Supporti didattici per formazione alle Aziende

Supporti didattici per formazione alle Aziende

Testo elaborato a cura dell’Ing. Mauro Malizia, responsabile servizio corsi di formazione per “addetto antincendio” di cui alla Legge n. 609/96

M i i s u r r e d i i p r r o t t e z i i o n e a t t t t i i v a

A t t t t t t r r r e e z z z z a a t t t u u r r r e e e e d d i i i m p p i i i a a n n t t t i i i d d i i i e e s s s t t t i i i n n z z i i i o o n n e e d d e e e g g l l l i i i i i i n n c c e e n n d d i i i

Estintori

Gli estintori sono in molti casi i mezzi di primo intervento più impiegati per spegnere i principi di incendio.

Vengono suddivisi in:

estintori portatili

massa complessiva inferiore o uguale a 20 kg

estintori carrellati

massa superiore a 20 kg con sostanza estinguente fino a 150 kg

Gli estintori portatili

Sono concepiti per essere utilizzati a mano ed hanno un peso che non supera 20 Kg.

Essi vengono classificati in base alla loro capacità estinguente. Infatti sono sperimentati su fuochi di diversa natura classificati in base al tipo di combustibile.

Classe “A” fuochi di solidi con formazione di brace

Classe “B” fuochi di liquidi infiammabili

Classe “C” fuochi di gas infiammabile

Classe “D” fuochi di metalli

La scelta dell’estintore va fatta in base al tipo di incendio ipotizzabile nel locale da proteggere.

Su ciascun estintore sono indicate le classi dei fuochi ed i focolai convenzionali che è in grado di estinguere (esempio: 21A 89BC).

Per norma devono essere di colore rosso e riportate un’etichetta con le istruzioni e le condizioni di utilizzo.

L’operatore deve usare l’estintore avendo cura di mettersi sopravvento, cercando di colpire con il getto di scarica la base del focolaio senza provocare la fuoriuscita di liquidi infiammabili dal loro contenitore.

Nel caso in cui operino contemporaneamente due estintori, le persone che li utilizzano devono disporsi sfalsate di circa 90°.

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Ulteriori valutazioni sulle corrette tecniche di intervento con gli estintori saranno fatte nella parte conclusiva del corso nella quale vengono previste esercitazioni pratiche di spegnimento.

Gli estintori carrellati

Hanno le medesime caratteristiche funzionali degli estintori portatili ma, a causa delle maggiori dimensioni e peso, presentano una minore praticità d’uso e manegevolezza connessa allo spostamento del carrello di supporto.

La loro scelta può essere dettata dalla necessità di disporre di una maggiore capacità estinguente e sono comunque da considerarsi integrativi di quelli portatili.

Vengono di seguito citate le varie tipologie di estintori:

- ad acqua, ormai in disuso,

- a schiuma, adatto per liquidi infiammabili,

- ad idrocarburi alogenati, adatto per motori di macchinari,

- a polvere, adatto per liquidi infiammabili ed apparecchi elettrici,

- ad anidride carbonica, idoneo per apparecchi elettrici; per queste ultime due tipologie di estintori, di uso più diffuso, vengono fornite ulteriori informazioni:

Estintori a polvere

Per il lancio delle polveri antincendio si adoperano estintori costituiti da un involucro metallico, contenente la miscela di bicarbonato di sodio e polvere inerte; collegato ad una bombola di gas compresso o liquefatto (CO

2

).

Il gas propellente della polvere può essere CO

2

, per estintori di capacità sino a 30 Kg.; per gli estintori di maggiore capacità il gas è aria, o meglio azoto in pressione (150 ate).

Il CO

2

contenuto nella bomboletta, interna od esterna all’estintore, è circa, in peso, 1/10 della polvere da espellere.

Un sistema di tubicini, opportunamente disposti nell’interno dell’estintore, distribuisce con regolarità la pressione in tutta la massa, sommovendo la polvere e favorendo la rapida ed uniforme espulsione attraverso un tubo pescante collegato alla manichetta di gomma di erogazione al termine della quale è sistemato un cono diffusore oppure una lancia con comando a pistola.

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Estintore ad anidride carbonica

Gli estintori a CO

2

sono costituiti da una bombola collaudata e revisionata ogni 5 anni dall’ISPESL (ex

ANCC) per una pressione di carica, a 15°C, di 250 ate; da una valvola di erogazione a volantino o a leva e da una manichetta snodata, rigida o flessibile, con all’estremità un diffusore in materiale isolante.

Il congegno di apertura della bombola può essere:

con valvola di comando a leva, con tenuta in ebanite normalmente usata per gli estintori portatili;

con valvola di comando a vite, con tenuta in ebanite normalmente usata per gli estintori carrellati.

Sull’ogiva della bombola, in colore grigio chiaro, sono punzonati i dati di esercizio, di collaudo e delle revisioni.

All’estremità della manichetta dell’estintore è montato un cono diffusore di gomma, ebanite o bachelite. Sconsigliabile il metallo che potrebbe venire a contatto con parti elettriche in tensione.

Al momento dell’apertura della bombola, a mezzo delle valvole, il liquido spinto dalla pressione interna, sale attraverso un tubo pescante, passa attraverso la manichetta raggiungendo il diffusore dove, uscendo all’aperto, una parte evapora istantaneamente provocando un brusco abbassamento di temperatura (- 79° C.) tale da solidificare l’altra parte in una massa gelida e leggera detta “neve carbonica” o “ghiaccio secco”.

La neve carbonica si adagia sui corpi che bruciano, si trasforma rapidamente in gas sottraendo loro una certa quantità di calore; il gas poi, essendo più pesante dell’aria, circonda i corpi infiammabili e, provocando un abbassamento della concentrazione di ossigeno, li spegne per soffocamento.

Nei locali chiusi occorre prevedere una quantità di anidride carbonica pari al 30 % della cubatura del locale stesso per ottenere lo spegnimento dell’incendio per saturazione d’ossigeno.

Determinazione del numero degli estintori da installare

determinato da disposizioni di legge solo in alcuni casi (alberghi, autorimesse etc.).

Negli altri casi si deve eseguire il criterio di disporre questi mezzi di primo intervento in modo che siano prontamente disponibili ed utilizzabili.

In linea di massima la posizione deve essere scelta privilegiando la facilità di accesso, la visibilità e la possibilità che almeno uno di questi possa essere raggiunto con un percorso non superiore a 15 m circa.

Ne consegue che la distanza tra gruppi di estintori deve essere circa 30 m.

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Si può fare riferimento alla seguente tabella, prevista dal D.M. 10 marzo 1998.

Superficie protetta da un estintore

Tipo di estintore

Rischio Basso Rischio Medio Rischio Elevato

13A 89BC

21A 113BC

34A 144BC

55A 233BC

100 m

2

150 m

2

200 m

2 m

2

150 m

2

100

250 m

2

Posizionamento degli estintori

Debbono essere sempre posti nella massima evidenza, indicati con l’apposita segnaletica di sicurezza, in modo da essere individuati immediatamente, preferibilmente vicino alle scale od agli accessi.

Estintori, di tipo idoneo, saranno inoltre posti in vicinanza di rischi speciali (quadri elettrici, cucine, impianti per la produzione di calore a combustibile solido, liquido o gassoso eccetera).

Gli estintori potranno essere poggiati a terra od attaccati alle pareti, mediante idonei attacchi che ne consentano il facile sganciamento; se l'estintore non può essere posto in posizione ben visibile da ogni punto della zona interessata, dovranno porsi dei cartelli di segnalazione, se necessario a bandiera, del tipo conforme alle norme della segnaletica di sicurezza.

Rete idrica antincendio

A protezione delle attività industriali o civili caratterizzate da un rilevante rischio viene di norma istallata una rete idrica antincendio collegata direttamente, o a mezzo di vasca di disgiunzione, all’acquedotto cittadino.

La presenza della vasca di disgiunzione è necessaria ogni qualvolta l’acquedotto non garantisca continuità di erogazione e sufficiente pressione.

In tal caso le caratteristiche idrauliche richieste agli erogatori

(idranti UNI 45 oppure UNI 70) vengono assicurate in termini di portata e pressione dalla capacità della riserva idrica e dal gruppo di pompaggio.

La rete idrica antincendi deve, a garanzia di affidabilità e funzionalità, rispettare i seguenti criteri progettuali:

- Indipendenza della rete da altre utilizzazioni.

- Dotazione di valvole di sezionamento.

- Disponibilità di riserva idrica e di costanza di pressione.

- Ridondanza del gruppo pompe.

- Disposizione della rete ad anello.

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- Protezione della rete dall’azione del gelo e della corrosione.

- Caratteristiche idrauliche pressione - portata (50 % degli idranti UNI 45 in fase di erogazione con portata di 120 lt/min e pressione residua di 2 bar al bocchello).

- Idranti (a muro, a colonna, sottosuolo o naspi) collegati con tubazioni flessibili a lance erogatrici che consentono, per numero ed ubicazione, la copertura protettiva dell’intera attività.

Nelle esercitazioni previste a completamento del corso verranno illustrate le caratteristiche tecnico - funzionali delle manichette, delle lance nebulizzatrici e dei divisori etc., costituenti il necessario materiale di corredo dell’impianto idrico antincendi.

Un breve cenno va dedicato alla rete antincendi costituita da naspi che rappresenta, per la possibilità di impiego anche da parte di personale non addestrato, una valida alternativa agli idranti soprattutto per le attività a rischio lieve.

Le reti idriche con naspi vengono di solito collegate alla normale rete sanitaria, dispongono di tubazioni in gomma avvolte su tamburi girevoli e sono provviste di lance da 25 mm. con getto regolabile

(pieno o frazionato) con portata di 50 lt/min ad 1,5 bar.

Le caratteristiche che una rete di idranti deve avere e le modalità con le quali deve essere realizzata e gestita sono fissate dalla norma UNI 10779.

Impianti di spegnimento automatici

Tali impianti possono classificarsi in base alle sostanze utilizzate per l’azione estinguente:

- Impianti ad acqua Sprinkler (ad umido, a secco, alternativi, a preallarme, a diluvio etc.);

- Impianti a schiuma;

- Impianti ad anidride carbonica;

- Impianti ad halon;

- Impianti a polvere.

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Un impianto automatico di estinzione ad acqua Sprinkler consta di più parti:

- Fonte di alimentazione (acquedotto, serbatoi, vasca, serbatoio in pressione);

- Pompe di mandata;

- Centralina valvolata di controllo e allarme;

- Condotte montanti principali;

- Rete di condotte secondarie;

- Serie di testine erogatrici (sprinkler).

L’erogazione di acqua può essere comandata da un impianto di rilevazione incendi, oppure essere provocata direttamente dalla apertura delle teste erogatrici: per fusione di un elemento metallico o per rottura, a determinate temperature, di un elemento termosensibile a bulbo che consente in tal modo la fuoriuscita d’acqua.

La progettazione, installazione e manutenzione dei sistemi automatici a sprinkler sono fissati dalla nor-

ma UNI EN 12845.

Tipi d’impianto

- Ad umido: tutto l’impianto è permanentemente riempito di acqua in pressione: è il sistema più rapido e si può adottare nei locali in cui non esiste rischio di gelo.

- A secco: la parte d’impianto non protetta, o sviluppantesi in ambienti soggetti a gelo, è riempita di aria in pressione: al momento dell’intervento una valvola provvede al riempimento delle colonne con acqua.

- Alternativi: funzionano come impianti a secco nei mesi freddi e ad umido nei mesi caldi.

- A pre-allarme: sono dotati di dispositivo che differisce la scarica per dar modo di escludere i falsi allarmi.

- A diluvio: impianti con sprinklers aperti alimentati da valvole ad apertura rapida in grado di fornire rapidamente grosse portate.

Gli impianti a schiuma sono concettualmente simili a quelli ad umido e differiscono per la presenza di un serbatoio di schiumogeno e di idonei sistemi di produzione e scarico della schiuma (versatori).

Impianti a anidride carbonica, ad halon, a polvere

Impianti ad anidride carbonica, ad halon, a polvere: hanno portata limitata dalla capacità geometrica della riserva (batteria di bombole, serbatoi).

Gli impianti a polvere, non essendo l’estinguente un fluido, non sono in genere costituiti da condotte, ma da teste singole autoalimentate da un serbatoio incorporato di modeste capacità.

La pressurizzazione è sempre ottenuta mediante un gas inerte

(azoto, anidride carbonica).

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Sistemi di allarme incendio

Impianti di rivelazione automatica d’incendio

Tali impianti rientrano a pieno titolo tra i provvedimenti di protezione attiva e sono finalizzati alla rivelazione tempestiva del processo di combustione prima cioè che questo degeneri nella fase di incendio generalizzato.

Dal diagramma seguente si deduce che è fondamentale riuscire ad avere un TEMPO D’INTERVENTO possibilmente inferiore al tempo di prima propagazione, ossia intervenire prima che si sia verificato il “flash over”; infatti siamo ancora nel campo delle temperature relativamente basse, l’incendio non si è ancora esteso a tutto il sistema e quindi ne è più facile lo spegnimento ed i danni sono ancora contenuti.

Dal diagramma qualitativo riportato si può vedere che l’entità dei danni, se non si interviene prima, ha un incremento notevole non appena si è verificato il “flash over”.

Pertanto un impianto di rivelazione automatica trova il suo utile impiego nel ridurre il “TEMPO REALE” e consente:

- di avviare un tempestivo sfollamento delle persone, sgombero dei beni etc;

- di attivare un piano di intervento;

- di attivare i sistemi di protezione contro l’incendio (manuali e/o automatici di spegnimento).

Rivelatori d’incendio - Generalità

I rivelatori di incendio possono essere classificati in base al fenomeno chimico-fisico rilevato in:

Rilevatori - di fumo (a ionizzazione o ottici) oppure in base al metodo di rivelazione:

- statici (allarme al superamento di un valore di soglia)

- differenziali (allarme per un dato incremento)

- velocimetrici (allarme per velocità di incremento).

La suddivisione può essere infine effettuata in base al tipo di configurazione del sistema di controllo dell’ambiente:

- puntiformi

- lineari.

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Rilevatori e rivelatori d'incendio

In sintesi potremo quindi definire un “rilevatore automatico d’incendio” come un dispositivo installato nella zona da sorvegliare che è in grado di misurare come variano nel tempo grandezze tipiche della combustione, oppure la velocità della loro variazione nel tempo, oppure la somma di tali variazioni nel tempo. Inoltre esso è in grado di trasmettere un segnale d’allarme in un luogo opportuno quando il valore della grandezza tipica misurata supera oppure è inferiore ad un certo valore prefissato (soglia).

L’impianto di rivelazione” può essere definito come un insieme di apparecchiature fisse utilizzate per rilevare e segnalare un principio d’incendio.

Lo scopo di tale tipo d’impianto è quello di segnalare tempestivamente ogni principio d’incendio, evitando al massimo i falsi allarmi, in modo che possano essere messe in atto le misure necessarie per circoscrivere e spegnere l’incendio.

Differenza tra Rilevazione e Rivelazione:

È opportuno sottolineare e precisare la differenza sostanziale tra i termini di “rilevazione” e “rivelazione”.

Rilevazione d’incendio non è altro che la misura di una

grandezza tipica legata ad un fenomeno fisico provocato da un incendio.

Avvenuta la rilevazione, con il superamento del valore di soglia, si ha la rivelazione quando “la notizia” che si sta sviluppando l’incendio viene comunicata (rivelata) al “sistema”

(uomo o dispositivo automatico) demandato ad intervenire.

Componenti dei sistemi automatici di rivelazione

Un impianto rilevazione automatica d’incendio è generalmente costituito da :

• RILEVATORI AUTOMATICI D’INCENDIO;

• CENTRALE DI CONTROLLO E SEGNALAZIONE;

• DISPOSITIVI D’ALLARME;

• COMANDI D’ATTIVAZIONE;

• ELEMENTI DI CONNESSIONE PER IL TRASFERIMENTO DI

ENERGIA ED INFORMAZIONI.

Evidentemente vi possono essere impianti che hanno componenti in più o in meno rispetto a quelli elencati.

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La centrale di controllo e segnalazione garantisce l’alimentazione elettrica (continua e stabilizzata ) di tutti gli elementi dell’impianto ed è di solito collegata anche ad una “sorgente di energia alternativa”

(batterie, gruppo elettrogeno, gruppo statico ecc.) che garantisce il funzionamento anche in caso di

“mancanza ENEL”.

Avvenuto l’incendio, l’allarme può essere

locale

oppure

trasmesso a distanza

.

L’intervento può essere di due tipi:

manuale

(azionamento di un estintore o di un idrante, intervento squadre VV.F.) oppure

automatico

(movimentazione di elementi di compartimentazione e/o aerazione, azionamento di impianti di spegnimento automatico, d’inertizzazione, predisposizione di un piano esodo).

Un approfondito studio delle operazioni svolte manualmente (uomo) ed automaticamente (apparecchiature) e la loro interconnessione e sequenza temporale e procedurale può evitare falsi allarmi e mancati funzionamenti oppure ridurne gli effetti negativi.

Ad esempio nel caso di un impianto di rivelazione automatica collegato ad un impianto fisso di spegnimento a pioggia è preferibile, se è possibile, che in seguito ad un allarme un operatore possa visualizzare sul pannello di controllo della centrale in quale zona dell’insediamento è stato rilevato l’incendio (presunto); effettuato un controllo visivo, solo se effettivamente è in corso un incendio, l’operatore aziona l’impianto di spegnimento.

È opportuno quindi perseguire soluzioni equilibrate che prevedono un grado d’automazione compatibile con le soluzioni tecnologiche già ampiamente collaudate affidando all’uomo il compito di effettuare i controlli che si rendessero necessari.

Tali tipi d’impianti trovano valide applicazioni in presenza di:

- Depositi intensivi;

- Depositi di materiali e/o sostanze ad elevato valore specifico;

- Ambienti con elevato carico d’incendio, non compartimentabili;

- Ambienti destinati ad impianti tecnici difficilmente accessibili e controllabili (cunicoli, cavedii, intercapedini al di sopra di controsoffitti etc.).

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Segnaletica di sicurezza

Segnaletica di Sicurezza, riferita in particolare ai rischi presenti nell’ambiente di lavoro

Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81

TITOLO V – SEGNALETICA DI SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO (Estratto)

Il titolo V del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e gli allegati da Allegato XXIV a Allegato XXXII stabiliscono le prescrizioni per la segnaletica di sicurezza e di salute sul luogo di lavoro nei settori di attività privati o pubblici rientranti nel campo di applicazione del decreto.

Definizioni (Art. 162) segnaletica di sicurezza

e di salute sul luogo di lavoro: una segnaletica che, riferita ad un oggetto, ad un’attività o ad una situazione determinata, fornisce un’indicazione o una prescrizione concernente la sicurezza o la salute sul luogo di lavoro, o che utilizza, a seconda dei casi, un cartello, un colore, un segnale luminoso o acustico, una comunicazione verbale o un segnale gestuale;

segnale di divieto

: un segnale che vieta un comportamento che potrebbe far correre o causare un pericolo;

segnale di avvertimento

: un segnale che avverte di un rischio o pericolo;

segnale di prescrizione

: un segnale che prescrive un determinato comportamento;

segnale di salvataggio o di soccorso

: un segnale che fornisce indicazioni relative alle uscite di sicurezza o ai mezzi di soccorso o di salvataggio;

Obblighi del datore di lavoro (Art. 163)

Quando, anche a seguito della valutazione effettuata in conformità all'articolo 28, risultano rischi che non possono essere evitati o sufficientemente limitati con misure, metodi, ovvero sistemi di organizzazione del lavoro, o con mezzi tecnici di protezione collettiva, il datore di lavoro fa ricorso alla segnaleti-

ca di sicurezza, conformemente alle prescrizioni di cui agli allegati da ALLEGATO XXIV a ALLEGATO

XXXII.

Informazione e formazione (Art. 164)

1. Il datore di lavoro provvede affinché: a) il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e i lavoratori siano informati di tutte le misure da adottare riguardo alla segnaletica di sicurezza impiegata all'interno dell'impresa ovvero dell'unità produttiva; b) i lavoratori ricevano una formazione adeguata, in particolare sotto forma di istruzioni precise, che deve avere per oggetto specialmente il significato della segnaletica di sicurezza, soprattutto quando questa implica l'uso di gesti o di parole, nonché i comportamenti generali e specifici da seguire.

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