde,
difesa C
Carlotto e soostiene la neecessità di rriaprire il caaso.
N
Nel frattemppo, Carlo è in carcere e si ammaala. Le suee precarie ccondizioni di
d salute
mobilitaano nuovam
mente parte dell’opinioone pubblicca, che prem
me per la su
sua scarceraazione, e
così, alll’inizio del 1989, la Co
orte di Casssazione, ancche basando
osi su nuove
ve prove, co
oncede la
revisionne del proceesso, annullaando la conndanna e rinv
viando gli atti
a alla Cort
rte d’Appelllo.
N
Nell’ottobre dello stesso
o anno, apppena qualch
he giorno prrima dell’enntrata in viigore del
nuovo m
metodo di procedura
p
penale,
p
iniziia il processo per l’om
micidio di M
Margherita Magello,
M
che peròò viene quasi subito intterrotto percché deciderre quale dellle due norm
mative appliccare.
N
Nuovamente, Carlotto viene
v
dapprrima scagion
nato per insufficienza di prove e poi, nel
1992, laa Corte che sta analizzaando il suo caso confeerma la sentenza del ’799. Lo scritto
ore deve
quindi ttornare in carcere,
c
maa dopo appeena due meesi di deten
nzione si am
mmala grav
vemente,
così, neell’aprile del 1993 l’aallora Presiidente dellaa Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, gli
concedee la grazia. Una
U volta liibero, Masssimo Carlottto intrapren
nde la carrier
era di scritto
ore.
a. Operee
Massim
mo Carlotto è autore di numerosi
n
roomanzi tra i quali si può ricordare::

IIl fuggiascoo: è il riassu
unto del suoo periodo dii latitanza, trascorso
t
traa Francia, Spagna
S
e
M
Messico. A Città del Messico,
M
il ggiovane, neel tentativo di ottenere una nuova identità,
vviene vendduto alla polizia,
p
chee lo incarccera e lo tortura,
t
scaambiandolo per un
ppericoloso terrorista
t
in
nternazionalle. Dopo alccuni giorni viene
v
rilasciiato e decid
de quindi
ddi rientrare in Italia e costituirsi, ma consegn
natosi alle autorità scoopre che nessuno lo
sstava più ceercando. Trrascorso unn po’ di tem
mpo inizia ill nuovo proocesso a suo
o carico,
cche si conccluderà nel 1993, con lla concezio
one della grrazia. Dal roomanzo nel 2003 è
sstato tratto un
u film.
150

Arrivederci amore, ciao: (2001) il libro è la denuncia spietata della condizione di
miseria morale dell’Italia contemporanea. Racconta la storia di un malavitoso, Giorgio
Pellegrini, che milita nella lotta armata in un’organizzazione della sinistra
extraparlamentare e partecipa ad un’azione terroristica. Si trasferisce poi in Veneto
dove, sebbene venga riabilitato dalla legge, tradisce, stupra, imbroglia, uccide e
commette reati di varia natura. Dal libro, nel 2005, è stato tratto un film che porta lo
stesso titolo.

Alla fine di un giorno noioso: (2011) è il seguito di Arrivederci amore, ciao. Giorgio
Pellegrini vive ancora in Veneto, è sposato con una bella donna, ed è il proprietario
del locale “La Nena”. Ma non solo: egli, infatti, si dedica anche ad un giro di
prostituzione con cui arrotonda le entrate.
Carlotto è anche autore della serie L’Alligatore, in cui racconta le avventure di Marco
Buratti (ex carcerato che lavora come detective privato ed è conosciuto come “l’Alligatore”) e
dei suoi due aiutanti, il malavitoso Beniamino Rossini e un ex militante dei gruppi terroristici
graziato dal Presidente della Repubblica, Max la Memoria. La serie comprende:

La verità dell’Alligatore: (1995) Buratti viene incaricato dall’avvocato Foscarini di
indagare sulla scomparsa del suo assistito, il tossicodipendente Alberto Magagnin.

Il mistero di Mangiabarche: (1997) l’Alligatore è stato incaricato da tre avvocati sardi,
ingiustamente condannati, di scoprire se collega che li ha incastrati è ancora vivo.

Nessuna cortesia all’uscita: (1999) Buriati accetta di fare da portavoce per permettere
al malavitoso Gigi Barison, affiliato alla mafia del Brenta, di pacificarsi con alcuni
membri; si deve però scontrare non solo con la stessa mafia e malavitosi senza
scrupoli, ma anche poliziotti corrotti.

L’amore del bandito: (2009) un individuo sospetto intima all’Alligatore di investigare
sulla misteriosa sparizione di svariati chili di droga dall’Istituto di Medicina Legale
dell’Università di Padova. Buriati rifiuta e chiede aiuto a Beniamino e Max per
intimidire l’uomo, che viene ucciso durante una lite. I tre ne fanno trovare l’anello ai
complici, a testimonianza dell’omicidio. Due anni dopo la compagna di Beniamino,
Sylvie, viene rapita e tenuta prigioniera in un bordello come schiava sessuale dalla
compagna
dell’uomo
assassinato.
Dopo
aver
liberato
la
Sylvie,
ormai
psicologicamente distrutta, Beniamino decide di liberare anche tutte le altre donne
tenute prigioniere dalla banda.
151

Il corriere colombiano: (2011) il trevigiano Nazzareno Corradi viene arrestato per
traffico di stupefacenti, ma le accuse del corriere colombiano fermato all’aeroporto
sono false: Corradi è stato incastrato.
2.1.2. Marco Videtta
Marco Videtta è nato a Napoli nel 1956 e attualmente vive a Roma.
È autore di diversi saggi e articoli sul cinema e sulla letteratura, come La fuga
impossibile : il mito del viaggio nel cinema americano: da Huckleberry Finn a Easy rider
(1980) e lavora come sceneggiatore, story editor e produttore per la televisione e il cinema.
Il primo romanzo di Videtta ad essere pubblicato è Nordest (2005), scritto in
collaborazione con Massimo Carlotto e vincitore del premio Selezione Bancarella, in cui si
racconta del delitto di una giovane donna in un paese del Nordest italiano e di Francesco,
avvocato figlio della seconda famiglia più ricca della zona, che dovrà confrontarsi con il lato
oscuro suo ambiente, scegliere tra verità e consuetudine. Il Nordest descritto nel romanzo è
molto simile a quello definita da Carlotto nei romanzi della serie L’Alligatore: fatto di
capannoni abusivi, sfruttamento di clandestini, soldi sporchi reinvestiti in night e attività
pulite solamente nella facciata, l’illegalità diffusa che ha permesso di accumulare grandi
ricchezze e un sistema economico che non si è mai posto problemi rispetto al saccheggio del
territorio.
Invece, per quanto riguarda romanzi scritti solo da lui, possiamo ricordare Un
bell’avvenire, ambientato in epoca fascista, che narra l’ossessione di Fulvio per morte del
fratello maggiore, Lucio, assassinato in circostanze poco chiare, e la sua smania di scoprire la
verità ad ogni costo. Il suo viaggio lo porterà a scoprire una verità imprevista, scomoda, che
gli farà capire che non esistono il partito o l’associazionismo quando subentrano interessi
privati.
Videtta, in collaborazione con Massimo Carlotto, nel 2013 ha lavorato alla tetralogia Le
vendicatrici, che è stata scelta per l’analisi.
152
2.2. I romanzi
Nei romanzi che compongono la tetralogia gli autori denunciano il lato peggiore del bel
Paese, e in particolar modo la condizione precaria in cui versano le donne a causa della
presenza di quelli che Carlotto chiama “uomini sbagliati”, ovvero di tutti quegli uomini più o
meno violenti e più o meno meschini, che in un modo o nell’altro riescono ad imporsi su
altrettante donne.
Questi uomini, però, vengono combattuti e sconfitti dalle loro stesse vittime, che
decidono di opporsi e di ribellarsi e, come anche la Lisbeth di Stieg Larsson, dichiarano
guerra ad un sistema sociale malfunzionante e retrogrado. Le loro donne si vendicano per la
necessità di potersi riscattare e ricominciare a vivere.
Dimostrando di essere perfettamente in sintonia con le idee dello storico Alessandro
Bellassai, gli autori si propongono di (far) riflettere sul fatto che «il mondo maschile è
evidentemente in crisi e mostra tutta la sua fragilità. L’uomo non riesce più a proporsi in
maniera positiva e ha bisogno di imporsi attraverso il dominio, il possesso. Non sa vivere
senza punti di riferimento e non è in grado di ricominciare». In altre parole, gli uomini non
riescono ad accettare di avere a che fare con donne che siano loro pari, o anche superiori.
Il messaggio di Carlotto e di Videtta è chiaro: «per noi la vendetta è la ribellione delle
vittime. Se oggi il mondo femminile non apre un conflitto con questi uomini sbagliati, avremo
sempre e solo una situazione di difesa ma non la soluzione del problema», ma «questo è un
compito che si devono assumere sia uomini che donne. L’idea delle vendicatrici è un’idea
politica »594. Insomma, se le donne, ma anche gli uomini che questo cambiamento storico lo
hanno accettato, non aprono le ostilità, dichiarando spietatamente guerra a questa situazione
sociale, le cose difficilmente potranno cambiare. le donne devono aprire un conflitto nei
confronti di questo mondo maschile sbagliato.
«Sono un gruppo di donne che si mettono insieme e proprio nell’unione trovano la forza
per salvaguardare i sentimenti più forti: l’amore, l’amicizia, la solidarietà, il senso della vita.
La vita diventa un progetto che diventa realizzabile solo nell’unione. Il primo passo è
affrancarsi da questi uomini sbagliati e per affrancarsi le donne non possono che passare però
attraverso una inziale difesa»595.
594
595
http://www.glialtrionline.it/2013/06/18/massimo-carlotto-le-donne-devono-riaprire-il-conflitto cit.
Ibiddem
153
2.2.1. Personaggi principali della serie
Le quattro protagoniste della serie sono:

Ksenia Semënova: è una giovane siberiana di vent’anni che giunge a Roma
nell’illusione di una vita migliore. Invece, si ritrova a vivere un terribile incubo,
sfruttata e abusata dai fratelli Barone, Antonino e Assunta.

Eva D’Angelo: giovane romana dai capelli neri, proprietaria della profumeria
“Vanità”. In un primo momento gestisce il negozio con il marito Renzo, che in realtà
trascorre le sue giornate al bar e dedica troppe attenzioni alle commesse che trova per
sostituirlo; in seguito saranno Luz e Ksenia a darle una mano.

Sara d’Avossa: è una donna misteriosa e animata da un profondo desiderio di
vendetta. Vuole scoprire chi sia stato ad uccidere suo padre, ma la verità con cui dovrà
confrontarsi le lascerà addosso un profondo senso di disperazione.

Luz Hurtado: giovane prostituta colombiana, madre di una bellissima bambina per la
quale darebbe la vita.
Oltre a loro ci sono molti personaggi, tra i più importanti si può ricordare:

Lourdes: è figlia di Luz.

Felix: infermiere cubano diplomato all’accademia dell’Avana che si prende cura di
Angelica Simmi, una donna di circa cinquant’anni malata di lupus eritematoso
sistemico, e anche di Sara, quando questa entrerà in un circolo vizioso di
autodistruzione, fatto di fumo e alcool. È stato un fedelissimo di Fidel Castro.

Renzo Russo: marito di Eva, amante di Melody. Il suo vizio del gioco alla fine lo
porterà a commettere l’errore di rubare denaro ai Mascherano e per questo sarà ucciso.

Antonino e Assunta Barone: sono due fratelli usurai che vivono una incestuosa storia
d’amore attraverso l’abuso di giovani ragazze straniere.

Paolo Mattioli: commissario che si occupa spesso di svolgere le indagini per i casi in
cui sono coinvolte le protagoniste.

Rocco Spina: è un agente dei Nocs e il fidanzato di Sara, l’unico che conosce il suo
segreto e la sua vera identità.

Mirabel Arenas: giovane ragazza colombiana, fuggita dal Paese nativo dopo aver
commesso l’errore di innamorarsi dell’uomo sbagliato. Luz accetta di proteggerla,
perché si rispecchia in lei. È Mirabel ad aiutare la piccola Lourdes a difendersi dal
bullismo di cui è vittima a scuola.
154
2.2.2. Trama di Ksenia
Antonino Barone, strozzino di Roma, è la personificazione della gola e dell’avidità, vizi che si
esprimono anche attraverso il suo modo di mangiare. L’amore della sua vita è la sorella,
Assunta, con la quale ha una relazione ambigua e perversa: animanti da un’insolita fede
religiosa rifiutano di avere direttamente dei rapporti sessuali e usano come tramite delle
giovani ragazze straniere che sodomizzano. È proprio questa la sorte di Ksenia Semënova,
giovane siberiana condotta in Italia con l’inganno e con promesse di una vita fatta di agi, e poi
venduta ai Barone. Minacciata da Lello Pittalis (colui che l’ha venduta) di ripercussioni sulla
sua famiglia, Ksenia non può ribellarsi e subisce in silenzio.
Un giorno, Eva d’Angelo, proprietaria della profumeria Vanità, lasciata dal marito in un
mare di debiti, si reca a casa di Antonino Barone per chiedere una dilazione del pagamento
della “rata”. Lo strozzino la molesta sessualmente, ed è allora che Ksenia si ribella: arrotola
sulla forchetta un grumo di spaghetti e glieli infila in bocca con forza, facendo morire
soffocato il marito, sebbene non intenzionalmente. Ksenia, Eva e Luz Hurtado, la colombiana
con cui Ksenia ha una storia d’amore, decidono di prendere tutto il contenuto della cassaforte
di Barone e di tenerlo nascosto per poi dividerlo. Solo dopo chiamano la polizia, fingendo di
aver trovato il cadavere per puro caso.
Quando viene a conoscenza della morte di Antonino, Assunta impazzisce di dolore e
cerca vendetta per l’amato fratello, che tenterà di sostituire. La sua lotta per ristabilire il
potere dei Barone, però, si rivelerà un vero fallimento soprattutto a causa dell’intervento di
Sara, ex-agente dei Nocs, che lavora sotto copertura presso il bar Desireè con il nome di
Monica, e che era stata precedentemente violentata dai fratelli Fattacci su ordine di Antonino.
Sara aiuterà Ksenia a vendicarsi di Assunta, e a salvare la piccola Lourdes, figlia di Luz,
quando la Barone la farà rapire.
2.2.3. Trama di Eva
Dopo aver saldato i debiti del marito, Renzo Russo, e aver fatto diventare Luz e Ksenia socie
di Vanità, Eva d’Angelo si ritrova nuovamente a dover porre rimedio ai danni del suo amato.
Nonostante tutto, infatti, Eva non lo ha dimenticato e appena lui torna, fingendo di essere
pentito, lei lo riprende con sé. Non sa, però, che il marito questa volta ha fatto qualcosa di
molto grave: dopo aver avuto una relazione con Melody Mascherano, giovane ragazza
appartenete a un clan malavitoso molto famoso a Roma, ha rubato ventimila euro alla sua
155
famiglia, spendendoli tutti al gioco d’azzardo.
Quando lo scopre, Eva cerca di aiutarlo e si reca dai Mascherano per restituire il denaro,
decisa, poi, a non rivedere mai più Renzo. Questo, però, non basterà a salvare il marito, che
sarà ucciso da uno dei membri del clan, Christian, ragazzo violento e sadico a cui il capo,
Serse, ha promesso in sposa Melody.
Nonostante le divergenze iniziali, dovute all’amore per lo stesso uomo, Eva e Melody si
ritroveranno con un obiettivo in comune: vendicare la morte di Renzo, e per farlo
collaboreranno con il commissario Paolo Mattioli, che già si era occupato delle indagini sui
Barone. Eva, però, desidera solo consegnare alla giustizia i colpevoli, mentre Melody, alla
fine, compirà una vendetta più radicale, aiutata da Sara.
Fingendo di cedere alle pressioni del clan Mascherano, Melody ucciderà Christian e poi
fuggirà all’estero con una nuova identità. Serse e altri membri della banda, invece, verranno
arrestati da Mattioli grazie anche all’aiuto di Luz e Ksenia, esaudendo così il desiderio di Eva,
che non vuole altri morti sulla coscienza.
2.2.4. Trama di Sara
La vita di Sara d’Avossa è stata rovinata quando era molto piccola: qualcuno ha rapito e
ucciso suo padre, e da allora il suo unico scopo è scoprire i colpevoli del reato per ottenere
vendetta. Con lo scopo di ottenere informazioni utili si fa quindi assumere come segretaria dal
giovane impresario romano Giorgio Manfellotti, un uomo abbietto e meschino che ingaggia
ragazze giovani e remissive con lo scopo di manipolarle e sottometterle sessualmente.
Quando cercherà di fare i suoi giochi con Sara, però, Manfellotti avrà una brutta
sorpresa: è infatti la ragazza a sottomettere lui, vendicando così tutte le donne da lui abusate.
Nonostante l’amore per l’ex collega Rocco Spina, che la aiuta a portare avanti il suo
progetto (pur con una certa riluttanza), Sara non riesce ad chiudere quel triste capitolo della
sua vita e, alla fine, messa ad un bivio, sceglierà la vendetta al posto dell’amore, recandosi in
Grecia, dove sembrano trovarsi gli assassini.
Una volta giunta a destinazione, Sara si troverà però costretta a fare i conti con una
triste realtà: nessuno ha mai ucciso suo padre e il rapimento è stata solo un’abile messa in
scena per nascondere la fuga dell’uomo con l’amante; a lui non è mai importato nulla della
figlia, che considerava anzi un peso, e non hai mai sentito l’esigenza di cercarla.
156
2.2.5. Trama di Luz
Luz è da poco riuscita a costruire una piccola famiglia composta da lei stessa, la figlia
Lourdes, la compagna Ksenia, le amiche Eva e Sara, Angelica e Felix, ma la pace è destinata
durare ancora per poco: Mirabel, una giovane colombiana fuggita dalla famiglia del ragazzo
di cui si è innamorata, giunge in Italia chiedendole aiuto.
Luz decide di offrirle protezione e ospitalità, ma ben presto scopre che la ragazza non è
arrivata sola. Infatti, subito dopo di lei arriva un uomo, Wilson Martinez, incaricato di
riportare Mirabel nel Paese d’origine.
Quando Luz e Martinez si incontrano, però, scatta qualcosa tra loro e lui decide di
imbrogliare i suoi mandanti, fingendo di essere riuscito a far abortire Mirabel e di aver fatto in
modo di avviarla alla prostituzione. La donna, invece, si rende conto di essere ancora capace
di amare un uomo.
Ksenia, che si trova in visita alla famiglia in Siberia, scoprirà solo al ritorno la relazione
tra i due e i fatto che la compagna è non sa scegliere con chi stare. Il loro mondo idilliaco
entra così in forte crisi e quando Luz vede Ksenia vicino al corpo esangue di Martinez subito
la crede responsabile di un delitto passionale e la fa incarcerare.
Grazie all’intervento di Sara, che non crede alla colpevolezza di Ksenia, Luz riesce a
scoprire la verità sull’omicidio, permettendo così la scarcerazione dell’amata, e salvare al
contempo Mirabel dai suoi aguzzini.
2.3. Analisi
2.3.1. La violenza sulle donne
Carlotto, in tutti i suoi romanzi, mostra al lettore il peggio dell’Italia. In questa serie, con
l’aiuto di Videtta, si concentra in particolare sulla denuncia della violenza sulle donne.
Gli autori indagano su diversi tipi di abusi, da quello psicologico a quello sessuale,
senza però dimenticare che accanto agli uomini crudeli e privi di scrupoli, ne esistono molti
di buoni e animati da sentimenti sinceri, qui rappresentati, ad esempio, dagli agenti di polizia
Rocco Spina e Paolo Mattioli, e dal vecchio infermiere cubano, Felix596.
596
«“Come dice il vecchio Victor Hugo: ‘Ho combattuto per mettere fine alla prostituzione delle donne, alla
schiavitù per l’uomo e all’ignoranza per i bambini’ ” […] “Avrei voluto conoscerti quando avevi trent’anni.
Dovevi essere un vero fico.” “Non credere. Ero un tipo noioso. Pensavo solo di cambiare il mondo”».
CARLOTTO M., VIDETTA M., Ksenia, cit., pp. 34-35
157
a. Violeenza sessualle
Il primoo tipo di vioolenza di geenere trattatta dagli auto
ori è quella sessuale, chhe si esemp
plifica in
particolare attraverrso le azio
oni alcuni ppersonaggi: Antonino Barone, i fratelli Graaziano e
Fabrizioo Fattacci, Christian
C
Mascherano
M
e Giorgio Manfellotti.
M
Barone, veccchio strozzino romanoo, è colui che ha acq
quistato, neel vero sen
nso della
parola, Ksenia, faacendone laa propria m
moglie-servaa597 e la scchiava sessuuale di suaa sorella
Assuntaa (la rossa di
d via Perio
oli, con la qquale Anton
nino ha unaa perversa eed incestuosa storia
d’amoree598 e «dellaa quale Ksen
nia aveva im
mparato a conoscere
c
a proprie speese ogni perrversione
sessualee»599).
Inn questo caaso, quindi, la perverssione sessuaale e la vio
olenza che ne deriva è anche
femminnile. Anzi, è soprattutto
o femminilee perché Antonino, peer non feriree i sentimenti della
sorella, non consum
ma rapportii sessuali coon le ragazzze che i due usano com
me “tramitee” per la
loro storria, ma lasccia che sia Assunta
A
a faarlo, limitan
ndosi così so
olo a guardaare e a masturbarsi.
I reati qui essemplificatii sono quinndi quelli deel traffiking
g e della scchiavitù sessuale. A
gestire iil commerccio di donnee, in Kseniaa¸ è un org
ganizzazionee criminale (cosa che coincide
con quaanto affermaato nel prim
mo capitolo ddel presentee lavoro) di cui fanno pparte Lello Pittalis
P
e
alcuni ccomponentii della maafia russa: approfittando dell’ing
genuità di tutte quellee donne
siberianne e russe chhe vogliono
o migrare aall’estero e rubando
r
lorro i documeenti, essi geestiscono
un merccato nascostto dietro la facciata di uun’agenzia matrimoniaale.
Sii noti che Barone,
B
oltrre allo sfrutttamento deella schiavittù, si rendee responsabiile di un
altro reaato: la moleestia. Egli viene
v
descrritto come un
u «animalee pericolosoo» che «div
vorava il
cibo com
me divoravaa le personee. Anche leii [Ksenia] era
e destinataa a essere inngurgitata e digerita
come unn pregiato pezzo
p
di carrne. Perché altro non era»
e 600, e, in
n effetti, pur
ur non comm
mettendo
personaalmente deggli stupri, no
on si risparm
mia di moleestare sessuaalmente le ddonne, anch
he quelle
esterne al fenomenno del trafficcking, compportandosi esattamente
e
alla streguaa di un anim
male.
A
Ad esempio, quando vede per la prrima volta Ksenia
K
la aggredisce ppalpandole il
i seno e
597
Ivi, p.. 13, Ksenia «si chiese do
ove avrebbe ddormito […] Ricordò di av
ver visitato uuna stanza con
n un letto
singolo, qquando era anncora convintaa di vivere unaa favola. Avev
va pensato si trattasse
t
dellaa stanza della serva. Ora
si rese coonto che sarebbbe stata la suaa».
598
Antonnino e Assuntta sono molto
o credenti, peer questa ragiione non vivo
ono sessualm
mente la loro storia, ma
compranoo al mercato nero
n
delle rag
gazze da usarre come “tram
miti”. Ricordiaamo un episoddio: «La donn
na si alzò.
[…] La m
mano di Antoonino Barone artigliò una sspalla della raagazza e la sp
pinse verso ill basso, obbliigandola a
inginocchhiarsi. La donnna si avvicinò
ò e le strofinò la fatina sullaa faccia. Kseniia, rassegnata fece guizzaree la lingua.
Al solo tooco la donna si
s inarcò». CA
ARLOTTO M., V IDETTA M., Ksenia,
K
cit., p.. 8.
599
Ivi, p. 23
600
Ivi, p. 13
158
leccandole bocca, occhi e l’interno dell’orecchio601. Un simile comportamento lo ha anche
con Eva d’Angelo, quando la donna, dopo aver scoperto che il marito se n’è andato
lasciandola con un mare di debiti da pagare, si reca a casa sua a chiedere una dilazione della
rata:
Eva era agghiacciata. […] Barone pensò bene di infilarle le mani sotto la gonna. Eva tentò di
alzarsi ma lui glielo impedì con la forza e le minacce. […] La mano sinistra dello strozzino si
impadronì di una tetta. La donna scoppiò a piangere e fece cadere la forchetta a terra. Barone la
sculacciò ridendo di gusto. “Se piangi mi rovini la poesia. E te che ci hai da guarda’?” chiese poi a
Ksenia. “Te piace er culo della signora? Je voi da’ un bacetto?” La siberiana si decise: era arrivato
il momento che qualcuno si ribellasse a quel pezzo di merda602.
A commettere in maniera diretta violenza sessuale con l’uso della forza fisica sono altri
personaggi, come Christian (ragazzo di vent’anni circa, appartenente al clan Mascherano; è di
bell’aspetto «eppure c’era qualcosa di repellente in lui. A vent’anni puzzava già di morte»603),
che, con l’approvazione di “zio Serse”, stupra la giovane Melody che gli è stata promessa in
sposa. Si noti che agli occhi del clan, il fatto che la ragazza sia stata a letto con Renzo Russo e
abbia perso la verginità, rende l’atto non solo meno grave, ma addirittura lecito e non
criminoso.
“Cosa sei venuto a fare?” Christian la guardò con quegli occhi che sembravano tizzoni ardenti.
[…] “L’amore,” rispose. Lei impallidì e iniziò a divincolarsi. “Vattene o chiamo zio Serse.” “Ho
la sua benedizione.” “Non è possibile. Solo la prima notte di nozze mi puoi toccare.” “Se fossi
vergine. Ma non lo sei, visto che ti sei fatta chiavare da quel coglione. E allora posso prenderti
quando voglio.” Melody cercò di graffiargli la faccia e lui reagì con un pugno che la fece
barcollare. Ne approfittò per spingerla sul letto e saltarle addosso. Le sollevò la minigonna e le
strappò le mutandine. Tenendola ferma con una mano, si sbottonò la patta dei jeans. Melody
lottava con tutte le sue forze ma lui la costrinse a girarsi torcendole un braccio dietro la schiena, e
la prese da dietro. Melody gridò di dolore ma non si rassegnò e allungò le mani verso il comodino
dove teneva il rasoio. Christian la trattenne. Era troppo forte. Le venne dentro con un grugnito,
sancendo il suo potere su di lei, il diritto di proprietà conquistato sul campo con il massacro di
Renzo Russo604.
601
« Due mani grandi come badili ma molli e umide come spugne di impadronirono delle sue tette. “A’ cosetta,
fa a capisse.” Ksenia strillò e si ritrovò distesa su un tappeto antico, schiacciata dal peso dell’uomo. Gridò
riuscendo solo a farlo ridere. Lui le leccò le labbra e gli occhi. Le infilò la lingua in un orecchio». Ivi, p. 7
602
Ivi, p. 72
603
CARLOTTO M., VIDETTA M., Eva, cit., p. 116
604
Ivi, p. 116
159
Altro esempio di stupro è quello commesso dai fratelli Fabrizio e Graziano, due uomini
agli ordini di Antonino Barone.
Il loro cognome, Fattacci, è parlante e lascia intendere il tipo di vita che essi conducono
e il modo che hanno di agire: infatti, «fin da piccoli si erano distinti per furti, aggressioni e atti
di teppismo»605, ottenendo ben due condanne a loro carico, una con la condizionale e una
senza.
Inoltre, sono uomini totalmente privi d’onore e la loro parola, specie se data ad una
donna, vale molto poco, come dimostra una conversazione tra i due: «“Ma che hai fatto? Hai
giurato sul serio?” chiese Fabrizio. “Ma per chi m’hai preso? Lo sai che i giuramenti alle
donne non valgono”»606.
I Fattacci, dopo aver lavorato come contractor in Iraq, vengono raccomandati a Barone.
Dall’esperienza irachena «Graziano aveva mutuato l’uso del rottweiler per spaventare i
debitori […] La sevizia prevedeva che Fabrizio aizzasse il cane tenendolo per il guinzaglio in
modo da terrorizzare la vittima e distoglierla da Graziano che, con tecnica da manuale,
l’avrebbe immobilizzata da tergo»607.
È questa la tecnica che usano anche quando si recano al Desireè con lo scopo di punire,
violentandola, Monica la barista (ovvero Sara) per aver rivelato a Renzo Russo che le slot
machine del bar sono truccate:
Graziano […] si era messo a pestare alla cieca la ragazza, colpendola ripetutamente al volto e allo
stomaco fino a farla stramazzare sul pavimento. Poi l’aveva afferrata costringendola a mettersi a
quattro zampe e le aveva abbassato jeans e mutandine scoprendole il culo. […] Monica si sentì
colpire con precisione e forza calibrata al fianco sinistro, tra costole e rene […] si afflosciò […] e
l’uomo approfittò del momento per penetrarla. […] Monica scoppiò a piangere di disperazione e
di rabbia. Aveva fatto di tutto per tenere testa a quelle bestie anche se aveva capito subito che non
sarebbe uscita indenne da quella situazione. […] Si era battuta, ma quei due si erano solo divertiti
a pestarla. Ora quel porco la stava sodomizzando e il dolore era insopportabile608.
I fratelli Fattacci, però, pur risaltando per la loro crudeltà gratuita, non brillano per
intelligenza609: per questo Sara riuscirà con facilità a raggirarli e imbrogliarli, facendo credere
605
CARLOTTO M., VIDETTA M., Ksenia, cit., p. 121
Ivi, p. 140
607
Ivi, pp. 66-67
608
Ibidem
609
«Quei due coglioni credevano a ogni panzana […] Terminator aveva più cervello di loro». Ivi, p. 184
606
160
loro prima di aver rapito il loro cane con l’intenzione di farlo morire di fame per costruirsi un
tamburo610 e poi che il rottweiler si trova in un canile fuori città611, provocandone così
l’arresto.
Sempre nell’ambito della violenza sessuale, Carlotto e Videtta affrontano anche un altro
tipo di abuso, di sadismo sessuale, che non prevede l’uso della forza, ma della coercizione e
del ricatto e che provoca forte umiliazione nelle vittime.
È questo il caso esemplificato dalla figura di Giorgio Manfellotti: egli, infatti, non
picchia e non stupra le donne, ma, dopo averle sedotte, le sottopone a pesanti umiliazioni
sessuali612 alle quali le ragazze si prestano consenzientemente, prima perché innamorate di
lui, dopo perché sottoposte a ricatti:
“E invece so bene chi sei, Giorgio Manfellotti. Sei uno stupratore seriale. Assumi le ragazze come
segretarie. Le selezioni in base alla loro fragilità psicologica, le illudi, le rendi succubi e poi,
quando ti sei stufato e non ti eccitano più, le scarichi intestandogli uno squallido monolocale in
periferia. Le terrorizzi al punto che nessuna di loro ha mai avuto il coraggio di denunciarti”613.
Come afferma Milena, una delle sue vittime, Manfellotti «non è mai violento. È
umiliante. Ti spinge a vergognarti di te, e più ti vergogni meno hai la forza di confidarti con
qualcuno. A poco a poco ti convince che all’inizio piaceva anche a te» e «quando il gioco è
diventato veramente pesante ero ormai svuotata, incapace di reagire. Come imbambolata»614.
610
«Monica compose un numero. Rispose Fabrizio. Era in fila insieme a Graziano per porgere le condoglianze
ad Assunta. “Ciao!” “Chi sei?” “Monica, ti ricordi?” “Eccome no. Ti è venuta nostalgia del batacchio di mio
fratello o vuoi provare il mio?” “No, ti ho chiamato perché voglio parlare di tamburi […] la pelle migliore per i
tamburi è quella di cane, lo sapevi? […] la pelle giusta è quella dell’animale morto di fame. […] ho deciso di
farmi un bel tamburo con Terminator.” “Cosa? Non provare nemmeno a pensarlo, brutta stronza” […]
“Veramente il cane adesso ce l’ho io, ed è legato ad una catena corta, molto corta. Né acqua né pappa. Quando
suonerò il tamburo, penserò a voi”». Ivi, p. 121
611
In realtà la sorte del cane è molto diversa: «Terminator partì all’attacco ma i lacci in acciaio dei frustoni gli si
strinsero attorno al collo e lo immobilizzarono. Il cane venne fatto uscire e infilato in una gabbia all’interno del
furgone, che fece marcia indietro e si avviò verso l’uscita del Verano. Terminator sarebbe finito in un centro
specializzato nel recupero di cani aggressivi: un futuro pacioso e tranquillo, ma i fratelli Fattacci non sarebbero
mai venuti a saperlo». Ivi, p. 121
612
«“Da allora ho una terribile paura del buio e degli spazi chiusi. Però […] insieme alla paura, il fatto di
trovarmi bloccata, prigioniera […] non so come spiegarlo… mi fa provare un senso di eccitazione”. Un lampo
libidinoso attraversò la mente di Giorgio, che immaginò di sentirla urlare di terrore, legata al buio sul letto della
stanza accanto, che avrebbe trasformato per lei in una eccitante dark-room. Aveva fatto bene a dire a Ennio, il
suo autista, di aspettare in macchina. Difficilmente, dopo quello che le avrebbe fatto, la ragazza sarebbe riuscita
a tornare a casa da sola». CARLOTTO M., VIDETTA M., CARLOTTO M., VIDETTA M., Sara. Il sapore della
vendetta, Torino, Einaudi, 2013, p. 5
613
Ivi, p. 7
614
Ivi, p. 35
161
Egli inizia a sottopporre le suee vittime add umiliazion
ni solo dopo
o un certo pperiodo di tempo,
t
e
solo doppo aver insttaurato con loro un rappporto di fidu
ucia.
G
Giorgio, che pur non ussando la forrza rimane comunque una sorta ddi stupratoree seriale,
sceglie le ragazzee da abusarre con partticolare atteenzione. Essse devono avere deteerminate
caratteriistiche, quaali la remisssione e la ttendenza ad
d essere sottomesse, m
ma anche un
na buona
6
dose dii ingenuità615
, un bell’aspetto e, possibilmeente, una casa propriaa di cui eg
gli possa
“prendeere possessoo”.
b. Violeenza fisica
Altro tiipo di violeenza denuncciata nei roomanzi dei due autori italiani è qquella fisica. Sono
infatti m
molti i loro personaggii maschili cche non esittano a ricorrrere alla foorza e alle percosse
p
sulle doonne, per otttenere ciò ch
he voglionoo, o per puro
o piacere.
U
Un primo eseempio è, anccora una voolta, Antonin
no Barone: uomo di meentalità masschilista
e patriaarcale616 chee tende a diiventare vioolento se no
on viene acccontentato iin tutto e per tutto.
Così quuando Ksennia sbagliaa a cucinarre i piatti tipici italiaani617, lo ddisturba durrante la
“pennicca” pomeriddiana (anch
he solo giraando le pag
gine di un libro) o sbaaglia a tagliiargli le
unghie, Antonino la picchia e la umilia innsultandola:
mpito che noon la disturbaava
Oggni quindici giorni le ordinava di farggli il pedicuree. Era un com
paarticolarmentee. A casa era abituata
a
a taggliare le unghiie dei piedi allla nonna che non poteva più
p
chhinarsi. Ma noon era la stesssa cosa. Quanndo per sbagliio le strappava una pellicinna, sua nonna si
lim
mitava a morrmorarle di sttare attenta e le faceva un
na carezza su
ui capelli, meentre Barone le
moollava un cefffone chiaman
ndola “deficieente”. In casaa viveva in uno
u stato di pperenne terrore.
615
«La poovera ingenuaa si illudeva di
d trasformare quel convegn
no clandestino nell’inizio dii una relazione duratura
e magari paritaria. Eraa proprio una stupida impieegatuccia, terrrorizzata all’id
dea di sfiguraare con il suo fascinoso
principalee». Ivi, p. 4
616
Si pennsi, ad esemppio, al fatto ch
he nasconde ddel denaro sp
porco (che custodisce per aaltre famiglie e clan di
Roma, e che egli amaa definire “il tesoro del baarone”), di cu
ui sua sorella non conoscee nulla «semp
plicemente
perché, secondo lui, quuello era l’un
nico modo di rricordarle chee era il masch
hio della famigglia e che tocccava a lui
comandarre». CARLOTTTO M., VIDETT
TA M., Ksenia
a, cit., pp. 96-9
97
617
Si notti che il modo di mangiare, o per meglioo dire, di ingozzzarsi, dell’uo
omo è indice ssia della sua voracità
v
e
della sua avidità (infattti, grazie allaa sua attività ddi strozzinagg
gio e alla com
mplicità dei frratelli Fattaccii, tiene in
pungo m
molti negozi dii Roma, menttre altri li ha già acquisti), sia della suaa perversionee sessuale, che fatica a
conteneree. La “fame” di Antonino ha quindi moolti aspetti diiversi ed è ciò che alla finne lo porta allla morte:
Ksenia glli infila in boccca un grosso boccone di sppaghetti con il quale si soffo
oca.
162
Antonino la lasciava da sola per intere giornate, rientrava unicamente per i pasti. Eppure per
Ksenia il terrore continuava anche in sua assenza618.
Di mentalità simile è Santino Manunta, malavitoso appartenente ad «una banda di
maschi stupidi, volgari, pericolosi e violenti soprattutto con le donne»619. Egli infatti vive
nella convinzione che le «donne che avevano studiato e vivevano del proprio stipendio. Erano
abituate ad aprire bocca a sproposito, a pretendere, e avevano sempre a che fare con uomini
pronti a subire»620 e ritiene che debbano essere «messe in riga a forza di ceffoni. E sua moglie
ancora li prendeva, perché ogni tanto dimenticava cosa fosse il rispetto»621. Come Giorgio
Manfellotti, Manunta seleziona accuratamente le donne circondandosi di ragazze che può
«dominare, tra violenza fisica e ricatto economico»622, e allo stesso modo del giovane
rampollo, anche Santino finirà con il commettere l’errore di farsi ingannare da Sara, «perché
non capiva nulla di donne»623.
Maschilista e, quantomeno, attratto dall’uso della violenza fisica si rivela essere anche
Renzo Russo quando spinge con violenza la commessa che lavora al Vanità (e per la quale poi
lascia Eva), facendola cadere e ferire, o quando ha l’impulso di picchiare Sara per vendicarsi
del fatto che la donna si è presa gioco di lui.
Gli esempi di violenza fisica nei quattro romanzi proseguono con Lello Pittalis, colui
che, grazie anche all’aiuto di Tigran, uno dei boss mafiosi di Novosibirsk, gestisce un mercato
di schiavitù e ha venduto Ksenia ad Antonino Barone.
Quando le ragazze a cui offre il suo aiuto scoprono il suo vero volto è troppo tardi: si
ritrovano rinchiuse in una prigione dalla quale per loro è difficile, se non impossibile, poter
uscire vive. Levata la maschera del bravo ragazzo, Pittalis non esita a ricorre alle minacce e
al ricatto per intimorire le sue vittime e obbligarle a non fuggire o denunciare. Venduta
Ksenia ad Antonino, ad esempio, la accompagna all’obitorio per mostrarle ciò che potrebbe
accaderle se ella decidesse di ribellarsi:
Pittalis diede uno strattone al lenzuolo facendolo cadere a terra. Ksenia si ritrovò a fissare una
ragazza della sua stessa età, forse di un paio d’anni più vecchia. […] “Volete andare via dalla
618
CARLOTTO M., VIDETTA M., Ksenia, cit., p. 24
CARLOTTO M., VIDETTA M., Sara…, cit., p. 97
620
Ivi, pp. 89-90
621
Ibidem
622
Ibidem
623
Ibidem
619
163
Siberia e vi rivolgete alle agenzie matrimoniali […] Questa ragazza ha detto addio alla vita perché
non è stata abbastanza furba da capire che non bisogna creare problemi a chi fa di tutto per
aiutarti”624.
E poi prosegue la minaccia dicendole che se si fosse rifiutata di obbedire a lui e ad
Antonino, il suo socio in affari, Tigran, avrebbe mandato «i suoi uomini a trovare [sua]
nonna, [sua] mamma e le [sue] sorelle»625. Per Ksenia, Pittalis ha «un trogolo al posto del
cervello e del cuore», è «un sacco di letame che l’aveva privata del diritto di sognare e
costretta sopravvivere»626, trasformandola in una schiava.
Lello Pittalis, si noti, ama picchiare le donne e «avrebbe voluto farlo spesso con la
moglie, ma quella stronza non la poteva toccare nemmeno con un dito. Si sarebbe lamentata e
il padre e i fratelli gliel’avrebbero fatta pagare»627. Per questo motivo si sfoga unicamente
sulle donne che vittime della tratta, come Ksenia, alla quale, mentre cerca di costringerla con
i pugni a spiegargli che tipo di rapporto avesse con Assunta Barone, dice: «Sai cosa penso?
[…] Che a te prendere schiaffi piace da matti. Tu e io siamo fatti l’uno per l’altra» 628.
Un giorno durante un interrogatorio a seguito della morte di Antonino
afferrò la siberiana per i capelli e la costrinse a inginocchiarsi. “Antonino è morto ma tu sei
sempre mia,” sussurrò minaccioso. “Adesso te ne stai buona qui a recitare la parte della vedova
fino a quando non avrò deciso a chi rivenderti. Altrimenti lo sai cosa succederà, vero? Chiamo
Tigran Nebalzin e la tua famiglia è fottuta, finisce a pezzettini. Hai capito?” Ksenia tacque. Lello
strinse più forte […] la schiaffeggiò fino a quando Assunta non gli disse di smetterla. Ksenia […]
sfidò lo sguardo di Assunta. Il suo sorriso beffardo non sfuggì a Pittalis il quale, non sapendo bene
come interpretarlo, si scagliò ancora su di lei629.
Pittalis non è l’unico personaggio della serie che trae piacere e divertimento nel
picchiare le donne. Infatti, anche Carlo Vasile manifesta un odio spietato verso il genere
femminile, al punto che, in presenza di donne il suo capo, Santino Manunta, è obbligato a
farlo sempre affiancare da qualcun altro, «non tanto perché a Vasile servissero delle guardie
del corpo, ma per impedirgli di esagerare. Lui con le donne perdeva la testa»630.
624
CARLOTTO M., VIDETTA M., Ksenia, cit., pp. 16-17
Ibidem
626
Ivi, p. 19
627
Ivi, p. 94
628
Ivi, pp. 112-113
629
Ivi, pp. 92-93
630
CARLOTTO M., VIDETTA M., Sara…, cit., pp. 91-92
625
164
Nei romanzi di Carlotto e Videtta, l’apice della violenza fisica è raggiunto proprio nelle
figure di Vasile e Christian Mascherano, giovane violento e crudele, che non esitano a
uccidere le persone a sangue freddo. Vasile, ad esempio, una volta aveva costretto Santino
Manunta ad «aiutarlo a scavare una fossa per far sparire una poveraccia su cui si era
accanito»631. Tra le vittime di Christian, invece, troviamo indifferentemente uomini e donne
(che in aggiunta vengono stuprate), ad esempio: Renzo Russo, l’ex marito di Eva, i cui errori
sono stati sedurre la giovane Melody e sottrarre ventimila euro a Serse, il capo del clan, e una
giovane prostituta nigeriana uccisa a pugni perché non «aveva ancora abbastanza esperienza
per sapere che con i cani feroci bisognava rimanere immobili, perché correre significava
diventare automaticamente una preda»632:
Scelse la più giovane. Era bruttina e impacciata, non ci sapeva proprio fare. Doveva essere sulla
strada da poco. Christian […] la prese da dietro. Ma venne subito e diede la colpa alla ragazza. La
afferrò per i capelli e le sbattè la testa sul cofano. La nigeriana, terrorizzata, fuggì gridando. […]
Christian la raggiunse, la spinse a terra e si mise a cavalcioni per immobilizzarla. Mentre
prendeva dalla tasca il tirapugni controllò che la zona fosse deserta, poi iniziò a colpirla al volto633
Ma anche la stessa Melody Mascherano che, prima di essere violentata, viene
selvaggiamente picchiata per aver osato rifiutare le proposte sessuali del ragazzo.
Come si accorgerà quasi subito Ksenia, che «dopo aver visto suo padre ubriaco e suo
fratello sfregiare una ragazza solo perché gli aveva risposto male, […] si era convinta che
non ci fosse niente di più terribile del maschio siberiano […] gli uomini bevevano e
picchiavano le mogli»634, quando si tratta di violenza sulle donne non c’è differenza tra
italiani e stranieri.
2.3.2. Quando le donne si vendicano
Carlotto e Videtta affermano la necessità per le donne di smettere di subire in silenzio e di
reagire alle violenze subite.
Il modo migliore, secondo i due autori è nel cameratismo, nell’unione delle forze perché
«nell’unione [le donne] trovano la forza per salvaguardare i sentimenti più forti: l’amore,
631
Ibidem
CARLOTTO M., VIDETTA M., Eva, cit., p. 126
633
Ibidem
634
CARLOTTO M., VIDETTA M., Ksenia, cit., p. 18
632
165
l’amicizzia, la soliidarietà, il senso dellla vita. Laa vita diveenta un proogetto che diventa
6
realizzaabile solo neell’unione»635
.
Peer questo motivo
m
le prrotagoniste della serie Le vendica
atrici, una iin particolaare, sono
donne ccombattive, che decido
ono di reagiire agli abusi subiti perr riscattarsii e liberarsi dai loro
oppressori e che sii aiutano a vicenda,
v
forrmando un gruppo com
mpatto e cooeso. La vio
olenza di
genere, secondo Caarlotto, è un
na questionne politica e il fatto di aver
a
creato simili perso
onaggi è
da leggeersi come una presa di posizione rrispetto al prroblema.
a. Sara
Il primoo personagggio femminiile di questaa saga che merita atten
nzione è Saara. Questa giovane
donna, ex agente speciale deelle forze ddell’ordine, ha molte caratteristich
c
che in comu
une con
Lisbeth Salander e con altre vendicatrici
v
della letteraatura, al pun
nto che puòò essere con
nsiderata
l’animaa (nonché l’unica vera vendicatricce) della serrie: come leeggiamo annche in Eva, infatti,
Sara «erra stata cressciuta e add
destrata per eessere una guerriera.
g
Una
U vendicat
atrice»636.
L’importanzaa di questto personagggio, il cu
ui interven
nto è semppre decisiv
vo nella
risoluziooni delle siituazioni prresentate, è tale che nel
n volume ad esso deedicato le altre
a
tre
protagoniste del ciiclo (Luz, Ksenia
K
ed E
Eva) non compaiono e non agiscoono. Essa, in
noltre, è
conferm
mata anche da Marco Videtta chhe in un’in
ntervista andata in ondda sul prog
gramma
Letterattitudine in Fm a Rad
dio Hinterlaand ha affeermato che il sottotitoolo Il prezzzo della
vendettaa presente nel
n libro naasce «dalla necessità di
d evidenziaare che in qquel terzo romanzo
r
non ci sarebbe sttata la corralità637 deii primi due. “Sara” ha una traama assolu
utamente
individuuale»638. Esso, dunque non era preevisto anchee per gli altrri tre racconnti, ma «in seguito
s
i
nostri eeditor dellaa Einaudi, anche
a
alla luce del fortunato
fo
risscontro di vendite [del terzo
volume…] ci hannno chiesto di
d proseguirre su questaa strada ancche con l’ulltimo romanzo che
però torrnava ad esssere corale»
»639.
Saara, si è dettto, presenta molti trattti in comun
ne con altree vendicatriici della lettteratura.
Primo e più evidennte di questi è l’abilitàà nel travesstimento: co
ome Lisbetth Salander, infatti,
635
http://w
www.glialtrioonline.it/2013//06/18/massim
mo-carlotto-le-donne-devon
no-riaprire-il-cconflitto cit.
CARLO
OTTO M., VID
DETTA M., Eva
a, Torino, Einaaudi, 2013, p. 183
637
Si tengga presente chhe il cameratissmo è molto iimportante perr Carlotto: seccondo lui, infa
fatti, è l’unionee che fa la
forza, perr questo invitaa le donne ad unirsi
u
e a ribeellarsi tutte inssieme.
638
http://lletteratitudineenews.wordpreess.com/20144/01/11/interviista-a-marco-v
videtta (ultimoo controllo 25
5/02/2014)
639
Ivi
636
166
anche lei possiede diverse identità ed è per tutti quasi impossibile sapere chi sia veramente640.
Nel primo romanzo della serie, dedicato a Ksenia, ad esempio, Sara è nota come Monica, la
barista coatta, menefreghista e dalle orecchie a sventola che lavora al bar Desireè. Altre
maschere le usa ad esempio: per affittare un appartamento con il nome di Sara Safka641,
giovane architetto in carriera; quando si reca a minacciare don Carmine e non vuole essere
riconosciuta dall’esterno642; quando interpreta il ruolo della spacciatrice cinica e spietata per
ottenere informazioni sui Manfellotti643 e anche quando, per avvicinare Giorgio Manfellotti,
finge di essere una ragazza remissiva ed indifesa:
I requisiti erano ideali: timida, impacciata, maldestra, con due occhioni che lo fissavano adoranti
come a supplicarlo di fare di lei quello che voleva. Non c’era stato nemmeno bisogno di ricorrere
alla solita, noiosa cena preliminare al ristorante. Lui avrebbe preferito prendere «possesso» anche
della sua casa, ma purtroppo Sara non viveva da sola644.
Altra caratteristica che Sara condivide con Lisbeth e con le altre vendicatrici è la
premeditazione. La ragazza infatti non lascia quasi nulla al caso645, tranne in qualche rara
occasione in cui rabbia e umiliazione prevalgono sulla razionalità, come ad esempio quando,
dopo essere stata violentata dai fratelli Fattacci dentro al Desireè, viene raggiunta dal sor
Mario (ex-proprietario), che si era allontanato senza avvisarla del pericolo imminente:
Il sor Mario […] era rimasto in macchina a racimolare la dose di coraggio necessaria per guardare
in faccia la ragazza che avevano violentato con la sua complicità. Si sentiva una merda e un
vigliacco. Ma più che con sé stesso ce l’aveva con la barista, che l’aveva messo in quella
situazione. […] “Monica […] che t’hanno fatto?” […] La ragazza tirò su col naso. “Mi hanno
640
Quando Serse Mascherano le chiede se non ha paura di una sua possibile vendetta, Sara risponde: «Non sei
così stupido […] Di me non sai nulla, e se provi a toccare Eva io ti scovo ovunque. Anche in galera». CARLOTTO
M., VIDETTA M., Eva, cit., p. 179
641
«Tailleur, scarpe col tacco, finti occhiali da vista, trucco marcato, lunghi capelli sciolti che ben nascondevano
le orecchie a sventola. Certa che nessuno l’avrebbe riconosciuta, era passata tranquillamente davanti al bar dove
aveva lavorato, sfidando lo sguardo di diverse persone che aveva servito. Anche il nome non era più lo stesso».
CARLOTTO M., VIDETTA M., Ksenia, cit., p. 126
642
«la donna era sbucata dal nulla. Un’apparizione diabolica nascosta sotto una parrucca bionda e un paio di
occhialoni scuri. […] “Per l’amor di Dio, non sparare,” supplicò il prete. “Te lo meriteresti, ma non lo farò se
non me ne darai motivo”». CARLOTTO M., VIDETTA M., Sara…, cit., p. 51
643
«Sara fece di tutto per non pensare a Manfellotti che abusava di Caterina. […] Si sforzò di rientrare nella
parte della pusher irridente e cinica». Ivi, p. 31
644
Ivi, p. 3
645
«Prendere le bestie coi lacci, accerchiare i coi cani ampie radure […] È questo che dobbiamo fare. […] La
vendetta è come la caccia. Richiede freddezza e una paziente strategia». CARLOTTO M., VIDETTA M., Ksenia,
cit., pp. 191-192
167
stuprata, sor Mario,” rispose gelida. “Mi spiace […] Se vuoi andare a casa qui ci penso io”. “Ma
non mi dica, sor Mario! Sarebbe davvero così gentile da lasciarmi la serata libera dopo che sono
stata massacrata in questo cazzo di bar di cui le finge di essere ancora il proprietario […] Ci ha
proprio ragione, sor Mario. Ti spaccano il culo, ma poi passa, ti senti meglio e torni qui a farti
ridere in faccia da quelle merde dei fratelli Fattacci,” disse Monica girando intorno al bancone.
Sferrò un pugno che raggiunse il sor Mario al naso e un altro alla bocca dello stomaco. […]
“Brutto pezzo di merda,” gridò Monica. “Lo sapevi che sarebbero venuti e te ne sei andato senza
avvertirmi. Bastava una parola per salvarmi.” “Non potevo.” “Sì, che potevi,” lo incalzò la
ragazza, continuando a colpirlo con la punta delle grosse scarpe da ginnastica. “Ma in fondo non
era così importante. Una ripassata ci poteva anche stare, vero?” […] Prima di andarsene,
raccomandò al sor Mario di trasmettere un messaggio ai fratelli Fattacci: “Non è finita qui”. […]
Monica […] aveva commesso un errore mettendosi in mostra. Si era imposta di recitare il ruolo
della barista coatta e menefreghista ma alla fine il suo carattere l’aveva tradita. […] Quella merda
del sor Mario avrebbe certamente riferito il suo messaggio ai fratelli646
Altra caratteristica che ha in comune con le altre vendicatrici, è l’uso di metodi al limite
della legalità e il fatto di ricorrere alla violenza, senza aver paura, in caso di necessità, di
uccidere. Sara, infatti, «parlava di vendetta e non batteva ciglio nel vedere gente morire tra
atroci sofferenze» 647 e spesso minaccia i suoi nemici di morte:
“Se non mi dici chi fu a rapire mio padre, ti ammazzo come un cane”648.
“Se avverti questo Barretta, ammazzo te e la tua famiglia. Sai che ne sono capace,” disse Sara,
prima di abbassare la pistola. Manfellotti annuì649.
Al pari di Lisbeth, inoltre, Sara si vendica dei torti subiti ripagandoli con la stessa
moneta (o raddoppiando il prezzo), come dimostrano le minacce rivolte ai fratelli Fattacci650
e la richiesta ad un amico carcerato di rendere il loro soggiorno in prigione un inferno651, o il
discorso fatto a Ksenia:
646
Ivi, pp. 80-82
Ivi, p. 229
648
CARLOTTO M., VIDETTA M., Sara…, cit., p. 62
649
Ivi, p. 63
650
«Ve la farò pagare, bastardi, figli di puttana. Vi farò così male che vi passerà la voglia di violentare le donne».
CARLOTTO M., VIDETTA M., Ksenia, cit., pp. 66-67
651
«Da poco sono arrivati due fratelli, Graziano e Fabrizio Fattacci. […] Mi hanno violentata. E hanno abusato
pure di altre donne. […] Li attende un periodo di detenzione piuttosto lungo. Mi piacerebbe che si trasformasse
in un incubo […] non voglio che la passino liscia. Per due così, scontare la pena non basta». Ivi, pp. 236-237
647
168
“Nella vendetta non c’è limite alla fantasia. Usala. Sei nella condizione di infliggere ad Assunta
Barone sofferenza allo stato puro. […] La vendetta è sempre approssimativa. Per questo deve
essere necessariamente spietata, implacabile”652.
Oppure, ancora, come si evince dal trattamento riservato ai malavitosi Santino Manunta
e Carlo Vasile653, o dall’umiliazione inflitta a Manfellotti654 (che è identica al modo che egli
ha di trattare le sue vittime):
Giorgio Mafellotti iniziò a spogliarsi piagnucolando. Alla fine, quando indossò la crestina e si
riflesse nell’anta della credenza, scoppiò in un pianto dirotto. […] Quando cominciò a riprenderlo
col telefonino, lui perse la testa e tentò di aggredirla. Sara lo picchiò con il calcio della pistola,
misurando la forza dei colpi ed evitando la faccia655.
Sara, come Lisbeth ed Aomame, vendica anche i torti subiti da altre donne o agisce per
fermare gli uomini violenti, impedendo loro di abusare di nuove vittime. È questo, ad
esempio, il caso di Carlo Vasile che «era conciato male, ma sarebbe sopravvissuto per
guardarsi allo specchio e vedere il volto di Tatiana e di tutte le altre che aveva ridotto allo
stesso modo»656, di Giorgio Manfellotti (al quale Sara dice espressamente che vuole
impedirgli di abusare di altre donne), o dei fratelli Fattacci, i quali «stupravano le donne e
andavano fermati e puniti il prima possibile»657.
Sara, inoltre, punisce anche coloro che si rendono complici del crimine, come il barista
“sor Mario” 658 o Ennio, l’autista di Giorgio Manfellotti:
La ragazza estrasse dalla borsetta uno spray antiaggressione al peperoncino e lo spruzzò negli
occhi e nelle narici di Ennio, che in preda al dolore e al panico per l’improvvisa cecità si precipitò
652
Ivi, pp. 191-192
«“Con Vasile hai perso il controllo. Gli hai cambiato i connotati.” “Era un picchiatore seriale di donne.
Godeva quando le sfigurava a pugni. Gli ho solo insegnato le buone maniere”». CARLOTTO M., VIDETTA M.,
Sara…, cit., p. 119
654
«Manfellotti […] avrebbe imparato a proprie spese che dietro una vittima perfetta poteva celarsi una
pericolosa avversaria. Una giustiziera, una vendicatrice […] Sara era decisa a farglielo scoprire il prima
possibile». Ivi, p. 8
655
Ivi, p. 38
656
Ivi, p. 103
657
CARLOTTO M., VIDETTA M., Ksenia, cit., p. 223
658
«“Perché hai messo in mezzo anche il barista?” “Poteva salvarmi dallo stupro e si è guardato bene dal farlo,”
rispose Sara in tono duro». Ivi,. 131
653
169
fuori dalla macchina. Sara lo spinse a terra e lo colpì con cattiveria. “Tu sei complice, […]
Riaccompagni a casa le ragazze dopo lo stupro e le terrorizzi quando il tuo padrone le scarica”659.
Per concludere l’analisi del personaggio di Sara d’Avossa, ricordiamo che un altro
fattore che la avvicina a Lisbeth Salander è che entrambe sembrano vulnerabili660: Sara
perché vuole sembrare tale o perché viene sottovalutata dagli uomini in quanto donna,
Lisbeth, invece, a causa della sua corporatura e del suo atteggiamento. Si noti che secondo
Sara «la nostra forza è proprio l’apparente vulnerabilità»661, perché grazie ad essa le altre
persone tendono a non preoccuparsi seriamente del pericolo che queste donne rappresentano
e abbassano così la guardia. Va detto che, come anche Lisbeth, Sara non è mai realmente
indifesa, nemmeno quando viene violentata dai fratelli Fattacci e non riesce a reagire662 o
quando è completamente ubriaca e fuori forma fisica:
Lei beveva e ascoltava senza guardarlo. Ogni tanto ridacchiava. Renzo era sicuro di guadagnare
terreno a ogni fesseria che gli usciva di bocca, ignaro che Sara rideva di lui e della sua infinita
dabbenaggine. Non aveva capito che la disperazione di Sara era diventata incontenibile dopo che
la sua vita era stata travolta dalla furia distruttrice delle menzogne altrui, che ormai fiutava,
riconosceva e stanava nel momento in cui venivano pronunciate. […] Nonostante l’alcol che
aveva ingurgitato, [Sara] si alzò di scatto e si impadronì del polso dell’uomo, che si trovò con la
faccia affondata nel tappeto, il braccio piegato dietro la schiena e il ginocchio della donna piantato
nella spina dorsale. […] “Ti volevi approfittare di una povera donnetta sbronza, vero?” […]
Renzo non aveva mai provato un dolore così atroce. Avrebbe confessato qualsiasi cosa, ma fu
sufficiente dire la verità. […] Sara lo lasciò andare. […] Renzo […] esibì il meglio del suo
repertorio da uomo pentito e disperato, con l’unico risultato di sentirsi dire: “Se non te vai subito,
ti faccio male sul serio. […] Ti avevo avvertito che sono una di cui avere paura”. Renzo […]
mentre valutava la possibilità di darle una lezione, si accorse che lei non aspettava altro.
Desiderava che la aggredisse. Glielo lesse negli occhi. E finalmente ebbe paura. Arretrò fino a che
non fu al sicuro, raccolse le poche cose con le quali era arrivato e qualche ninnolo d’argento
sgraffignato all’ultimo momento , e se ne andò chiudendo piano la porta663.
659
CARLOTTO M., VIDETTA M., Sara…, cit., p. 9
Anche se, in realtà, ciò vale molto più per la seconda che non la per la prima.
661
CARLOTTO M., VIDETTA M., Ksenia, cit., p. 190
662
«“Quei due sono delle bestie ma tu avresti potuto rendergli la vita difficile, lo sappiamo entrambi” […] Come
sempre Spina capiva le cose al volo […] “Ho tirato un calcio al cane ma poi mi sono bloccata […] Quando ho
capito che mi avrebbero violentata non sono stata più in grado di reagire sul piano fisico. Li ho solo minacciati e
insultati”». Ivi, p. 183
663
CARLOTTO M., VIDETTA M., Eva, cit., pp. 47-49
660
170
b. Ksennia
Ksenia Semënova è una spossa siberianaa, cioè unaa donna chee inconsapeevolmente è caduta
nella m
mani della mafia,
m
nel tentativo ddi fuggire dalla
d
realtà del suo Paaese, e chee è stata
acquistaata da un uomo
u
straniero con il qquale si do
ovrebbe spo
osare (in quuesto caso l’italiano
l
Antoninno Barone).. Ksenia è nelle
n
mani di colui ch
he l’ha cond
dotta in Itallia, Lello Pittalis, il
quale haa posto sottoo sequestro il suo passaaporto per impedirle
i
il rimpatrio.
Laa forza di questa
q
giov
vane ragazzaa, poco più
ù che venten
nne, risiedee inizialmen
nte nella
sua cappacità di soppportare co
on stoicismoo i soprusi che subiscee da Barone
ne e sua sorrella, ma
anche dda Pittalis, per
p impediree che la maafia russa po
ossa rivalerssi sulla sua famiglia in
n Siberia.
Ksenia, infatti, dim
mostra di prreferire di ggran lunga il rischio di
d morire, coome la ragaazza che
Pittalis le mostra all’obitorio
a
con lo scoppo di spaveentarla, piutttosto «che Tigran Neb
balzin si
vendicaasse sulla suua famiglia»
»664.
G
Gli abusi su Ksenia
K
sono
o principalm
mente di nattura sessuale e psicologgica, ma non manca
anche lla violenza fisica rapp
presentata ddai ceffoni di Barone,, che la raggazza è co
ostretta a
sposare, e dai pugnni di Lello Pittalis. Coome spesso accade anch
he nella reaaltà, le impllicazioni
psicologgiche della violenza, seessuale e noon, risultano
o essere queelle più diffficili da affrrontare e
superaree: infatti, mentre «lle ferite ddel corpo avrebbero impiegatoo molti giiorni pe
rimargiinarsi. Quellle dell’anim
ma forse nonn si sarebbeero mai cica
atrizzate dell tutto»665.
Soolo quando incontra Lu
uz Hurtado,, la prostitu
uta brasilian
na del condoominio di frronte, in
Ksenia inizia a nasscere un sen
ntimento di speranza e diventa sem
mpre più preessante la necessità
n
o
della gente (che la vede sollo come
di fuggiire dalla sua prigione6666 e di riscaattarsi agli occhi
una straaniera che ha sposato lo
o strozzino pper conveniienza econo
omica667).
Così, nel moomento in cui
c Ksenia vede Anton
nino Barone molestaree sessualmeente Eva
d’Angello, decide che
c è ora ch
he qualcunoo si ribelli alle sue preepotenze e,, senza pensare alle
conseguuenze, gli infila
i
un bo
occa a forzza un grosso grumo di
d pasta, prrovocandon
ne senza
664
CARLO
OTTO M., VID
DETTA M., Ksenia, cit., p. 19
9
Ivi, p. 44 (corsivo nel testo)
666
«I suoi padroni eranno certi della sua docile raassegnazione. Invece Ksenia
a provava rabbbia e covava speranza.
[…] ancoora non sapevva come avrebbe fatto, maa di sicuro avrrebbe lottato fino
f
in fondoo per riprendeersi la sua
vita». Ibiddem (corsivo nel testo)
667
Alla ffine ci riesce e le persone capiscono «cche era solo una
u vittima dell’inganno e della soprafffazione. Il
coraggio che aveva dim
mostrato nel ribellarsi
r
era ddiventato esem
mpio per tutti, soprattutto peer quelle donn
ne che ora
dimostravvano la loro solidarietà riempiendosi
r
le braccia di
d profumi e creme, e sppostandosi allla cassa».
CARLOTTTO M., VIDETTTA M., Eva,citt., p. 45
665
171
volerlo la morte668. Le due donne, su suggerimento di Luz e Felix, decidono di simulare un
incidente e denunciano l’accaduto solo qualche ora più tardi e dopo aver svuotato la
cassaforte dai gioielli che lo strozzino aveva sottratto ai commercianti della zona. Solo
Assunta Barone capisce che si tratta di omicidio.
La morte di Barone, però, non segna per Ksenia la fine dell’incubo: Pittalis, infatti,
vuole rivenderla ad un altro uomo perché per lui la ragazza gli appartiene da quando ha deciso
di lasciare la Siberia, ma «si sbagliava. Non era affatto di sua proprietà, e non l’avrebbe
rivenduta a nessun altro. E Lelluccio bello avrebbe smesso di ripetere che Tigran si sarebbe
occupato dei suoi cari. Non aveva capito che, morto Barone, era lui il problema urgente da
risolvere»669. Così Ksenia giura a sé stessa che «nessun maledetto mandavoshka, nessun
parassita del cazzo le avrebbe [di nuovo] calpestato la dignità. […] Aveva dormito per troppo
tempo ma ora era pronta a combattere […] a riprendersi la vita»670.
La ragazza escogita allora uno stratagemma per imbrogliare Assunta Barone e Pittalis,
vendicandosi così al contempo degli abusi subiti. Per rivalersi su Assunta, ad esempio, Ksenia
decide di distruggere tutti i “ricordi” legati alla storia d’amore con il fratello (ovvero foto e
lettere che testimoniano la sodomizzazione di giovani ragazze, tra le quali vi è anche la stessa
siberiana):
Ksenia sorrise. Prese le fotografie e le lettere che documentavano la storia d’amore tra i fratelli
Barone e le dispose con cura sulla montagna di carne putrefatta. […] Assunta gridò di dolore e
disperazione. Poi si buttò in ginocchio su quell’ammasso orrendo cercando di salvare qualche
ricordo, incurante delle ustioni che procurava alle mani. […] Alle sue spalle la siberiana fissava la
scena con la calma glaciale di chi assapora la vendetta671.
Di Pittalis, invece, non avrà modo di vendicarsi direttamente perché Assunta lo uccide
prima, credendolo responsabile dell’omicidio di Antonino.
668
«[Ksenia] raccolse da terra la forchetta, la rigirò negli spaghetti fino a raccogliere una notevole quantità di
pasta e poi, come se stesse impugnando Excalibur, la infilò nella bocca semiaperta di suo marito, trafiggendogli
la lingua. L’uomo grugnì di dolore e per un attimo i suoi occhietti fissarono sorpresi quelli della giovane moglie.
Di certo non era abituato a subire l’ira delle sue vittime. Schizzò in piedi, strappandosi la forchetta dalla bocca,
ma non riuscì a liberarsi dell’enorme matassa di spaghetti che gli ostruiva la gola. […] Crollò sulla sedia e nel
tentativo di rialzarsi cadde all’indietro battendo violentemente la testa sul bordo di un tavolino di cristallo.
Rimase immobile, mani e piedi spalancati, mentre una pozza di sangue si allargava sotto la nuca […] “È morto”
sussurrò Eva dopo un paio di minuti in cui entrambe non avevano nemmeno osato respirare. “Non volevo,” si
difese Ksenia. “E adesso cosa facciamo?”». CARLOTTO M., VIDETTA M., Ksenia, cit., p. 44
669
Ivi, p. 92
670
Ivi, p. 93
671
Ivi, p. 205
172
Ksenia, quindi, dopo la morte di Barone comincia a manifestare un atteggiamento
nuovo, non più di rassegnata accettazione e leggermente aggressivo672. Si prenda ad esempio
quando colpisce Renzo con una padella per aver insultato lei e Luz:
“Belle dame di compagnia ti sei scelta [Eva]. La strozzina e la battona…” Il colpo arrivò
all’improvviso e lo prese in piena faccia. Renzo sentì un incisivo spezzarsi e un dolore bestiale al
naso. […] Ksenia era pronta a colpire di nuovo. Nella destra stringeva il padellone di rame ancora
avvolto nella carta da imballaggio […] aveva giurato a sé stessa: mai più un uomo si sarebbe
permesso di offendere lei o qualunque donna in sua presenza673.
Si noti, comunque, che la ragazza non riuscirà a liberarsi dell’ingombrante presenza dei
suoi aguzzini senza l’intervento di Sara674 e fino a quando, riflettendo sul comportamento e
sulle dure parole della ragazza e dopo il rapimento di Lourdes (figlia di Luz), non comprende
che se si decide di compiere una vendetta non ci si può fare scrupoli di alcun genere675,
nemmeno a provocare la morte di qualcun altro676 perché altrimenti le ripercussioni
potrebbero essere altrettanto gravi dei torti subiti.
Ksenia, quando viene incarcerata con l’accusa dell’omicidio di Wilson Martinez, di cui
la incolpa anche Luz, ha anche modo di conoscere alcune altre donne che hanno vissuto
vicende analoghe alla sua (ma non altrettanto fortunate da vedere il delitto commesso venire
archiviato come incidente). La ragazza viene infatti invitata da diverse carcerate a
condividere la cella, ma si tratta in quasi tutti i casi di malavitose coinvolte in traffici di droga
672
«Un’ultima cosa [Lello …] prova ancora a mettermi le mani addosso e il prossimo funerale sarà il tuo». Ivi,
pp. 186-187
673
Ivi, p. 169
674
«Ti devo parlare […] di Assunta Barone, di Marani, dei fratelli Fattacci. […] Ti faranno ancora del male. […]
i fratelli Fattacci mi hanno violentata su ordine del tuo ex marito […] e a te capiterà di peggio. […] Per il tuo
bene […] ti chiedo solo di ascoltarmi. […] Sei in guerra, Ksenia». Ivi, pp. 186-187
675
«Ksenia le strinse forte il polso. “Avevi ragione tu.” Sara accennò un sorriso ironico e la spinse da parte. “Luz
è in ospedale, forse morirà […] Assunta e i suoi scagnozzi hanno rapito Lourdes. Luz ha perso la testa e si è fatta
massacrare.” “Se non ti fossi persa dietro il tuo buonismo del cazzo, Assunta starebbe in galera insieme a quesgli
altri bastardi. […] Piangere è tutto quello che ti resta e forse è la cosa che sai fare meglio.” “Ti sbagli. Ora sono
pronta […] Voglio andare fino in fondo.” “Voglio, voglio… e poi ti fai prendere dagli scrupoli, dalla pietà.”
“Questa volta non accadrà. […] voglio solo salvare la bambina, […] tutto il resto non ha importanza”». Ivi, pp.
291-292
676
«Ksenia e Sara […] udirono perfettamente le grida di dolore. La siberiana afferrò il braccio dell’altra.
“Chiama la polizia,” sussurrò. “Non è ancora il momento.” “Ma sei impazzita? Non senti cosa gli stanno
facendo?” “Devi capire due cose, Ksenia,” sibilò Sara. “La prima è che meritano di soffrire, la seconda è che più
tardi arrivano gli sbirri, più gravi sono i reati di cui verranno accusati” […] “Basta. Chiamo io […] non voglio
essere complice.” “Dopo tutto quello che ti hanno fatto hai ancora di questi scrupoli? La vendetta ha il suo
prezzo, ti avevo avvertita.” “Io me ne vado, […] e fermo la prima macchina che passa per strada.” Sara si arrese.
“D’accordo. Torniamo all’auto e mentre ci allontaniamo lancio l’allarme”». Ivi, p. 225
173
o con laa mafia677. Fanno eccezione soloo le donne della “stanzza” 132 chhe sono statte «tutte
condannnate per avver ammazzzato ’n omoo»678. Ksen
nia chiede allora
a
di esssere assegn
nata alla
cella deelle «assasssine di uom
mini»679, chhe si rivelaano essere «le donne più tranqu
uille del
carcere.. Non eranoo violente, prepotenti
p
e arroganti e non volevano avere nnulla a che fare
f con
le crimiinali comunni»680.
Cllaudiona la sccopina, Vincenza e Tania. […] erano diiverse. Stavan
no pagando peer una cosa che
c
anndava fatta. […
…] Tre uominii morti che ill pubblico min
nistero e la parte civile avevvano dipinto nel
n
coorso delle loroo arringhe com
me vittime innnocenti di esseeri aberranti. Ma
M […] non m
meritavano cerrto
tuttti quegli annni. […] Tropp
po gravoso il fardello di anni
a
di angherie, soprusi, vviolenze. Eraano
arrrivate al proceesso certe di essere
e
capite m
ma si erano tro
ovate di frontee a un muro di ostilità681. […
…]
i ggiudici togati le incalzavan
no chiedendoo perché non si fossero lim
mitate a separrarsi […] Tan
nta
stuupidità le avevva costrette neel ruolo di abbbiette assassin
ne682.
c. Eva e Melody
Eva d’A
Angelo e Melody
M
Masccherano sonno due donn
ne opposte tra loro: laa prima è mora,
m
dai
modi afffabili e ha quarant’ann
ni; mentre lla seconda è poco più che ventenn
nne, bionda, atletica
e, apparrtenendo add una famigllia di malavvitosi, non esita
e
a ricorrrere alla vioolenza. Le due
d sono
però leggate dall’am
more per lo
o stesso uom
mo, Renzo Russo, e ancora
a
di piiù dalla suaa morte,
causata da un mem
mbro del claan Mascheraano. Per queesta ragionee, permettonno entrambe a Sara
di aiutarrle nel tentaativo di rivaalsa.
Lee necessitàà e i modii d’azione sono però diversi. Eva
E vuole giustizia, Melody,
M
soprattuutto dopo esssere stata stuprata
s
da Christian, il
i suo promeesso sposo, esige vend
detta. La
prima ppreferisce, quando
q
posssibile683, riccorrere a meezzi legali e alle istituzzioni per otttenere il
677
«Le ruusse della stannza 128 ti maandano a dire di far doman
nda per esseree messa in cellla con loro […] ma se
fossi in tee le lascerei perdere
p
le con
nnazionali tue,, perché sono delle brutte bestie
b
e non tii conviene im
mmischiarti
con quellle che fanno parte di bande organizzate».. CARLOTTO M.,
M VIDETTA M.,
M Luz. …, citt., p. 87
678
Ivi, p. 87
679
Ivi, p. 117
680
Ivi, p. 118
681
Ricorddiamo, tra l’aaltro, che la paura di nonn essere credu
ute e compreese dalle autoorità prepostee alla loro
protezionne, dai magisttrati e dagli av
vvocati, è unoo dei motivi per cui le don
nne che subisscono abusi spesso non
sporgonoo denuncia.
682
CARLO
OTTO M., VID
DETTA M., Luz.. …, cit., pp. 1
118-119
683
Si ricoordi che, ad esempio,
e
quan
ndo Ksenia pper sbaglio prrovocherà la morte
m
di Antoonino Barone, Eva non
sporgerà denuncia, anzzi aiuterà la raagazza a far seembrare il tutto un incidentee e non esiteràà a portare viaa i soldi e i
gioielli (cche alla fine saaranno restituiti ai legittimii proprietari) contenuti
c
nellaa cassaforte deello strozzino.
174
suo scopo e per questo motivo, pur non rifiutando l’intervento di Sara, chiede aiuto anche al
commissario Mattioli e decide di aspettare che sia lui ad arrestare il vecchio Serse
Mascherano, mandante dell’omicidio del marito:
Eva deve avere la consolazione di svegliarsi ogni mattina sapendo che stai scontando l’ergastolo.
Non è pazza. È solo annientata dalla crudeltà con cui le hai ammazzato il marito684.
La seconda, al contrario, dopo essersi in un primo momento ribellata alle decisioni del
clan685, e dopo aver inizialmente accettato di collaborare con la polizia nelle indagini sulla
morte di Renzo, alla fine rifiuta l’aiuto offertole da Mattioli e non sporge denuncia per lo
stupro subito perché vuole essere «la fidanzata che Christian merita»686. Melody vuole
uccidere il suo promesso sposo «per vendetta e giustizia», perché «ha ammazzato Renzo, e
nello stesso modo ha massacrato una povera ragazza, una prostituta nigeriana», ma anche
perché l’ha violentata e umiliata e «solo per questo meritava di morire. […] l’ho ucciso spinta
dalla rabbia e dalla paura. E per cancellare quello che mi ha fatto»687.
Così, durante i festeggiamenti per il loro matrimonio:
Christian trovò Melody in un angolo nascosto. Appena la vide si liberò della giacca gettandola sul
prato e le andò incontro con il passo fiero del conquistatore, deciso a possederla a tutti i costi. […]
era arrivato il momento di domarla una volta per tutte. […] Melody gli mostrava le spalle. Quando
lui la raggiunse, si girò di scatto e gli accarezzò la gola con il rasoio688. Lo guardò morire,
incurante degli spruzzi di sangue. Poi si chinò per appoggiare l’arma sul suo petto. Al di là delle
conseguenze, quell’atto di giustizia andava firmato, rivendicato con fierezza689.
684
CARLOTTO M., VIDETTA M., Eva, cit., p. 179
«Per la prima volta nella sua vita si ribellò come una Mascherano. Spalancò le finestre, prese l’accordèon e
attaccò un brano tradizionale che solitamente rallegrava le feste di matrimonio. Ma interruppe l’esecuzione a
metà. Era il suo modo per annunciare al clan che era stanca di subire». Ivi, p. 89
686
Ivi, p. 134
687
Ivi, p. 142
688
«Sara sospirò. “È appena successo. Col tempo ti troverai a fare i conti con quella gola tagliata e scoprirai che
eri nel giusto. Christian era un mostro e andava fermato. Non sarai affatto fiera di esserti macchiata le mani di
sangue, ma questo non ti impedirà di stare in pace con te stessa”». Ibidem
689
Ivi, p. 139
685
175
Conclusioni
La violenza sulle donne, come è emerso da questo lavoro di ricerca, è un problema sociale
attuale e pressante che riguarda quasi ogni cultura e non conosce distinzione di classe sociale,
religione, etnia o area geografica. Esistono diverse tipologie di violenza di genere
(psicologica, fisica, sessuale, culturale), ognuna della quali possiede le proprie caratteristiche
peculiari e ha conseguenze più o meno gravi sulla salute psico-fisica della vittima.
La letteratura contemporanea, con modalità che variano da uno scrittore l’altro, si
occupa di quasi ogni sfaccettatura del fenomeno, anche se alcune tematiche, quali lo stupro di
guerra, sembrano per il momento restare marginali, se non del tutto escluse.
Ad esempio, difficili da reperire sono risultati essere i libri, autobiografici e non, che
pongono al centro della narrazione l’abuso sessuale e/o lo stupro. Inoltre, è emersa una
differenza tra i due generi: i romanzi di invenzione, infatti, non riescono a rendere con
sufficiente realismo né l’umiliazione provata nel vedere violata la propria integrità, né le gravi
implicazioni psicologiche (apatia, depressione, distruzione dell’autostima, stress post
traumatico, ecc.) e fisiche (anorgasmia, vaginite, ecc.) che derivano dalla violenza sessuale.
Questo si riscontra indipendentemente dal fatto che l’abuso sia il fulcro del racconto (come in
alcuni racconti brevi di Maraini) o che sia un evento marginale nella trama (come in
Murakami o Carlotto).
Per questa ragione, nell’elaborato ci si è concentrati sulle autobiografie, come le storie
inserite in Questo non è amore e la vicenda di Samira Bellil. Esse dimostrano e spiegano che
le donne vittime di violenza sessuale faticano, o proprio non riescono, a superare il trauma.
Inoltre, esse mettono in luce come le ragazze abusate siano costrette ad affrontare il problema
in solitudine e nella convinzione – sbagliata – di essere le uniche responsabili dell’accaduto,
ma anche come tendano a sentirsi “sporche” e “macchiate”, per molto tempo, a volte anche
per tutta la vita.
A differenza dei libri autobiografici che riguardano la violenza sessuale, quelli inerenti
il vissuto delle donne che subiscono violenza domestica690 sono risultati essere molto
numerosi691 (sia i romanzi d’invenzione, sia le autobiografie; è importante, in questo ambito,
690
Che, come si è visto, è principalmente fisica e psicologica, ma a volte può comprendere anche la violenza
sessuale.
691
Si è potuto rilevare che buona parte di questi libri sono stati scritti da donne provenienti da Paesi islamici,
mentre i racconti e i romanzi autobiografici di donne occidentali (italiane comprese), sono presenti in numero
176
sottolineare che gli autori di entrambe le categorie riescono a rendere con grande realismo le
caratteristiche principali del problema).
Ciò che emerge con molta chiarezza dai racconti analizzati nell’elaborato è che la casa è
l’ambiente più adatto all’insorgenza della violenza, fisica e psicologica prima di tutto, ma
anche economica e sessuale. L’ambiente familiare è, quindi, uno dei meno sicuri per le donne
vittime di maltrattamenti: qui l’uomo ha la possibilità di imporre il proprio volere con la forza
fisica o con altri tipi di violenza, complici l’isolamento e la paura della donna, che rimane
quasi sempre il silenzio.
Anche le conseguenze fisiche dei maltrattamenti sono esposte in modo chiaro e diretto,
attraverso esempi di tumefazioni o lesioni anche gravi che le autrici hanno subito.
Ugualmente, sono ben descritte le implicazioni psichiche della violenza (fisica e soprattutto
psicologica): depressione, stress post traumatico, tentativi di suicidio, abuso di alcool e droga,
sensazione di inadeguatezza, isolamento.
È stato rilevato, inoltre, che da alcuni romanzi che raccontano la violenza domestica può
emergere anche la delicata questione dei delitti d’onore, ovvero di quegli omicidi di donne
che hanno lo scopo di ristabilire un “onore” perduto, dalla famiglia o dal coniuge, a seguito di
un comportamento della vittima giudicato inaccettabile (sia anche solo aver guardato un altro
uomo per sbaglio). Tra i tanti metodi adottati per compiere un delitto d’onore, spicca per
diffusione e crudeltà l’uso del cherosene e dell’acido. Quest’ultimo, in particolare, corrode i
tessuti, creando gravi danni di salute, e non sempre viene usato con l’intento di uccidere la
vittima (pratica dell’acidificazione).
Infine, durante il lavoro di ricerca è emerso che ci sono alcuni scrittori uomini,
nell’ambito dei romanzi di invenzione, ai quali appartengono Carlotto, Videtta e Larsson, che
affrontano il problema della violenza di genere in modo diverso e particolare. Questi autori,
che sembrano essersi messi nei panni delle donne che subiscono o che vedono subire
maltrattamenti e abusi, propongono infatti un nuovo tipo di figura letteraria: la vendicatrice, il
cui scopo è quello di farsi e di fare giustizia, con mezzi più o meno leciti.
Le vendicatrici sono donne dal sangue freddo, inclini all’uso della violenza e
dell’illegalità, calcolatrici, metamorfiche, effimere e “sospese a metà” (si pensi a Lisbeth che
ha venticinque anni, ma ne dimostra quattordici; maledice il suo essere donna, ma si lamenta
del suo corpo poco femminile; non si pone il problema della sua sessualità e sceglie partner
inferiore. È importante ricordare che questo non è indice di un minor livello di violenza di genere nei Paesi
occidentali.
177
sia tra gli uomini sia tra le donne). Sono donne che appartengono esclusivamente all’ambito
della letteratura e non trovano riscontro nella realtà.
Queste figure, come afferma Massimo Carlotto, vengono usate dagli autori per marcare
la loro presa di posizione di fronte alla violenza di genere. Si tratta, dunque, di un modo per
invitare, da un lato, le vittime a prendere esempio e ribellarsi ai carnefici, e dall’altro, gli
uomini a riflettere di più sul fenomeno e ad agire per contrastarlo.
178
Appendice I
Si riportano qui i principali articoli del codice penale che attualmente disciplinano la violenza
di genere.
Art. 571: Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina.
Chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua
autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero
per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito, se dal fatto deriva il pericolo di una
malattia nel corpo o nella mente, con la reclusione fino a sei mesi.
Se dal fatto deriva una lesione personale, si applicano le pene stabilite negli articoli 582 e 583,
ridotte a un terzo; se ne deriva la morte, si applica la reclusione da tre a otto anni.
Art. 572: Maltrattamenti contro familiari e conviventi.
Il presente articolo, che disciplina i maltrattamenti in famiglia, è stato così modificato
dall’articolo 4 della legge del 1° ottobre 2012692. Il secondo comma è stato in seguito abrogato
dall’articolo 1 del decreto legislativo del 14 agosto 2013693.
Chiunque […] maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona
sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o
custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei
anni.
Art. 583-bis: Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili.
Introdotto dall’art. 6 della legge n. 7 del 9 gennaio 2006694, recita:
Chiunque, in assenza di esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali
femminili è punito con la reclusione da quattro a dodici anni. Ai fini del presente articolo, si
intendono come pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili la clitoridectomia,
l’escissione e l’infibulazione e qualsiasi altra pratica che cagioni effetti dello stesso tipo.
Chiunque, in assenza di esigenze terapeutiche, provoca, al fine di menomare le funzioni sessuali,
lesioni agli organi genitali femminili diverse da quelle indicate al primo comma, da cui derivi una
malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da tre a sette anni. […] La condanna
ovvero l’applicazione della pena […] comporta, qualora il fatto sia commesso dal genitore o dal
tutore, rispettivamente:
692
Consultabile on-line: http://www.altalex.com/index.php?idnot=19434. (ultimo controllo: 27/11/2013)
Consultabile on-line: http://www.altalex.com/index.php?idnot=64084. (ultimo controllo: 27/11/2013)
694
Consultabile on-line: http://www.altalex.com/index.php?idnot=33465 (ultimo controllo: 27/11/2013)
693
179
1.
la decadenza dall’esercizio della potestà del genitore;
2.
l'interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, alla curatela e
all'amministrazione di sostegno695.
Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì quando il fatto è commesso all’estero da
cittadino italiano o da straniero residente in Italia […]
Art. 600: Riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù.
Chiunque esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà ovvero
chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a
prestazioni lavorative o sessuali ovvero all’accattonaggio o comunque a prestazioni che ne
comportino lo sfruttamento, è punito con la reclusione da otto a venti anni. La riduzione o il
mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza,
minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o
psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro
o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona. […]
Art. 601: Tratta di persone696
Il testo di questo articolo è stato rinnovato dall’art. 2 della legge 228 dell’11 agosto 2003, con
il quale si è stabilito che:
Chiunque commette tratta di persona che si trova nelle condizioni di cui all'articolo 600 ovvero, al
fine di commettere i delitti di cui al primo comma del medesimo articolo, la induce mediante
inganno o la costringe mediante violenza, minaccia, abuso di autorità o approfittamento di una
situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante promessa o
dazione di somme di denaro o di altri vantaggi alla persona che su di essa ha autorità, a fare
ingresso o a soggiornare o a uscire dal territorio dello Stato o a trasferirsi al suo interno, è punito
con la reclusione da otto a venti anni. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i delitti di cui
al presente articolo sono commessi in danno di minore degli anni diciotto o sono diretti allo
sfruttamento della prostituzione o al fine di sottoporre la persona offesa al prelievo di organi.
Art. 609-bis: Violenza sessuale
Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o
subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi
induce taluno a compiere o subire atti sessuali:
1.
abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento
del fatto;
695
Il comma è stato aggiunto dall’art. 4 della legge 172 del 1 ottobre 2012. Consultabile on-line:
http://www.altalex.com/index.php?idnot=19434 (ultimo controllo: 27/11/2013)
696
Consultabile on-line: http://www.altalex.com/index.php?idnot=6411, (ultimo controllo: 27/11/2013)
180
2.
traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi.
Art. 609-octies: Violenza sessuale di gruppo
La violenza sessuale di gruppo consiste nella partecipazione, da parte di più persone riunite, ad
atti di violenza sessuale di cui all'articolo 609-bis. Chiunque commette atti di violenza sessuale di
gruppo è punito con la reclusione da sei a dodici anni. La pena è aumentata se concorre taluna
delle circostanze aggravanti previste dall'articolo 609-ter. La pena è diminuita per il partecipante
la cui opera abbia avuto minima importanza nella preparazione o nella esecuzione del reato. La
pena è altresì diminuita per chi sia stato determinato a commettere il reato quando concorrono le
condizioni stabilite dai numeri 3) e 4) del primo comma e dal terzo comma dell’articolo 112.
Art. 610: Violenza privata
Chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è
punito con la reclusione fino a quattro anni.
Art. 612: Minaccia
Chiunque minaccia ad altri un ingiusto danno è punito a querela della persona offesa con la multa
fino a cinquantuno euro697. Se la minaccia è grave, la pena è la reclusione fino a un anno e si
procede d’ufficio.
Art. 612-bis: Atti persecutori
Il presente articolo è stato inserito nel codice penale dal decreto legislativo del 23 febbraio
2009, ed è stato successivamente modificato nel 2013 con il decreto legislativo del 1° luglio e
quello del 14 agosto698. Esso è l’articolo che disciplina il reato di stalking:
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni
chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e
grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o
di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da
costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita699. La pena è aumentata se il fatto è
commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da
relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti
informatici o telematici700. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di
un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3
697
Comma modificato dall’art. 1 del d.l. del 14 agosto 2013
Consultabile on-line: http://www.altalex.com/index.php?idnot=45002, (ultimo controllo: 27/11/2013)
699
Comma modificato dall’art. 1-bis del d.l. del 1° luglio 2013
700
Comma modificato dall’art. 1 del d.l. del 14 agosto 2013
698
181
della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata. Il delitto è punito a
querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La
remissione della querela può essere soltanto processuale. La querela è comunque irrevocabile se il
fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’articolo 612, secondo
comma. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una
persona con disabilità di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il
fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d'ufficio701.
701
Comma modificato dall’art. 1 del d.l. del 14 agosto 2013
182
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